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Foggia, l’antimafia sociale che resiste ai clan

Da sette anni, la cooperativa “Pietra di Scarto” coltiva olive e pomodori su un terreno confiscato a Cerignola. È un avamposto prezioso in un territorio che ancora fatica a riconoscere la presenza della criminalità organizzata

I lavoratori di "Pietra di Scarto"
I lavoratori di "Pietra di Scarto"

Il 9 agosto di quest’anno, in pieno giorno, il comune di San Marco in Lamis -13mila abitanti, in provincia di Foggia- è stato teatro di una strage mafiosa che ha fatto quattro morti. Lo Stato ha assicurato una “risposta durissima” -192 agenti aggiuntivi, un sistema di sorveglianza irrobustito- e il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha ricordato che quell’organizzazione criminale non va affatto considerata di serie B.

Settanta chilometri più a Sud di San Marco, a Cerignola, nella stessa provincia, c’è chi da anni risponde alla criminalità organizzata praticando antimafia sociale, sullo stesso “terreno”. Si tratta della cooperativa sociale “Pietra di scarto” (https://m.facebook.com/LaboratorioFrancescoMarcone/?ref=bookmarks), che dal 2010 coltiva olive e pomodori su tre ettari di terreno confiscato proprio a un clan del foggiano. È socia del consorzio di commercio equo e solidale Altromercato (http://www.altromercato.it/) e gestisce una “Bottega del Mondo” nel centro di Cerignola. Pietro Fragasso è il presidente.

“La ‘questione garganica’ esiste da tempo, non nasce oggi e non nasce con questi ultimi tragici omicidi -spiega-. Trovo insensata la definizione giornalistica che è stata data dei due testimoni ammazzati: ‘si trovavano al momento sbagliato nel posto sbagliato’, come se fosse normale morire in quel modo in Italia, nel foggiano. Danni collaterali di una guerra. È una rappresentazione fatalistica di un evento che di fatale non ha nulla nei territori in cui siamo, con tanto di connivenza della società civile e delle amministrazioni”.

Giuseppe Mennuni e Pietro Fragasso della cooperativa "Pietra di Scarto" di Cerignola (FG)
Giuseppe Mennuni e Pietro Fragasso della cooperativa “Pietra di Scarto” di Cerignola (FG)

Le mafie della provincia di Foggia sono state al centro dell’attenzione della Commissione parlamentare antimafia. Nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (secondo semestre 2016) si legge: “La ‘società foggiana’ e la mafia garganica impattano, invece, con inusitata violenza sulla provincia di Foggia, dove continuano a registrarsi attentati dinamitardi ed incendiari in danno di imprenditori ed esercizi commerciali. La criminalità cerignolese si conferma, anche in questo semestre, tra le più dinamiche della Regione nel traffico di stupefacenti, grazie alla capacità di disporre di molteplici canali di approvvigionamento, sia nazionali che esteri”.
Eppure la prima reazione è stata di sorpresa. Perché? “Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia, il giorno dopo la strage, ha detto una cosa saggia: questo territorio paga la negazione del fenomeno. La volontà cioè di tenere nascosto quello che invece è palese. E lo si sta pagando anche in ambito istituzionale. A Cerigonola, ad esempio, c’è una sorta di tabù: la nostra rappresentanza comunale non ha espresso alcunché. Rimango perplesso di fronte a questo atteggiamento. Come se parlare di mafie fosse una sorta di matricidio o di lesa maestà. Il fenomeno mafioso qui è acclarato, dichiarato e prepotente rispetto all’economia cittadina”.

Fin qui la diagnosi. L’annunciata risposta dello Stato, però, è di natura militare. Condividi questo approccio? “Questa prospettiva non basta. Non può risolversi ogni volta nell’opzione della militarizzazione. Quello è un tampone che nel lungo periodo non può portare a soluzioni strutturali. Così come l’istituzione di una sezione della Dda o che cosa. Per carità, ben venga il prezioso operato della magistratura. Ma è una soluzione che interviene dove il fenomeno è già attecchito. Nulla invece si registra sul fronte della prevenzione, della presa di coscienza, del coinvolgimento della società civile”.

Sono sette anni che lavorate sul terreno confiscato. “Quel bene è un racconto: o i luoghi come quello diventano incisivi da un punto di vista ad esempio della dimensione produttiva e delle opportunità occupazionali, oppure è un’occasione persa. Uno dei rischi è di appartenere a un immaginario collettivo che ci vuole come l’‘oasi felice’, con la mafia che vive nel suo mondo di corruzione e morte senza incontrarci mai. Se non riusciamo ad uscire da questo circolo di chierichetti e diavoli, rimaniamo sterili e inutili”.

In che senso? “Il mafioso ti sta accanto. L’esperienza quotidiana ci porta a incontrare persone che vivono quel mondo, conoscono nomi e dinamiche e ti possono raccontare cosa sta avvenendo sul territorio. Ci stiamo accorgendo, ad esempio, che i più importanti esponenti della mafia locale stanno reinvestendo in bar e ristoranti, o stanno cercando di riaffacciarsi sul mondo dell’edilizia”.

“Pietra di scarto” si muove sempre in rete. Lo dimostra il bando della Fondazione con il Sud che si è aggiudicata nel maggio di quest’anno. Al centro, la filiera equa del pomodoro. “Il nostro progetto non prevede solamente la riqualificazione del fabbricato dove lavoriamo ma ha l’ambizione di sviluppare in tre anni l’intera filiera del prodotto. Coinvolgeremo i piccoli produttori attraverso il supporto dell’Associazione lavoratori produttori alimentari ambientali (ALPAA, http://cgilfoggia.it/servizi/alpa.asp), federata alla CGIL, intercettando coloro che coltivano dai 2 ai 3 ettari. Gli proporremo un prezzo equo, a patto di firmare un protocollo di intesa che preveda una serie di principi e criteri tra cui chiaramente la manodopera regolare. Poi sarà il turno dei lavoratori -in collaborazione con la Federazione lavoratori dell’agroindustria (FLAI) della Cgil, uno dei partner insieme alla Fondazione dei Monti Uniti di Foggia-, con lo sguardo rivolto in particolare ai ghetti, da Cerignola a San Severo, creando una sorta di ‘database’ di persone che possano lavorare su questi terreni con continuità”.

Il capannone diventerà poi il laboratorio di trasformazione, dove dovrebbero essere impiegate anche donne provenienti dal vicino centro antiviolenza. E il commercio equo svolgerà una parte importante. “Altromercato -spiega Fragasso- ci ha assicurato il sostegno nella fase del bando, con la prospettiva di diventare interlocutore commerciale del progetto, acquistando la nostra passata o i prodotti trasformati”. L’alternativa esiste già.

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