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Finanziaria e teatro Valle di Roma, ovvero legalità e legittimità

La finanziaria del 2010 ha soppresso l’ETI, l’Ente Teatrale Italiano. I teatri gestiti da quest’ente sono passati sotto il ministero dei Beni Culturali. Tra questi il Teatro Valle, il più antico di Roma ancora in attività, a pochi metri da…

La finanziaria del 2010 ha soppresso l’ETI, l’Ente Teatrale Italiano. I teatri gestiti da quest’ente sono passati sotto il ministero dei Beni Culturali. Tra questi il Teatro Valle, il più antico di Roma ancora in attività, a pochi metri da Piazza Navona e dal Senato. Il ministero dei Beni Culturali lo ha consegnato al Comune di Roma, che a sua volta avrebbe dovuto organizzare un bando per la sua gestione. Un percorso tanto tortuoso quanto poco chiaro. Nei primi mesi del 2011 si sono rincorse le voci su un possibile affidamento del teatro a privati, addirittura su una sua chiusura per trasformarlo in un bistrot.

Nel frattempo diversi lavoratori sono stati ricollocati con differenti mansioni nell’organico del ministero dei Beni Culturali. Lavoratori con competenze straordinarie. Al teatro Valle le scenografie sono manovrate mediante un complesso gioco di funi e carrucole. Meccanismi più complicati rispetto ai sistemi automatizzati dei teatri moderni, ma che permettono soluzioni sceniche uniche. Tecniche apprese nei secoli scorsi quando a lavorare con corde e pulegge a venti metri dal suolo venivano chiamati i marinai provenienti dai velieri. Oggi chi ha ereditato questi segreti e questa arte si può ritrovare a fare il custode nei musei o a rispondere al telefono nelle sedi del ministero.

E’ contro questo imbarbarimento, contro la privatizzazione della cultura, contro la svendita del più antico teatro di Roma che lo scorso 14 giugno le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo hanno occupato il teatro Valle. Il giorno dopo la straordinaria vittoria dei movimenti referendari per l’acqua, a raccogliere idealmente il testimone della lotta per i Beni comuni.

Da metà giugno gli occupanti hanno avviato un percorso che dovrà portare alla costituzione di una “Fondazione Teatro Valle Bene Comune”, per fare del teatro un centro per la drammaturgia contemporanea e la formazione. In parallelo, giorno dopo giorno, l’occupazione va avanti. Grazie all’impegno degli occupanti che se ne prendono cura, da oltre tre mesi il teatro Valle è stato restituito alla cittadinanza. Tutte le sere vanno in scena spettacoli, concerti, interventi artistici, dibattiti, assemblee. Il tutto chiedendo un contributo libero. Non ci sono biglietti perché non ci sono spettatori. La “quarta parete” che separa il palco dal pubblico è caduta. Sono migliaia le persone che in questi mesi hanno partecipato in prima persona e sostenuto l’occupazione.

Il 30 settembre si è svolta la prima assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori della conoscenza. Centinaia di persone hanno nuovamente fatto rivivere la platea e i palchi del Valle. Un’assemblea convocata per discutere dell’inaccettabile perdita di diritti di chi lavora in un settore chiave tanto per la storia quanto per l’economia italiane e si sente dire dal governo che “con la cultura non si mangia”, e che occorre una nuova finanziaria “lacrime e sangue” per placare il Moloch finanziario.

Misure di austerità e tagli alla cultura, al welfare, alle spese sociali dettati dalla necessità di “un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori”. A scrivere queste parole, nero su bianco, è la Banca Centrale Europea in una lettera segreta inviata al nostro governo lo scorso 5 agosto. La BCE chiede “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali […] attraverso privatizzazioni su larga scala”. Chiede di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”. Negli ultimi paragrafi la BCE arriva a scrivere che “vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari […] sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale”.

Non è chiaro se questa lettera sia più spaventosa nel merito o nel metodo. Nel merito, meno di due mesi dopo il referendum in cui 27 milioni di italiani hanno votato uno storico referendum sui servizi pubblici la BCE chiede privatizzazioni su larga scala. Chiede ai lavoratori già colpiti da una crisi dovuta al comportamento irresponsabile della finanza nuovi sacrifici per ristabilire la fiducia dei mercati. Ristabilire la fiducia. Come se non fosse il gigantesco casinò che ha preso il posto della finanza a dovere radicalmente cambiare rotta per tentare di riconquistare la fiducia dei cittadini. Come se non fosse la finanza ad avere totalmente smarrito il proprio ruolo sociale di strumento al servizio dell’economia per trasformarsi in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Ancora peggio, come se queste richieste non andassero esattamente nella direzione di esasperare l’ingiustizia sociale e la vergognosa distribuzione del reddito che sono in ultima analisi le cause che ci hanno condotto all’eccesso di debito e alla crisi. Lanciati come treni verso il baratro, la BCE ci chiede di accelerare.

Per quanto gravi siano queste richieste, il metodo è probabilmente ancora più terrificante del merito della lettera. Un’istituzione che nessun cittadino europeo vota o elegge democraticamente, che non risponde a nessuna autorità, invia una lettera segreta al nostro governo per definire le politiche che questo dovrà approvare. La BCE arriva a chiedere di modificare la nostra Costituzione, il contratto sociale fondamentale degli italiani, per non fare arrabbiare i mercati finanziari.

E il governo, obbediente, approva. Meno di un mese dopo l’invio della lettera, la manovra finanziaria contiene quasi tutte le “proposte” della BCE. La situazione è talmente paradossale da rendere difficile un’analisi razionale. E’ così che nasce la legge di manovra di bilancio nel nostro Paese. E’ così che viene definita la legalità in Italia. Mentre essere costretti a occupare il più antico teatro di Roma per salvarlo da un futuro per lo meno incerto e per provare ad affermare i propri diritti fondamentali è un atto formalmente illegale. Nel nostro Paese esiste oggi una distanza siderale tra ciò che è legale e ciò che è legittimo.

La manovra finanziaria riguarda l’uso delle nostre tasse, dei nostri soldi, per decidere il nostro futuro. Non è pensabile in un sistema che si vuole democratico che alcuni burocrati di Francoforte ci impongano misure pensate unicamente per compiacere la speculazione internazionale. Rimanendo alle poche scelte del nostro governo, non è pensabile che i cittadini non possano dire la loro rispetto alla decisione di spendere 15 miliardi di euro per acquistare dei cacciabombardieri, una cifra forse superiore per bucare la Val Susa contro il volere di un’intera comunità, mentre assistiamo a tagli all’istruzione, alla sanità, alla ricerca, alla cultura.
 

E’ per questo che l’occupazione del Valle riguarda in primo luogo il teatro in sé come luogo fisico da restituire ai cittadini, ma è una lotta che va oltre il Valle e va oltre la cultura. In questi mesi e nelle parole delle decine di interventi e contributi dell’assemblea del 30 settembre, arriva una proposta per iniziare la costruzione di un diverso modello economico, sociale e culturale. Un modello fondato sul concetto di Bene Comune e sulla democrazia diretta. Grazie a un gruppo di lavoratrici e di lavoratori dello spettacolo che ha deciso di prendere in mano il proprio futuro e di mettersi in gioco per riscriverlo, invitando la cittadinanza a sostenere e condividere un’azione di rottura e un semplice messaggio: occupiamoci di ciò che è nostro.


 

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