Diritti

Fermate le armi leggere

Costi diretti e indiretti, devastazioni e violenza armata tra le mura domestiche: contro i danni causati dalle small arms, c’è bisogno di un Trattato internazionale. Il perché ce lo spiega Rebecca Peters, direttrice della coalizione Iansa

Tratto da Altreconomia 112 — Gennaio 2010

Decisa e determinata, Rebecca Peters, australiana, dirige Iansa (International Action Network on Small Arms, www.iansa.org), una rete di azione contro le armi leggere composta da oltre 800 organismi della società civile in 120 Paesi.

La vostra coalizione chiede un Trattato internazionale sui commerci d’armi…
È fondamentale per mettere un freno ai danni causati dalle armi leggere, circa 500mila morti all’anno: è la “tassa”, in vite umane, di un sistema militarizzato. I nostri gruppi presenti nei luoghi “caldi” del mondo ci fanno pervenire dati, racconti, indicazioni precise, che confermano l’impatto negativo delle armi sulle loro vite.
L’impatto della legislazione internazionale, in merito alle mine anti-uomo, ha portato risultati. Credo che senza un Trattato che metta regole a tutti i commercianti di armi troveranno sicuramente spazio per i loro traffici. Poi serve quello che viene chiamato enforcement, cioè qualcuno che faccia rispettare le regole, e sulle armi leggere non c’è molta volontà politica di azione.

Stati e imprese dicono che un mercato così importante non può essere cancellato…
Il commercio mondiale di armi leggere è valutato in 4 miliardi di dollari all’anno, molto poco se lo compariamo ad esempio al mercato del caffè, che si stima valga 50 miliardi di dollari all’anno. E il dato non considera l’impatto negativo delle armi, il costo diretto e indiretto della devastazione che causano, davvero rilevante soprattutto per i Paesi del Sud del mondo. La Banca Mondiale stima la violenza armata è responsabile di una caduta del 12% del Pil dell’America Latina.

Il 30 ottobre 2009 i Paesi Onu hanno votato per avere un Trattato entro il 2012. Siamo a un buon punto?
La buona notizia è il voto a favore degli Stati Uniti d’America, che spero facciano pesare la loro posizione sul tema del controllo e delle risorse.
Il punto è che tutti i Paesi che partecipano al commercio lecito di armi devono condividere la responsabilità per il “danno collaterale” prodotto.

Quanto pesa la prospettiva di genere nel cammino di contrasto alle armi?
Soprattutto in Africa e in Asia, l’apporto femminile è stato fondamentale. La violenza di genere è una delle piaghe principali per quanto riguarda la violenza armata al di fuori dei conflitti, e Iansa si sta impegnando a riguardo: a giugno 2009 abbiamo lanciato una campagna contro la violenza domestica, per proteggere le donne dagli abusi armati nelle proprie case. Qui entra in gioco il Trattato, perché pensiamo che i Paesi debbano prendersi le proprie responsabilità nella prevenzione di queste violenze dimenticate.

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