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Genova, G8 2001: quello che il capo della polizia Gabrielli non dice

Intervistato da “la Repubblica” a 16 anni dai fatti del G8, Franco Gabrielli ha auspicato una “memoria condivisa”. “Ma sono state più le omissioni delle ammissioni”, segnala Lorenzo Guadagnucci, vittima e testimone delle torture nella Diaz. Le abbiamo messe in fila

Franco Gabrielli - © Vincenzo Livieri - LaPresse
Franco Gabrielli - © Vincenzo Livieri - LaPresse

“Altro che ‘punto’ su Genova 2001. Con questa intervista a la Repubblica, il capo della polizia Gabrielli non ha messo nemmeno una virgola”. Lorenzo Guadagnucci, giornalista, vittima e testimone dei fatti di tortura nella scuola Diaz-Pertini nel luglio di sedici anni fa, ha appena finito di leggere le dichiarazioni del prefetto Franco Gabrielli sui tragici fatti del G8.

Il 19 luglio, il quotidiano la Repubblica ha pubblicato con grande enfasi e richiamo in prima pagina una lunga “intervista” al vertice del dipartimento di Pubblica sicurezza. “Chiedere scusa a posteriori non è bastato”, dice Gabrielli.

Partiamo dalle scuse.
LG Non ci sono mai state. Il prefetto Gabrielli travisa una frase del 2012 pronunciata dall’allora capo della polizia Antonio Manganelli dopo la sentenza di Cassazione sui fatti della Diaz. Disse ‘È arrivato il momento delle scuse’. Che non è chiedere scusa. Che infatti non arrivarono mai. Come le ragioni chiare per che le quali si vorrebbe chiedere scusa. Per i pestaggi della Diaz? Per i falsi realizzati dopo l’irruzione? Per la violazione di numerosi articoli del codice penale e della Costituzione? Per aver impunemente ostacolato i processi, come riconosciuto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo? Per le mancate rimozioni o sanzioni disciplinari dei responsabili delle violenze? Tutto questo Gabrielli non lo dice.

Il capo della polizia punta a una “memoria condivisa”. È auspicabile?
LG Anche quando viene applicato ad altri fatti, come la Resistenza insegna, l’esito di questo tipo di operazioni mi sembra più che altro la mistificazione, la costruzione di un mito. Non abbiamo bisogno di una ‘memoria condivisa’. Abbiamo bisogno di un’assunzione piena di responsabilità e di azioni conseguenti. Su questo, Gabrielli è molto lontano dall’essere conseguente. Mi sembra più intenzionato a captare la benevolenza dell’opinione pubblica piuttosto che affrontare le vere questioni.

Censura Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia.
LG È l’unica cosa positiva. Abbiamo chiesto inascoltati le sue dimissioni fin dal 2001 ma la sua carriera è proseguita come se nulla fosse. Ora Gabrielli chiude l’era De Gennaro in polizia. Del resto sapevamo che lui non era parte del suo gruppo di potere.

Gabrielli, non contraddetto dall’intervistatore, sostiene che per i fatti della Diaz ci siano state condanne “esemplari” a carico però di mal capitati “fusibili sacrificabili”. Condividi?
LG Mi sembra che quello del capo della polizia sia più che altro un messaggio mandato ai condannati per fargli pervenire comprensione. L’idea infatti che siano stati condannati singoli personaggi ‘sacrificati’ non corrisponde alla realtà. Per i fatti della Diaz non sono stati condannati singoli operatori ma la catena di comando, i massimi livelli dirigenziali della polizia. E sostenere che per fatti di tortura come quelli della Diaz siano state inflitte pene esemplari è curioso: parliamo di condanne che hanno comportato prescrizioni e pene massime di cinque anni, di cui tre coperti dall’indulto. L’Italia è stata condannata dalla Corte europea per il caso Diaz -nel 2015 e di nuovo il mese scorso- anche per la lieve entità delle pene inflitte. E a Bolzaneto non ci furono ‘condanne modeste’ ma impunità di fatto.

Un estratto dell'intervista del quotidiano "la Repubblica" al capo della polizia, 19 luglio 2017
Un estratto dell’intervista del quotidiano la Repubblica al capo della polizia, 19 luglio 2017

Riguardo a Bolzaneto, afferma: “Lo dico chiaro, ci fu tortura”.
LG Sembra un gesto di coraggio ma è il minimo sindacale. I giudici italiani l’hanno riconosciuto cinque anni fa. Ma sulla Diaz non ha speso le stesse parole e nemmeno gli è stato chiesto di farlo.

Tra i fattori che avrebbero causato la “catastrofe” della gestione dell’ordine pubblico, Gabrielli tira in ballo i movimenti. Sei d’accordo?
LG Mi sembra grave e paradossale che la polizia scarichi la responsabilità della gestione dell’ordine pubblico su un movimento o su un corteo. L’incapacità di gestire l’ordine pubblico è sua. Ricordo gli inseguimenti per strada o la guerra chimica che fu scatenata.

L’intervistatore parla di “clima di omertà, di dissimulazione nel percorso di accertamento della verità sul G8”. Sei d’accordo con questa ricostruzione del comportamento della polizia durante i processi?
LG No. E mi limito a citare la sentenza ‘Cestaro contro Italia’ della Corte di Strasburgo dell’aprile 2015 sui fatti della Diaz. ‘La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura’. Parlare di ‘dissimulazione’ è risibile.

Gabrielli lancia un altro messaggio. Dice che a “qualsiasi latitudine”, “ogni apparato di polizia” è “percorso” da “pulsioni” come “il riflesso istintivo a rifiutare di farsi processare” o “immaginarsi e viversi come un ‘corpo separato’”. Come a dire: così fan tutti. Che ne pensi?
LG A me non sembra per niente normale. Ricordo un fatto accaduto qualche anno fa in Gran Bretagna. Un poliziotto prese a manganellate immotivatamente una persona. Il tutto fu ripreso dalle telecamere ma l’agente non venne identificato perché il codice identificativo -che la polizia italiana non vuole ma che ad altre ‘latitudini’ hanno- era coperto. Furono gli altri poliziotti, i suoi colleghi, a identificare questa persona e a consegnarla alla magistratura. Quindi quelli di Gabrielli mi paiono dei modi discutibili di giustificarsi.

Dopo il blitz nella scuola Diaz del luglio 2001 - © Letizia Mantero
Dopo il blitz nella scuola Diaz del luglio 2001 – © Letizia Mantero

Più avanti, smentendo titolazione e se stesso, Gabrielli dice che la “verità” è che la “polizia italiana è sana”. “Lo è oggi come lo era in quel luglio del 2001”.
LG È un cortocircuito cognitivo, la zappa sui piedi. Se nel 2001 la polizia fosse stata davvero sana, non avrebbe fatto quel che ha fatto. E una polizia sana non avrebbe reagito ostacolando impunemente il lavoro dei magistrati, facendo muro durante le indagini e i processi, assecondando le tendenze della politica a proteggere qualunque comportamento violento, fino alla promozione dei dirigenti coinvolti nei fatti del G8. Non so quanto sia sana la polizia oggi, ma mi sembra che il paragone con il 2001 evidenzi come i problemi di allora siano ancora sul tappeto.

Come dimostra in questi giorni il rientro in polizia dei condannati per i fatti della Diaz.
LG Bisognava domandare a Gabrielli perché non abbia mai preso provvedimenti disciplinari, fino alla rimozione, nei confronti dei condannati in via definitiva. Per quale motivo? È una sua scelta, come fu quella dei suoi predecessori. Ed è una scelta in perfetta continuità.

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  • Felice Signorino

    L’ultima domanda non c’è. Perché noi accettiamo i fatti, anche dopo averli esaurientemente conosciuti nella loro realtà e non nella forma mistificata dei responsabili, perché ci accontentiamo della loro registrazione rassegnandoci a un ruolo di spettatori passivi mentre veniamo volta per volta travolti da accadimenti violenti e devastanti per il nostro vivere comune? Succede con i fatti di Genova, ma pure con la lunga catena di misteri italiani irrisolti, che ci siamo limitati a seppellire di indignazione rimostranze accuse, cioè solo di parole, secondo la logica dell’individualismo, che ci dà appunto la parola, ma ci strappa dal tessuto connettivo sociale, muto e inconsistente .. così la storia comune affonda come nelle sabbie mobili, i fatti non sono misteri, sono sparizioni. È così difficile continuare il lavoro di giornalisti magistrati intellettuali onesti, assemblando le tessere sparse per costruire il disegno complessivo? Non un processo, ché per questo abbiamo una magistratura ancora sana, ma una azione collettiva, politica di conoscenza di quanto viene tenuto nascosto. La conoscenza che ci rende soprattutto responsabili. La finiremmo di prendercela con le stelle, quelle si limitano a stare a guardare.

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