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Fondo pensione col buco – Ae 59

Numero 59, marzo 2005Uno dei più antichi fondi pensione italiani fallisce. E migliaia di dipendenti rischiano di perdere i contributi versati in una vita. Una storia che, tra non molto, potrebbe riguardarci tutti Oltre 10 mila pensionati, la metà sopra gli…

Tratto da Altreconomia 59 — Marzo 2005

Numero 59, marzo 2005

Uno dei più antichi fondi pensione italiani fallisce. E migliaia di dipendenti rischiano di perdere i contributi versati in una vita.
Una storia che, tra non molto, potrebbe riguardarci tutti

 
Oltre 10 mila pensionati, la metà sopra gli 80 anni, della ex Banca Commerciale Italiana (acquisita nel 2001 da Banca Intesa) hanno ricevuto in gennaio la mensilità di previdenza integrativa decurtata del 25%. In febbraio e marzo il taglio salirà al 50%. Poi le mensilità saranno azzerate, in attesa di ricevere qualcosa dalla liquidazione del Fondo pensione. Quando e quanto non si sa.
 
Questa triste vicenda avviene in un momento molto delicato per lo sviluppo della previdenza complementare. È stata da poco varata una nuova riforma delle pensioni pubbliche, ed è in discussione il trasferimento del trattamento di fine rapporto dei lavoratori dipendenti (la cosiddetta liquidazione o tfr) ai fondi pensione privati, che nei prossimi anni dovranno diventare una parte importante delle mensilità percepite dai pensionati, a fronte di pensioni pubbliche meno ricche. Ed è curioso notare che quasi tutti i principali mass-media italiani hanno trascurato la notizia.
 
Il Fondo pensione della Banca Commerciale Italiana è il primo caso di fondo pensione in liquidazione, ossia tecnicamente fallito. Nato nel 1905, il fondo oggi ha 21.935 soci e non è in grado di garantire le prestazioni previste. Per i vecchi dipendenti iscriversi al fondo era obbligatorio, all’atto dell’assunzione.
 
Cosa è accaduto? Da un lato la gestione del patrimonio del fondo in titoli e immobili non ha dato i rendimenti sperati. Dall’altro il rapporto tra numero di iscritti in attività e pensionati è diminuito bruscamente negli ultimi anni. Tra l’altro, a partire dagli anni ‘90, il Fondo è stato utilizzato per facilitare una politica aziendale di esodi incentivati; nel 1999 la Banca Commerciale Italiana mise a disposizione 150 miliardi di lire per controbilanciare gli squilibri causati da quelle politiche. Ma non è bastato.
 
Nell’esercizio 2003 il disavanzo ammontava a 28,5 milioni di euro. Ed è in continuo aumento. Il Fondo sborsa circa 60 milioni l’anno per pagare le pensioni e incassa, tra affitti e rendimenti dei titoli, circa una trentina di milioni. Il patrimonio mobiliare vale circa 350-400 milioni, fra 900 e 1.000 quello immobiliare.
 
Lo scorso 10 dicembre Banca Intesa e il Consiglio d’amministrazione del Fondo, formato da membri nominati dalla banca e dai principali sindacati, siglano un accordo per chiedere alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) il commissariamento del Fondo e la successiva liquidazione. Solo la Fabi, il sindacato autonomo dei bancari, vota contro. L’accordo prevede il trasferimento in tempi brevi delle posizioni previdenziali dei partecipanti in servizio iscritti al Fondo dal 28 aprile 1993 al fondo pensioni di Banca Intesa, un trasferimento successivo dei partecipanti in servizio iscritti al fondo prima del 28 aprile 1993 e una offerta di una tantum agli attuali pensionati in sostituzione della rendita vitalizia, per arrivare nel tempo alla delibera di scioglimento del fondo pensioni Comit. Il ricavato delle dismissioni del patrimonio residuale sarà accantonato in attesa di essere distribuito tra i soci.
 
L’antivigilia di Natale la Covip risponde bocciando la richiesta di commissariamento per mancanza dei requisiti di eccezionale gravità. La Covip invita il Consiglio d’amministrazione a riconsiderare l’accordo in modo da tutelare in modo più adeguato ed equilibrato gli interessi sia dei pensionati che dei soci in attività; ricorda la possibilità del Fondo di ricorrere all’indebitamento per temporanee esigenze di liquidità; scrive che la prevista sospensione di ogni forma di erogazione a favore dei pensionati deve essere riconsiderata. Ma il Consiglio d’amministrazione prosegue col suo piano. Decurta le pensioni di gennaio del 25%; e il 12 gennaio delibera di inviare ai soci attivi una lettera di richiesta di trasferimento ai Fondi di Banca Intesa.
 
Nonostante il controllo di fatto da parte di Banca Intesa, il fondo ha una propria personalità giuridica e il patrimonio della banca è legalmente inattaccabile. Nessuna garanzia neanche da parte dello Stato, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti dove un’assicurazione governativa copre parzialmente i fondi pensione di aziende fallite. !!pagebreak!!
 
Nel 2035 pensioni a metà (stipendio)
Il futuro incerto delle nostre liquidazioni
Oggi un lavoratore che va in pensione riceve un assegno mensile che corrisponde al 75-80% dello stipendio, ma è una percentuale in rapida discesa. Si calcola che nel 2035, per effetto della riforma Maroni, la pensione coprirà al massimo il 50-55% dello stipendio, e spesso resterà al di sotto della metà. Per colmare il divario, la riforma punta sulla previdenza integrativa, ossia sui fondi pensione, già previsti dalla vecchia riforma Dini ma mai veramente decollati. Per avere dai fondi un’integrazione dell’assegno mensile pari al 20% dello stipendio, ogni lavoratore, secondo le stime del Covip (il comitato di vigilanza sui fondi pensione), dovrebbe investire per 35 anni il 10-12% della propria retribuzione. È un impegno molto gravoso, se si considera il basso livello degli stipendi pagati in Italia: il 34% dei lavoratori guadagna meno di 15 mila euro all’anno, un altro 54% resta al di sotto dei 25 mila euro. Per non parlare dei precari. Perciò il futuro dei fondi pensione appare ancora incerto: quanti giovani saranno realmente in grado di destinare una quota del 10-12% dei loro magri stipendi alla previdenza integrativa?
In aggiunta, rispetto alla situazione attuale, i lavoratori si troveranno ad affrontare un inedito “rischio previdenziale”: una parte della pensione sarà legata all’andamento delle Borse, con l’addio ad ogni certezza sui rendimenti.
La riforma Maroni, con l’intento di promuovere la previdenza integrativa, ha previsto che siano destinati ai fondi pensioni i soldi del tfr (trattamento di fine rapporto, ossia la liquidazione), accantonati dalle aziende per conto dei lavoratori. Quando il governo emanerà i decreti attuativi, ci saranno sei mesi di tempo per decidere se accettare la destinazione del proprio tfr a un fondo pensione oppure se rifiutare e lasciare tutto com’è, con il diritto a ricevere la liquidazione al momento del pensionamento. In caso di mancata scelta, varrà il principio del silenzio-assenso, con il tfr dirottato sulla previdenza integrativa.
La partita legata ai tfr è enorme: sono in ballo 14 miliardi di euro all’anno, appetiti da banche e operatori finanziari, visto che la riforma Maroni ha deciso di equiparare i fondi negoziali (cogestiti da lavoratori e aziende) alle polizze private. È facile prevedere che si scatenerà una corsa al tfr a colpi di spot e promesse di “investimenti sicuri”.
Lorenzo Guadagnucci
 
E negli States il datore di lavoro è responsabile
Negli Stati Uniti, pionieri delle pensioni private, il datore di lavoro risponde finanziariamente quando un fondo pensione non è in grado di far fronte alle prestazioni promesse. Un anno fa il colosso automobilistico General Motors ha versato circa 10 miliardi di dollari nel fondo dei propri dipendenti, che presentava un forte disavanzo. Inoltre la Pension Benefit Guarantee Corporation, un’agenzia governativa, assicura parzialmente le pensioni dei fondi privati, in cambio di premi assicurativi pagati dalle aziende. Lo scorso 30 dicembre l’agenzia ha dichiarato che coprirà il 48% del disavanzo del fondo dei dipendenti di United Airlines, la seconda compagnia aerea più grande del mondo. United Airlines è fallita nel 2004; il suo fondo pensione ha circa 14 mila soci.

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