Diritti

G8, in tribunale quando occorre

Dopo anni di prolungata assenza dalle aule giudiziarie, due dirigenti di Polizia si ripresentano chiedendo di scontare le pene ai servizi sociali. Mentre le vittime della Diaz ricorrono in Europa _ _ _
 

Tratto da Altreconomia 149 — Maggio 2013

Intorno alla metà del mese di aprile, due fatti coincidenti hanno mostrato quanto le vicende di Genova G8 siano tutt’altro che un capitolo chiuso per il nostro Paese. A Genova al Tribunale di sorveglianza è avvenuto un fatto insolito: Francesco Gratteri (nella foto), Gilberto Caldarozzi e altri (ex) dirigenti della Polizia di Stato si sono presentati fisicamente davanti a un giudice. Negli stessi giorni è stato recapitato alla Corte europea per i diritti dell’Uomo un ricorso di alcune delle vittime dell’irruzione alla Diaz. Questi fatti, se messi a confronto, mostrano due concezioni opposte della giustizia, del diritto e dell’etica pubblica.

Negli anni scorsi Gratteri, Caldarozzi e gli altri dirigenti di polizia hanno disertato tutte le udienze del processo Diaz nel quale erano imputati, respingendo anche l’invito a rispondere alle domande dei pubblici ministeri (tranne Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier). Il messaggio, in quella fase, era chiaro: gli imputati, in particolare gli altissimi dirigenti, non si sentivano realmente coinvolti nel processo, che non doveva interferire con i loro compiti istituzionali ai vertici della polizia, dov’erano stati confermati nonostante l’inchiesta e il rinvio a giudizio. Un atteggiamento evidentemente condiviso sia dai superiori (cioè i capi della polizia Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli), sia dai ministri che si sono succeduti fra 2005 e 2012 (Pisanu, Amato, Maroni, Cancellieri).
Diverso l’atteggiamento di fronte al Tribunale di sorveglianza. Stavolta tutti presenti e pronti a spiegare al giudice le proprie ragioni. Il tema, ovviamente, è diverso. Durante il processo Diaz i magistrati avrebbero chiesto spiegazioni dei fatti, il mese scorso si trattava di mostrarsi meritevoli di accedere ai servizi sociali, anziché scontare in carcere o ai domiciliari il residuo della pena inflitta in via definitiva nel luglio scorso dalla Cassazione. Un residuo di pena che non supera i dodici mesi, per effetto dello “sconto” di tre anni disposto dalla legge sull’indulto del 2006. Gratteri e gli altri hanno chiesto di scontare la pena nelle stesse associazioni in cui hanno cominciato quest’anno un servizio volontario. Si tratta, per i maggiori dirigenti, di organizzazioni dell’antimafia sociale. L’accoglienza benevola riservata da queste associazioni ai dirigenti condannati per la Diaz non è priva di ambiguità che meriterebbero un chiarimento, ma per questo rimando a un mio articolo su altreconomia.it. Il Tribunale di sorveglianza ha rinviato una decisione a dicembre, invitando nel frattempo Gratteri e gli altri a valutare se non sia opportuno esprimere pubblicamente rincrescimento per le proprie azioni. Una richiesta che nasce da una constatazione: nessuno dei condannati si è mai assunto la responsabilità di quanto accaduto alla Diaz; nessuno, inoltre, ha mai collaborato con la magistratura nella ricerca della verità (si pensi al caso di Mark Covell, quasi ucciso all’esterno della scuola Diaz davanti a decine di agenti e dirigenti).

Alcuni dei malcapitati cittadini finiti nel vortice di violenze e di falsi alla scuola Diaz, patrocinati da Valerio Onida e altri avvocati, si sono rivolti alla Corte europea mettendo in fila una serie di fatti che equivalgono ad altrettante violazioni dei princìpi e delle regole che caratterizzano in Europa la tutela dei diritti umani: la violazione del divieto di tortura e trattamento inumano e degradante; l’arbitrarietà degli arresti; la mancata identificazione degli agenti autori delle violenze; l’ineffettività delle pene inflitte ai condannati causa prescrizione e indulto; la sproporzionata reazione dell’ordinamento rispetto ai reati compiuti da alcuni manifestanti (fino a 14 anni per devastazione e saccheggio); la mancanza nell’ordinamento italiano di una legge sulla tortura e di forme strutturali di prevenzione degli abusi. I ricorrenti scrivono che “nonostante il formale riconoscimento da parte dello Stato italiano delle gravi responsabilità a suoi agenti per i fatti in esame, i ricorrenti devono tuttora considerarsi ‘vittime’ delle violazioni subite ai sensi dell’art. 34 Cedu, non essendo intervenuta -né potendo intervenire in futuro- un’effettiva punizione dei soggetti riconosciuti responsabili”.

Dopo anni di silenzio di fronte a richieste continue di informazioni, il ministero dell’Interno ha finalmente informato il Tribunale di sorveglianza delle azioni disciplinari avviate nei confronti dei condannati nel processo Diaz: nessun procedimento sui funzionari che hanno beneficiato della prescrizione; azione disciplinare per comportamenti colposi a carico degli altri, che però la giustizia ha riconosciuto colpevoli di condotte dolose. Se non fossimo in Italia sarebbe uno scandalo nello scandalo. —

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