Diritti

GENOVA E L’INDULTO…

GENOVA E L’INDULTO La giornalista Concita De Gregorio, nel presentare la nuova edizione del suo libro "Non lavate questo sangue", scritto a caldo subito dopo il G8 del 2001, ha sostenuto che l’indulto ha dato l’ultimo colpo di spugna a…

GENOVA E L’INDULTO

La giornalista Concita De Gregorio, nel presentare la nuova edizione del suo libro "Non lavate questo sangue", scritto a caldo subito dopo il G8 del 2001, ha sostenuto che l’indulto ha dato l’ultimo colpo di spugna a favore degli imputati. La giustizia in questo modo si allontana, dopo anni trascorsi fra inchieste clamorose messe in sordina e che non hanno frenato le carriere dei maggiori imputati, né fatto traballare la poltrona del capo della polizia Gianni De Gennaro, nominato dal centrosinistra e confermato dal centrodestra e ancora dal nuovo governo Prodi.

La De Gregorio, in un intervento diffuso dall’Ansa, chiama in causa anche due neo parlamentari molto legati ai fatti di Genova: Francesco Caruso e Haidi Giuliani. Il primo in quanto membro della maggioranza che ha voluto e concordato con la destra la misura dell’insulto, la seconda per averne condiviso i contenuti (non essendo all’epoca ancora senatrice). Chi ha ragione? Per cultura e refrattarietà a un’idea punitiva del diritto, l’indulto non mi scandalizza, per quanto sia da considerare una sconfitta per un ordinamento democratico. Un organismo statale sano dovrebbe agire sulla depenalizzazione di molti reati, invece di ridursi – com’è avvenuto – a inconfessati patteggiamenti  dietro le quinte con una controparte politica assai legata al malaffare e ben poco attenta ai diritti civili. Si è arrivati a un punto tale da rendere l’indulto indispensabile per "salvare" le carceri e trattare con umanità ed equità migliaia di detenuti. 

Diciamo che l’accordo sull’indulto andava fatto in altro modo: con trasparenza e rigore, spingendo affinché ecludesse reati odiosi come quelli compiuti dai colletti bianchi contro la pubblica amministrazione e gli altri contestati a pubblici ufficiali armati di manganelli e vari strumenti di tortura (appunto il caso Genova). Il parlamento è il luogo delle mediazioni e non vale la pena scandalizzarsi più di tanto per i patteggiamenti che vi si concludono, ma per essere accettati devono avvenire alla luce del sole, specie quando toccano questioni così delicate come la credibilità dello stato e delle forze di sicurezza. Ciascuno avrebbe dovuto esporre le sue posizioni e prendersi le realtive responsbalità. Ma la politica italiana non è abituata a confrontarsi a viso aperto con i cittadini: nei palazzi del potere vige una concezione oligarchica della funzione pubblica e la vicenda dlel’insulto non è sfuggita a questa pestilenziale regola. 

Ma va detta anche un’altra cosa e cioè che l’indulto è il minore dei mali avvenuti nel "dopo Genova", visto che non ci sarà bisogno di applicarlo: nessuno degli imputati verrà condannato perché la prescrizione – con ogni probabilità – cancellerà tutto ben prima che si possa arrivare a sentenze di terzo grado, quali che essa siano. Il vero vulnus, nel dopo Genova, è nella copertura politica assicurata ai vertici delle forze di polizia, nell’ostinato rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta (che stenta assai ad avanzare anche dopo il cambio di maggioranza), nelle promozioni che sono fioccate e nelle rimozioni che non arrivano, è nella rinuncia a fare i conti con quella pagina nerissima della storia repubblicana che è stata scritta, con inchiostro nero come la pece, nel luglio 2001. Se non riusciamo a lavare quest’inchiostro, il nero che deturpa il volto della nostra repubblica diventerà indelebile. 

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