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Tra problemi ed eccellenze, miti da sfatare sull’università. Ma il nostro sistema economico arretrato
non sa come utilizzare al meglio i giovani laureati —

Tratto da Altreconomia 153 — Ottobre 2013

“La mia impressione è che molti discorsi sull’università siano slittati verso una dimensione quasi ‘mitologica’, alla luce della quale si interpretano i dati. Ma i numeri, nella maggior parte dei casi, dicono cose ben diverse da quelle che siamo abituati a sentire sul sistema universitario italiano”.
Insegnare come si analizzano i dati è il lavoro di Giuseppe Di Nicolao, ordinario di “Identificazione dei modelli e analisi dei dati” presso il Dipartimento di ingegneria industriale e dell’informazione dell’Università di Pavia.
Con alcuni colleghi, due anni fa, decide di contribuire alla costruzione di un network di soggetti impiegati nell’università e nella ricerca, che si dedicasse a intervenire “in modo credibile e competente in una discussione che abbia per interlocutori coloro che devono gestire il processo di trasformazione dell’università italiana e specialmente le forze politiche che si candidano a governare il futuro del Paese”. Quel network oggi ha la forma di un blog, www.roars.it (Return On Academic ReSearch). Non nega i problemi e le difficoltà degli atenei italiani, ma spesso sfata alcuni miti. In questo, De Nicolao è un maestro. “Primo dato: il numero di atenei per milione di abitanti. Ci dice se effettivamente, come si sente spesso dire, abbiamo ‘troppi atenei’. Ecco,  secondo uno studio del 2009, l’Italia aveva 1,6 atenei per milione di abitanti. La Spagna 1,7, la Gran Bretagna 2,3, l’Olanda 3,4, la Germania 3,9, la Francia 8,4, gli Stati Uniti d’America 14,5. Se ci confrontiamo con l’estero, siamo quindi molto indietro. Scontiamo un grave ritardo su istruzione e formazione, che deriva da un retroterra storico molto svantaggiato. Quella che qui consideriamo università ‘di massa’, quasi in senso spregiativo, è in realtà molto lontana dai numeri stranieri”. “Come ogni anno, in estate l’Ocse ha pubblicato i dati sui sistemi universitari dei Paesi aderenti (www.ocse.org, ndr). È la fonte più autorevole per poter fare paragoni e nel caso dare giudizi”, spiega. Gli chiediamo di elencare alcuni indicatori che tratteggino con chiarezza lo stato di salute della nostra università.

“Un dato significativo è il numero di professori per studente. Abbiamo in mente un Paese popolato da professori universitari, ma l’Ocse ci dice che nella classifica siamo 21esimi su 26 Paesi.
Dall’altra parte, ci ostiniamo a sostenere che l’università italiana sia quasi gratuita, perché le tasse chieste agli studenti non coprono il reale costo (circa 7mila euro a testa l’anno). Anche in questo caso il rapporto Ocse chiarisce la situazione: in Europa siamo terzi per ammontare delle rette. Più che da noi si paga sono in Gran Bretagna (complice la recente -e contestata- riforma di David Cameron) e Olanda. In diverse nazioni si paga zero, perché la formazione universitaria è considerata un elemento del welfare”.
Questi elementi spiegano il numero di laureati italiani? “Più che il numero di laureati sul totale della popolazione, è significativo quello di coloro che hanno tra i 25 e i 34 anni. Qui emerge uno dei dati più macroscopici: col 21% siamo ultimi in Europa, e terzultimi tra i Paesi Ocse, dove la media è del 39%. Qualcuno ancora dice che i laureati italiani sono troppi, argomentando col fatto che trovano lavoro con difficoltà. Ma il problema andrebbe visto da angolazione opposta: che sistema produttivo è quello che non sa che farsene della percentuale più bassa di laureati in Europa? Un sistema arretrato. Come possiamo competere con economie dove la formazione è così più diffusa? Cucendo jeans nel sottoscala? La verità -invece- è che scommettere sull’istruzione è fondamentale. Semmai dovremmo riflettere sul fatto che un’istruzione universitaria di tipo ‘professionalizzante’ è poco presente nel nostro Paese, mentre in altre nazioni è più diffusa. Potremmo cercare di ridurre le distanze proprio con questo tipo di corsi di studi”.
E i fuori corso? “L’età media dei laureati italiani di primo livello è più bassa della media Ocse. Certamente è un problema serio, ma è diffuso in tutto il mondo. Da noi c’è tutta una lettura che vede i nostri studenti come antropologicamente diversi, dei fannulloni nati. Negli Usa, per fare un esempio, il dato non è meno drammatico. La verità è che dovremmo affrontare il fatto che nei periodi di crisi la mancanza di risorse costringe a lavorare e a ritardare gli studi. O a non iscriversi affatto”.

Quanto costa uno studente al sistema? “Questo è un dato importante, perché il dibattito sull’università italiana ha avuto un picco tra il 2003 e il 2008, con una serie di interventi di economisti più o meno noti -e preparati-. La riforma del ministro Mariastella Gelmini è figlia di quel periodo. Nel quale il contesto ideologico era: l’università è un secchio bucato, che perde dal fondo. Inutile quindi continuare a buttarci soldi, sarebbe uno spreco. Il problema di quest’impianto era che i dati Ocse dicevano -e dicono tuttora- altro. Si è arrivati a manipolarli per giustificare il taglio del fondo di finanziamento ordinario, da 7,3 a 6,6 miliardi di euro. La verità è che -dato 2013- siamo 14esimi su 24 Paesi, e il costo per studente italiano è sotto la media Ocse. Se in aggiunta a questo ricordiamo che le tasse pagate dagli studenti sono tra le più alte, il risultato è che lo Stato italiano spende in realtà poco rispetto agli altri”.
Tuttavia, dovremmo poter giudicare anche la qualità degli atenei. “Chi confronta la produzione scientifica delle nazioni non si basa sulle classifiche degli atenei, ma su un dato più significativo, ovvero la produzione di articoli scientifici e, per misurarne l’impatto, sul numero di citazioni che questi ricevono. Visti così, eravamo settimi fino a qualche anno fa: oggi ottavi al mondo perché superati dalla Cina. La verità è che le classifiche premiano le grandi concentrazioni universitarie. Spesso, si biasima l’assenza degli atenei italiani nelle prime 100 posizioni. Se si considera però che le università nel mondo sono circa 16mila, essere tra le prime 500 (dove si piazzano buona parte delle italiane) vuol dire risiedere nel ‘top’ 5%. D’altronde, il nostro è un sistema che privilegia la qualità diffusa, piuttosto che punte di eccellenza. Tutto questo va poi riferito a un altro dato fondamentale: in termini di percentuale sul prodotto interno lordo, la spesa italiana per l’università è 30esima su 33. Per questo motivo nel 2011 abbiamo fondato il blog: avevamo la percezione che ci fosse una distorsione dell’informazione, e che questa influisse sulle politiche, mettendo in pericolo l’università e l’Italia.
Il Paese è così poco istruito che non percepisce il ritardo che abbiamo. Anzi, c’è chi vuole meno laureati. Vedo in questo un avvitamento veramente allarmante. Il fatto che i giovani laureati non trovino lavoro nel Paese con la più bassa percentuale di laureati d’Europa è un problema del sistema produttivo prima ancora che della laurea. La ‘bassa produttività’ dipende molto più da questo, che da quanto tempo hanno gli operai per andare al bagno”.

AlmaLaurea è un consorzio interuniversitario  nato nel 1994 all’Università di Bologna, per iniziativa del  professor Andrea Cammelli, per valutare le capacità formative delle università e per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per laureati (almalaurea.it). A marzo AlmaLaurea ha presentato il suo quindicesimo rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati (ad 1, 3 e 5 anni dalla conclusione degli studi), un poderoso lavoro che ha coinvolto oltre 400mila ex studenti. Il titolo: “Investire nei giovani: se non ora, quando?”.
“Siamo a fondo scala per numero di laureati tra i Paesi Ocse. E raccontiamo favole, come quella che ci sono troppi studenti in discipline umanistiche: siamo al 22%, la Germania al 31%, gli Usa al 29%, la media Ocse 25%. Noi abbiamo invece fatto una ricerca per quantificare i laureati in materie scientifiche: 37%. Negli Usa sono al 26%. I numeri non dicono tutto, però almeno andrebbero guardati. ‘Guardate nel cannocchiale’, direbbe Galileo” spiega Cammelli.
“Purtroppo abbiamo un tasso di laureati molto basso. Ma lasciatemi ricordare un dato significativo che pochi conoscono: la maggior parte dei nostri manager ha solo la scuola dell’obbligo come titolo di studio. Sono il 37%, mentre il Germania il 7%. In Germania sono laureati il 44% dei manager: in Italia il 15%. Ecco, il nostro ritardo. Ecco perché bisogna investire di più sulla formazione universitaria (e forse aprire l’istituzione anche ai manager: sarebbe una ricchezza che il loro bagaglio di esperienza fosse portato nelle aule, magari in corsi serali). Mentre in tutta Europa l’occupazione ad elevata specializzazione cresce, da noi cala. Spendiamo poco per le università, spendiamo poco per la ricerca. Non solo lo Stato, ma anche le imprese: in Germania il triplo rispetto all’Italia. Anche se nei periodi di carestia il contadino dovrebbe tagliare su tutto, salvo che sulla semina. Siamo un Paese che ha perso il 38% dei diciottenni dal 1985 a oggi: eppure, su questi pochi giovani investiamo così poco. E non c’è politica per il diritto allo studio. Ciononostante, i laureati hanno molte più chance sul mercato del lavoro di un diplomato: è vero che la condizione occupazionale si è ridotta, ma rimane premiante”.

L’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema Universitario e della ricerca, www.anvur.org) è stata istituita con la legge 286 del 2006, ma solo con la cosiddetta “riforma Gelmini” è divenuta operativa, a seguito della nomina dei componenti del Consiglio direttivo, nel 2011. I suoi compiti sono molto ampi: in sintesi si tratta di un ente pubblico che valuta la qualità del sistema universitario e della ricerca pubblica, a seguito dell’affermarsi, con la riforma del ministro Berlinguer, del principio dell’autonomia degli atenei, ponendosi a monte e a valle dei processi interni al sistema. A monte perché gli atenei che vogliono istituire nuovi corsi di laurea devono accreditarli presso l’agenzia (è il sistema Ava: Autovalutazione, valutazione periodica, accreditamento), a valle perché quest’ultima ha il compito, tra le altre cose, di valutare il reclutamento del personale docente e dei ricercatori, e della qualità delle ricerche.
All’Anvur spetta anche di stabilire i criteri per l’Abilitazione scientifica nazionale (Asn), condizione necessaria affinché un professore possa passare di livello, ovvero da “precario” (o da ricercatore, ruolo a esaurimento) a professore associato, e da associato a professore ordinario (con in tasca l’abilitazione, si hanno 3 anni per essere chiamati da una università; la procedura di chiamata avviene tramite regolamento interno all’ateneo e poi per voto favorevole della maggioranza dei componenti del dipartimento di riferimento).
Asn e Ava sono ancora in una fase iniziale e non ancora a regime. È stato invece redatto il primo rapporto “Valutazione della qualità della ricerca (VQR) 2004-2010”, il cui compito è appunto quello di analizzare le produzioni scientifiche degli atenei e dei centri di ricerca italiani. “È importante sottolineare che l’università è per ora l’unico comparto pubblico che si è dotato di un sistema organico di valutazione indipendente. Mi pare un segno di grande responsabilità” spiega Alberto Anfossi, che oltre a essere già presidente della cooperativa di commercio equo Mondo Nuovo di Torino e nel cda di Altromercato fa parte del team che ha valutato circa 180mila prodotti di ricerca, provenienti da 95 università, 12 enti di ricerca, 26 enti volontari: “Si è trattato di un processo unico al mondo per vastità, se si pensa che in Inghilterra si valutano circa 22mila prodotti. Grazie alla VQR possiamo dire che rispetto al contesto internazionale la situazione italiana è buona, con punte di eccellenza in chimica e fisica. Nel dettaglio emerge una componente di soggetti completamente inattivi (ovvero che non ha prodotto una sola ricerca pubblicata in 7 anni) più o meno in tutti i dipartimenti. Siamo attorno al 5%: un dato forse fisiologico, ma che almeno oggi conosciamo con precisione. Ad esempio in campo economico chi è nel management/economia aziendale come ambito di ricerca produce in media ricerca di qualità inferiore (la metà) rispetto agli altri tipi di economisti. I dati ci dicono poi che al Sud mediamente i risultati sono meno buoni, mentre strutture ‘monomissione’, come la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, mantengono le proprio eccellenze. Ancora, abbiamo registrato molti risultati positivi tra i giovani ricercatori, la cui media di valutazione è più alta. Anche questa era una statistica che prima non c’era”. Dal suo punto di osservazione, il giudizio di Alberto -che ha svolto un dottorato di ricerca in fisica al Politecnico di Torino- sul sistema è chiaro: “L’università italiana è sicuramente sottofinanziata. Tuttavia spesso non sappiamo fare scelte. Per esempio, confrontando il nostro sistema con quello di altri Paesi, l’Italia non è stata in grado di individuare grandi università finalizzate alla ricerca di punta, da finanziare adeguatamente, e poi ‘università di insegnamento’, in cui magari si presta maggiore attenzione al territorio e alle sue prerogative. Questo sistema, per garantire pari opportunità, ha bisogno di una forte attenzione alla tutela del diritto allo studio.
I laureati italiani sono ancora molto appetiti all’estero, e questo è un buon indicatore per il livello della didattica. Ma non si possono fare politiche solo sugli studenti migliori. Io mi preoccuperei dei ‘medi’, che dopo anni di fatica e di investimento delle famiglie si ritrovano spiazzati nel mondo del lavoro. Anche la polarizzazione delle iscrizioni su facoltà che storicamente sono percepite dagli studenti e dalle famiglie come più sicure -ad esempio medicina, ingegneria, economia- rappresenta un impoverimento del sistema, che non ti fa scegliere liberamente gli studi cui dedicarti”. —

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