Economia

Fumo negli occhi

I costi socio-sanitari causati dal consumo di tabacco sono il doppio degli introiti fiscali. Eppure le multinazionali -Philip Morris, British American Tobacco e Japan Tobacco International controllano il 70% del mercato- continuano a fare profitti record. Secondo la direttrice generale dell’Oms, Margaret Chan, "aumentare le tasse sul tabacco è il modo più efficace per ridurne il consumo e salvare vite umane"

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

Fa male, e i costi socio-sanitari che comporta valgono il doppio rispetto al gettito che garantisce. Inoltre, il 90% del prodotto è importato e le multinazionali regine del mercato remano contro al benché minimo aumento delle accise, e quindi dei prezzi. È il fumo, fenomeno tanto diffuso quanto poco conosciuto.
Il nostro viaggio inizia a Settimo Torinese, presso lo stabilimento di una delle due sole aziende che ancora producono sigarette nel Paese: Yesmoke. Un grande blocco di tabacco risale lentamente lungo il nastro della macchina che dovrà sminuzzarlo. Quel che resta è sparato attraverso dei tubi in un altro grande stanzone, dove resta chiuso nei silos per almeno 24 ore. Poi via, fino ad un rullo, che lo fa cadere ordinatamente il su un corridoio dove carta e filtri lo renderanno sigaretta. Per 10mila volte al minuto. Pochi istanti e, a gruppi di venti, le sigarette sono diventate un pacchetto.
Solo un pacchetto ogni dieci, tra quelli consumati in Italia, è prodotto nel nostro Paese: una dipendenza collegata alla filiera del tabacco in Europa. Nel 2012 le sigarette prodotte nel mondo sono state 6.400 miliardi di pezzi, di cui 614 miliardi in Europa. Nel giro di cinque anni (2007-2012) volume e valore della filiera europea delle sigarette sono crollati rispettivamente del 23% e del 37%. In questo scenario l’Italia si è confermata prima nazione del continente per quantità di tonnellate di tabacco prodotto: 51.310 nel 2012 (dati Nomisma). Seguono Polonia (31.628) e Spagna (31.300). È un primato che, fortunatamente, ha registrato un calo del 29% nel corso di un solo anno (del 59% se proiettato su dieci anni). Chi è cresciuto, esponenzialmente, è la Romania (2.600 tonnellate nel 2012, più 114% rispetto al 2011).
Cala la coltivazione anche perché diminuiscono le superfici a disposizione: nel giro di dieci anni, l’Italia -specie nelle quattro Regioni di punta del settore: Umbria, Campania, Veneto e Toscana-  ha perso il 60% degli ettari dedicati a tabacco, passati dai 37mila del 2002 ai poco più di 15mila del 2012.

La produzione industriale, poi, è andata scomparendo, risultando oggi -per quanto riguarda le sigarette- in capo a due aziende soltanto, Yesmoke e Manifattura Italiana Tabacchi. Stando ai dati dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, le sigarette prodotte in Italia nel 2012 sono state “solo” 1,2 miliardi di pezzi, l’80% in meno dell’anno precedente. Ciò significa che degli 84,5 milioni di chilogrammi di “tabacco lavorato” venduti in Italia nel 2012, ben 76 milioni sono stati importati dall’estero (l’89%). Questo è il mercato della sigaretta, che nel 2012 valeva (come vendite) 18,9 miliardi di euro, e ha assicurato allo Stato 14,2 miliardi (tra Iva e accisa).
Coltivazione in crisi e produzione industriale sostanzialmente azzerata hanno lasciato il campo alla “compensazione” estera, che si è tradotta in una concentrazione oligopolistica in capo a tre grandi società multinazionali. Philip Morris International (Pmi), British American Tobacco (Bat) e Japan Tobacco International (Jti). Le stesse che -insieme a Imperial Tobacco Group- detengono il 70% della produzione e del consumo di sigarette al mondo, ossia il prodotto tratto dal tabacco più consumato (in Europa è pari al 92% del totale, nel nostro Paese il 93%).
Alla schiacciante quota di mercato corrispondono anche marginalità al di sopra di ogni altro settore in cui operano altre multinazionali. Secondo una proiezione elaborata dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), nel 2011 Bat avrebbe conseguito una percentuale di guadagno del 33,7%, doppiando Danone (15,9%), Nestlé (13,2%), o anche L’Oreal (15,5%) e Heineken (14,4%). In Italia, le prime tre multinazionali citate (che non producono un solo pacchetto in Italia) detengono -stando alla rilevazione di Euromonitor International del 2008- il 93,2% del mercato delle sigarette: 52,9% per Pmi, 24,1% per Bat, 16,2% per Jti.

Philip Morris International opera nel Paese attraverso due società. La prima si chiama Philip Morris Italia Srl, ha sede a Roma, conta 350 dipendenti circa ed è posseduta per il 95% dalla Philip Morris International Management Sa di Losanna, Svizzera, e controllata dalla casa madre statunitense Philip Morris International Inc (nel cui cda siede anche Sergio Marchionne).
I ricavi da “vendite di sigarette” -grazie ai marchi Chesterfield, Diana, L&M, Marlboro, Mercedes superior, Merit, Multifilter, Muratti, Parliament, Philip Morris, Virginia Slims– registrati al 2012 erano pari a 1,39 miliardi di euro (il 95% del totale). Fatturato ragguardevole che è stato però eroso da altissimi costi per materie prime: 1,27 miliardi di euro. Costi che -spiega la nota integrativa al bilancio 2012- “sono prevalentemente correlati ai ricavi derivanti dalla vendita di sigarette e di tabacco lavorato acquistate da società consociate estere”. Chi fa il prezzo della materia prima, che incide sui costi e quindi sull’imponibile fiscale, è sempre Philip Morris. Conoscere criteri di formazione dei prezzi e valutazione della materia prima, e in generale ottenere la disponibilità ad un’intervista da parte della società, è impossibile, “data la considerevole mole di tempo richiesta da altre improrogabili priorità”, come fanno sapere dall’ufficio stampa. La seconda “parte” di Pmi in Italia si chiama Intertaba Spa, ed è di proprietà di un’altra società svizzera del gruppo (Philip Morris Brands Sarl) ma sempre controllata dalla principale americana. Opera a Zola Predosa (Bologna), dove impiega 390 dipendenti nella fabbricazione dei filtri che vende per il 94,5% dei casi a proprie affiliate.
Sigarette e fatturato, quindi, ma anche filantropia e liberalità. È il caso di Vita Giving Europe Onlus -associazione nata in seno al “portale della sostenibilità” del mensile Vita– che nel 2010 ha ricevuto da Philip Morris un finanziamento di 200mila dollari nell’ambito del Fondo Vge-Pmi (a “favore delle popolazioni terremotate dell’Abruzzo”). Anche gli organizzatori del Festival di giornalismo di Perugia hanno beneficiato di 20mila euro investiti da Philip Morris attraverso il crowfunding lanciato per l’edizione 2014.

British American Tobacco Italia Spa (posseduta al 100% dalla britannica British American Tobacco Italy Limited) è la filiale del gruppo Bat, lo stesso che nel 2003 ha rilevato per 2,3 miliardi di euro l’allora Ente Tabacchi Italiani spa, con annessa produzione, dipendenti e manifatture collegate agli ex monopoli di Stato. Il bilancio depositato è quello di una holding (British American Tobacco Southern Europe spa) che non consente alcuna analisi dell’attività della società operante in Italia che possiede al 100%, la BAT Italia Spa. Dall’ufficio stampa nessun riscontro. Restano i marchi: Dunhill, Kent, Lucky Strike, Ms, Nazionali, Pall Mall, Rothmans, Vogue.

Camel, Glamour, More, Memphis e Winston sono invece i prodotti che fanno capo alla JT International Italia Srl, posseduta al 100% dalla olandese JT International Holding Bv. L’oggetto sociale della filiale italiana ne definisce chiaramente l’attività: “Promozione commerciale, anche in qualità di agente”. La struttura è la stessa delle filiali italiane di Google e Facebook, che registrano ricavi grazie a prestazioni di servizi effettuate a favore delle dirette controllanti in Paesi a fiscalità agevolata: come fossero commissioni, ben diverse dall’intero fatturato (vedi Ae 152).
“I ricavi della Società -si legge nella relazione sulla gestione 2012- sono prevalentemente costituiti dalle commissioni riconosciute dalla Preponente sulle vendite dalla stessa effettuate sul territorio italiano”. “Servizi commerciali, pubbliche relazioni e consulenze” che garantiscono alla Jt italiana ricavi per soli 57 milioni di euro. Molto distanti da un fatturato “stimabile” di 460 milioni di euro circa data la quota di mercato detenuta in Italia (il 16,2% su un fatturato complessivo, ai produttori, di 2,8 miliardi di euro). Come Philip Morris, però, anche l’ufficio stampa di Jti fa sapere che per “imprevisti interni non siamo riusciti a rispettare la deadline” per poter “soddisfare la sua richiesta” d’intervista.

E se il comparto commerciale è in mano a questi tre soggetti, quello logistico è sostanzialmente un monopolio. A condurlo è la spagnola Logista, che nel 2005 ha rilevato da Bat Italia sia la distribuzione sia la vendita, dando vita alla società Logista Italia. Con 226 dipendenti, cura una rete rivolta a circa 56mila rivendite distribuite su tutto il territorio nazionale, che serve tramite 183 depositi fiscali -8 centrali e 175 locali-. In più, riscuote e versa all’erario le tasse che gravano sui prodotti da fumo: 14,2 miliardi di euro nel 2012.
Un gettito importante solo in apparenza. Perché se è vero che il comparto tabacco ha assicurato quelle risorse, è altrettanto dimostrato che il nostro Paese ne abbia dovute investire almeno il doppio per far fronte ai costi sanitari e sociali del fumo. Secondo l’indagine demoscopica “Il fumo in Italia” condotta da Doxa, Istituto superiore di sanità, Istituto Mario Negri e Osservatorio fumo, alcol e droga, dal 1975 al 2013 la percentuale dei fumatori è scesa dal 34% al 20,6%, ma resta la questione di salute pubblica: secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) il fumo può provocare il cancro a oltre 15 organi, ed è la forma maggiormente prevenibile di tumore al mondo. Causa la morte di 5 milioni di persone ogni anno nel mondo, e se i trend di questi anni rimarranno stabili determinerà il decesso di 8 milioni di persone nel 2030. In Italia è responsabile del 14% delle morti che si registrano ogni anno. E proprio il prezzo -che nel 2012 ha visto il 75,1% andare in tassazione, il 10% ai rivenditori al dettaglio e il 14,9% ai produttori e distributori- sarebbe un’arma vincente per contrastare il problema. Lo sostengono l’Organizzazione mondiale della sanità -che ha indicato la sua modulazione come strumento ad hoc nella Convenzione sul controllo del tabacco del 2005-, e l’Europa, tramite il progetto PPACTE sulle politiche di prezzo e controllo a riguardo. Perché prezzi alti disincentivano i consumi. Insieme al PPACTE ha lavorato Silvano Gallus, del dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto Mario Negri di Milano. È l’autore di uno studio sugli effetti di un aumento dei prezzi delle sigarette sui consumi: “Ho analizzato il prezzo reale di vendita (aggiustato per inflazione) dal 1970 al 2001 -spiega Gallus ad Ae-, e verificato come a un aumento del prezzo del 10% corrispondesse una diminuzione dei consumi del 4,6%. Pur con le sue limitazioni -prosegue Gallus- quello studio ha permesso di giungere a una buona stima dell’elasticità, e cioè della ‘reazione’ dei consumi all’innalzamento dei prezzi, a livello europeo, pari allo 0,4”.
In Italia, però, prezzo e tassazione non hanno rappresentato leve d’interesse pubblico, quanto più strumenti adatti a garantire buoni margini ai più influenti sul mercato.

Per capirlo, torniamo a Settimo Torinese, allo stabilimento della “Yesmoke”.
Fino al 2012, il prezzo delle sigarette è stato sostanzialmente bloccato da due strumenti: il prezzo minimo e la successiva “tassa minima penalizzante”. Il primo consisteva nell’obbligare ciascun produttore a non vendere al di sotto di una certa soglia di prezzo: quello della classe di sigaretta più venduta. Presentata dai legislatori come una forma di tutela della salute pubblica, il prezzo minimo introdotto nel nostro Paese nel 2005 (Giulio Tremonti ministro dell’Economia), ha di fatto garantito i margini dei produttori della classe di sigaretta più venduta. Un meccanismo che nel giugno 2010 è costato -per iniziativa della Commissione europea e della stessa Yesmoke- una condanna all’Italia in sede di Corte di giustizia europea, perché ritenuto idoneo “ad arrecare pregiudizio alle relazioni concorrenziali, impedendo a taluni di questi produttori o importatori di trarre vantaggio da prezzi di costo inferiori per proporre più allettanti prezzi di vendita”. Nonostante il pronunciamento comunitario, però, nel luglio 2010 il Parlamento italiano approva la legge per la “stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” (Giulio Tremonti è sempre il ministro dell’Economia) dove è stabilito che chi avesse dovuto vendere sigarette a un prezzo inferiore a quello “della classe di prezzo più richiesta” avrebbe sopportato un’accisa del 115%. Dopo un’altra battaglia legale, il 5 aprile 2012 il Tar del Lazio stronca la misura: la “tassa minima penalizzante” rappresenta una “sostanziale elusione del giudicato comunitario”. Lo scorso anno il Consiglio di Stato ha congelato il giudizio e inviato il tutto alla Corte di giustizia dell’Unione europea. “Senza più il prezzo minimo e la contestata tassa minima penalizzante -sostiene Giampaolo Messina, co-fondatore di Yesmoke- stiamo costringendo i protagonisti del cartello a scendere di prezzo, vendendo a 4 euro il pacchetto. Nel settore delle sigarette 10, 20 o 30 centesimi sono determinanti”. È una “guerra”, secondo il fondatore di Yesmoke, che delinea strategie e obiettivi, coinvolgendo direttamente lo Stato: “Noi vogliamo vendere al prezzo di costo, puntando solo all’acquisizione di quote di mercato”. Bassi prezzi che però incentivano il consumo. “Stiamo aspettando che lo Stato si decida ad alzare le tasse, come è stato per l’Iva -ribatte Messina- in modo tale che gli altri siano costretti a salire di prezzo o a rinunciare a margini di guadagno milionari”.
Ma l’aliquota dell’accisa è ferma al 2005. Composta da due valori, specifico e ad valorem, grava sui tabacchi per il 58,5%, mentre in Francia si attesta a quota 64,5%. Inoltre, l’Italia è il Paese europeo che ha la componente “specifica” (che è un valore fisso, applicato indipendentemente dal prezzo di base) più bassa (7,5%). Eppure, secondo il progetto TobTaxy (smokefreepartnership.eu/tobtaxy) -finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma salute-, sarebbe proprio questo l’ingrediente vincente per l’erario e più “temuto” dai produttori, perché non consente loro di manipolare il prezzo riducendo il proprio imponibile fiscale. E la tassazione sarà il tema centrale del World No Tobacco Day, organizzato dall’Oms il 31 maggio 2014.
L’ultima iniziativa legislativa italiana in materia risale all’agosto 2013, all’interno del decreto 91 sulla tutela, valorizzazione e rilancio delle attività culturali e del turismo. Dal primo gennaio 2014 un incremento (lievissimo) dell’accisa avrebbe dovuto “assicurare maggiori entrate” per 50 milioni di euro all’anno. Un tentativo già rinviato, visto che la Legge di stabilità -approvata il 27 dicembre 2013- ha spostato il termine al primo maggio 2014 e diminuito l’incremento (33 milioni di euro).
Abbattere i costi socio-sanitari derivanti da fumo, però, è un traguardo avversato da chi definisce “paternalistico” qualsiasi “intrusione” nel mercato. Il caso più recente è quello della direttiva europea sul tabacco, approvata all’inizio del 2014. Tra le altre cose, prevede l’obbligo di “coprire” il 65% del pacchetto con informazioni sulle ricadute sulla salute del fumo. Contro l’iniziativa comunitaria si sono mosse due fondazioni politiche (vedi Ae 141): Magna Carta, presieduta dall’ex ministro Gaetano Quagliariello, e Italianieuropei, di Massimo D’Alema. Entrambe concordano con Bat Italia. Forse perché la prima ha avuto come presidente l’ex amministratore delegato della filiale della multinazionale, Francesco Valli, e la seconda la annoveri tra gli inserzionisti pubblicitari della sua rivista mensile. —

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