Economia / Opinioni

Tutti i rischi della “Flat tax” all’italiana

La proposta di applicare un’imposta forfettaria per salvare i conti pubblici presenta molte anomalie e diversi rischi per l’economia italiana. La formula proposta consiste nel far pagare meno tasse e dare più assistenza pubblica a tutti. L’analisi di Alessandro Volpi

Sembra che sia tornata di gran voga l’idea di salvare, quasi miracolosamente, l’economia italiana e i conti pubblici facendo ricorso alla panacea dell’imposta piatta (o Flat tax per usare la ben più accattivante espressione anglosassone). Un’imposta forfettaria che non rispetta il principio costituzionale della progressività, con la sola possibilità di correzione affidata alle deduzioni, e che, secondo ipotesi molto recenti, dovrebbe trovare una applicazione generalizzata all’intero sistema fiscale centrale e locale.

Nel programma di alcune forze politiche, infatti, è ricomparso questo tipico feticcio del neoliberismo più glorioso. Una riemersione che però presenta diverse anomalie e parecchi rischi. La nuova versione della Flat tax, infatti, non viene più percepita come il perno di un sistema fiscale e sociale che caratterizza uno Stato leggero e dal perimetro molto limitato. Per la destra e per i resuscitati moderati nostrani, che stanno discutendo di un’aliquota unica al 25% o addirittura al 15%, l’imposta piatta non rappresenta il mezzo per alleggerire la pressione fiscale a cui si abbina ineluttabilmente una forte riduzione della spesa e dei servizi sociali.

In altre parole: non si tratta del paradigma di una prospettiva culturale ed economica costruita sulla centralità dell’individualismo autosufficiente, sulla libera concorrenza e sulla selezione delle imprese, secondo i già ricordati modelli del turbo-capitalismo, che hanno contraddistinto gli anni Ottanta. Non siamo nel mondo del “meno tasse, meno Stato e più mercato”. Perché in realtà la ricetta della destra e del neo populismo italico abbina in maniera singolare l’applicazione di un’unica aliquota sostanzialmente bassa ad uno Stato sociale irrobustito e fondato su un assistenzialismo universalistico.

È questa l’anomalia della “narrazione” politica, tutta italiana, della Flat tax che non viene presentata nella sua versione originale in cui sono simbioticamente legate le entrate e le uscite pubbliche, con una ristrutturazione radicale dell’idea di Stato, che, peraltro, a poco a che fare con il federalismo ed anzi ne segna la morte definitiva.

La formula magica consiste invece nel far pagare meno tasse e dare più assistenza pubblica a tutti: più edilizia sociale, più assegni, più scuole, più trasporti, più sanità. Dunque si tratta di un liberismo applicato solo sul piano delle entrate pubbliche che si combina con un interventismo sociale da socialismo reale. Questa anomala alchimia presenta però rischi inevitabili. Non sta in piedi infatti se non si immagina di compensare le pesanti minori entrate fiscali con la fideistica convinzione di un rapidissimo innalzamento della fedeltà fiscale degli italiani, in grado di abbattere in modo gigantesco l’evasione. Seguendo questa strada, si tornerà però a costruire bilanci pubblici su entrate del tutto improbabili come il veloce recupero dell’evasione, ottenuto non con controlli più stringenti ma con la persuasione, maturata dagli evasori, di redimersi grazie alla sola aliquota bassa. Si lega così il reaganismo più sfrenato della curva di Laffer, per cui ad aliquote più basse si accompagnano entrate fiscali complessive più alte, alla tradizione del welfare nazionalistico con una maggiore spesa per gli “italiani” autoctoni.

Ipotesi siffatte significano un pericoloso stravolgimento dell’attuale struttura portante delle entrate dello Stato italiano che si regge sull’IRPEF pagata da una fascia limitata di lavoratori dipendenti, di fatto obbligati ad essere fedeli: un’entrata certa a cui corrisponde una spesa altrettanto vincolata. Da questa impostazione che sconta una progressività perfino esasperata si passerebbe, nell’era della Flat tax, a una fase di totale incertezza, trasformando il gettito fiscale in una scommessa destinata, in presenza di spese crescenti, a far rinascere disavanzi e buchi di bilancio da finanziare unicamente con massicce iniezioni di debito pubblico.

Ma il meraviglioso mondo della tassa unica manifesta anche altri limiti. È davvero difficile immaginare l’applicazione di un simile modello al variegatissimo panorama delle nano aziende italiane. Quale sarà l’aliquota di riferimento coerente a una ipotesi di gettito sostenibile per un economia molecolare come la nostra? Non si capisce poi come il sistema della Flat tax si possa adattare alle politiche monetarie della Banca centrale europea che difficilmente potranno restare espansive di fronte alla crisi fiscale di uno Stato membro che per di più ha bisogno di una maggiore dose di debito non certo riducibile pensando di limitare lo Stato sociale ai soli nativi italiani. Purtroppo in un clima elettorale costante possono prendere corpo idee assai stravaganti che tendono a dimenticare persino le più semplici regole del buonsenso.

Università di Pisa

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