Interni

Facciamo i conti con i migranti

Sottopagati e precari, gli stranieri contribuiscono ormai a quasi il 10% del Pil nostrano, con tassi di occupazione più alti di quelli degli italiani e uno spiccato fiuto per l’impresa. Un fenomeno che le istituzioni ancora non comprendono

Tratto da Altreconomia 97 — Agosto 2008

La percentuale di popolazione straniera regolarmente registrata in Italia ha raggiunto il 5,8%, quota oramai paragonabile a quella di Francia, Gran Bretagna e Germania, Paesi con ben altra tradizione immigratoria.
La peculiarità dell’immigrazione italiana consiste nella concentrazione temporale nell’esplosione del fenomeno, circa 10 anni di consistenti flussi migratori con un record del saldo netto migratorio, per la parte regolare, di quasi mezzo milione di persone nel 2007 (principalmente ricongiungimenti familiari per gli extra-comunitari e immigrazione comunitaria): il risultato è che dal 2002 la quota di stranieri in Italia è più che raddoppiata. Solo la Spagna, in Europa, ha avuto un flusso migratorio così intenso negli ultimi anni. I due Paesi assieme nel 2007 hanno attratto più immigrati degli Usa.
Dal punto di vista economico, l’integrazione di questa popolazione multietnica nell’apparato produttivo è fuor di dubbio: per gli stranieri regolari si stima un apporto del 6,1% del Pil del nostro Paese (per il 2006), che è del 9,2% se si considera pure il contributo della componente irregolare; nelle regioni con maggiore concentrazione di stranieri (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Umbria) si arriva all’11%.
Le costruzioni fanno registrare il picco tra i settori produttivi, con un apporto del 20%. Il loro contributo si concentra inoltre nei servizi quando lavorano alle dipendenze e nel commercio quando assumono in prima persona il rischio d’impresa. Sempre nel 2007 sono state depositate ben 701mila domande di regolarizzazione. Persone già in Italia, con un lavoro vero (altrimenti non avrebbero potuto presentare domanda), si contenderanno i 170mila posti concessi dal decreto flussi del medesimo anno. Quest’ultima cifra, peraltro, è stata assai duramente criticata dalle associazioni imprenditoriali, principalmente nel Nord-est, perché di gran lunga insufficiente a garantire l’arrivo delle maestranze indispensabili a far fronte alle commesse di queste imprese. Allo stato attuale, il lavoro dei 700mila migranti con domande ancora pendenti valgono il 2% del Pil, quanto la finanziaria triennale di Tremonti o la ricchezza portata annualmente dal turismo.
Al di sopra dei luoghi comuni, si scopre che gli stranieri hanno tassi di occupazione superiori a quelli degli italiani (65% contro 58%). In buona parte si tratta di occupazioni precarie: in media, ciascun anno ogni lavoratore straniero stipula 1,7 contratti di assunzione; ciò significa che per ogni lavoratore con un contratto fisso, ve ne è un altro che cambia impiego almeno tre volte ogni anno. Gli immigrati sono spesso sottopagati, come si evince dal loro reddito medio annuo, pari a 10.000 euro, meno della metà di quello degli italiani. Questo dato può essere una conseguenza della tendenza a relegare gli stranieri ad attività manuali e professioni non qualificate, che spesso sono delegate a gruppi etnici ben definiti. Ad esempio, considerando solo i primi sei Paesi di origine degli immigrati presenti in Italia si può rilevare come albanesi e marocchini siano prevalentemente impiegati nell’edilizia, le ucraine e le filippine nei servizi di assistenza domestica, i romeni nel settore dei servizi e i cinesi nell’industria tessile. 
Al contrario, l’imprenditoria immigrata mostra segni di vivacità praticamente sconosciuti alle piccole imprese italiane. A questa dinamica non si sottrae la componente imprenditoriale femminile.
Le donne immigrate meriterebbero un focus a parte. L’immigrazione femminile ha recentemente pareggiato il numero degli uomini. Sono state, e continuano a essere, parte significativa della ripresa della fecondità in atto in Italia da una dozzina di anni. Ma il loro contributo non si riduce all’attività di angelo del focolare: le donne immigrate si riversano in maniera importante nel mercato del lavoro, con tassi di attività superiori alle donne italiane. Si consideri che il 60% del “Pil dell’immigrazione” è concentrato nei servizi (principalmente servizi alle famiglie), con una prevalenza di lavoro femminile. Non manca, quindi, la domanda di lavoro da far coprire agli stranieri, anche quando non regolarmente registrati. Manca, invece, la capacità di inserirli nei segmenti più qualificati dell’occupazione, anche se non necessariamente di attrarre immigrazione con elevati livelli di istruzione: circa un occupato straniero su 10 ha una laurea, ma il 40 per cento di loro svolge un lavoro non qualificato.
Gli immigrati sono una componente importante anche rispetto alla sostenuta ripresa delle  migrazioni interne. Quasi uno su due fra i regolarizzati dalla Bossi-Fini vive in una provincia diversa da quella iniziale. Da una parte gli stranieri seguono la rotta “tradizionale”: ci si sposta dal Centro e dal Sud al Nord e verso le grandi città o nelle zone limitrofe. Inizialmente, vanno quindi ad ispessire i ranghi delle persone che vivono in agglomerati urbani di grosse dimensioni; qui si registra una più alta tensione sociale in stretta relazione ad una minore efficacia dei corpi sociali nell’aggregarsi in strutture associative con effettive capacità di inclusione ed integrazione. Dall’altra generano un flusso centrifugo, verso centri del Nord di minore ampiezza, per la ricerca sia di alloggio sia di lavoro; questi spostamenti di breve raggio sono altresì generate della tendenza a riunirsi in piccole comunità, le quali formano reti di solidarietà, anche inter-etnica, informali ma di una certa efficacia.
Le migrazioni in Italia sono caratterizzate da una certa fluidità ma anche da una ricerca di stabilità, sociale ed economica, nel nostro Paese. E ciò, a sua volta, si ripercuote in termini di domanda di servizi. Si pensi, solo per fare un esempio, alla domanda scolastica dei minori (quasi 700mila). Già oggi 7 alunni di scuola primaria su 100 sono stranieri o figli di stranieri.
Dinanzi alla complessità del fenomeno le istituzioni non sono all’altezza: la somma delle spese pubbliche destinate immigrazione e asilo ammontavano nel 2004 a 144 milioni di euro. Peggio: l’80% di questi hanno finanziato politiche di contrasto, laddove meno di 30 milioni sono stati impegnati in politiche di sostegno e inclusione.

E l’ambulante ci pagherà la pensione
Si è detto della consistenza e della concentrazione temporale del fenomeno migratorio in Italia. Ma quali dinamiche generano o influenzano tanto la “domanda” di immigrazione quanto la sua “offerta”?
Quest’ultima, nonostante le restrizioni legislative imposte in molti Paesi, è sempre più ricca: il numero di migranti nel mondo è raddoppiato rispetto a 25 anni fa ed è attualmente pari a quasi 200 milioni. Il dieci per cento di questi è in fuga da conflitti fra Stati o da guerre civili ed ha lo status di rifugiato. Ma la maggior parte dei migranti è più semplicemente attratta dal benessere delle società occidentali: il 60% degli immigrati infatti sceglie come destinazione un Paese sviluppato: secondo le stime dell’Onu, un emigrato dal Sud al Nord del mondo riesce mediamente ad ottenere un reddito pari a 20 volte quello che poteva guadagnare rimanendo nel proprio Paese. Si stima che nei prossimi anni i flussi dai Paesi poveri a quelli ricchi saranno in media di 2,3 milioni di persone l’anno, ma esiste un fattore imprevedibilità legato a eventuali conflitti o emergenze ambientali.
“Il persistere di condizioni di povertà in molti Paesi, associato all’incremento demografico delle loro popolazioni -si legge nel Rapporto sui diritti globali 2008 dell’Associazione SocietàINformazione, Ediesse-, fa sì che si stimino per il prossimo decennio 700 milioni di giovane forza lavoro pronta a lasciare il proprio Paese, se le condizioni attuali rimarranno inalterate. Certo non sarà diretta solo nel ‘Nord’ del mondo, dal momento che è in grande espansione anche la cosiddetta migrazione ‘Sud-Sud’ che ormai equivale per quantità alla tradizionale ‘Sud-Nord’”.
Anche la domanda di lavoratori immigrati è comunque sempre più significativa. Gli immigrati rappresentano un’offerta di lavoro molto flessibile e adattabile, come si evince dall’alta mobilità territoriale e dalla disponibilità ad accettare mansioni inferiori rispetto alle loro qualifiche. Costituiscono inoltre una manovalanza a basso costo con limitato, o nullo, potere negoziale: non lo hanno quando irregolari, ma neanche quando regolari dato il collegamento stretto tra lavoro e permesso di soggiorno. Questo permette, alle imprese, sia di colmare un carenza strutturale di offerta di lavoro per alcune professioni, sia di usufruire di un bacino potenziale per fronteggiare aumenti inattesi della domanda. I migranti sono quindi più ricattabili, tanto che quando stabili, tendono a colmare l’asimmetria negoziale con un tasso di sindacalizzazione superiore al resto della popolazione: uno ogni cinque stranieri regolari, un terzo della forza lavoro. Si pensi, inoltre, al 60% di “Pil dell’immigrazione” impiegato nei servizi: un esercito di colf e badanti cui giornalmente affidiamo le nostre case (che magari sono state costruite da ditte italiane e manovali stranieri) e i nostri affetti più cari, anche quando non-autosufficienti. Su questo aspetto è importante sottolineare che negli ultimi anni si registra un costante incremento del numero di donne nella popolazione migrante mondiale. Oggi costoro rappresentano già il 51% del totale delle migrazioni internazionali (ma purtroppo anche oltre l’80% delle vittime della tratta degli esseri umani). In Italia, la regolarizzazione del 2002 ha riguardato 646.000 stranieri irregolari, 316.000 dei quali occupati presso le famiglie (quindi per la maggior parte donne) ed il restante presso le imprese.
Tollerando flussi immigratori irregolari, peraltro ben più consistenti dalle frontiere di terra che da quelle di mare, e lavoro massicciamente in nero, si è fatto in modo che i privati cittadini supplissero per proprio conto a delle gravi carenze del welfare istituzionale. In altri termini, l’Italia ha vissuto un processo di “privatizzazione”, tanto spettacolare quanto “clandestino”, dato che non è mai stato esplicitamente dichiarato come tale, di alcune, non marginali, funzioni caratteristiche del welfare State.
La presenza degli immigrati permette anche di attenuare due cronici problemi italiani: le pensioni e il debito pubblico. La crisi del nostro sistema pensionistico è imputabile al basso tasso di occupazione e all’invecchiamento della popolazione.
I migranti sono allo stato attuale contributori attivi e non fruitori della previdenza pubblica. Nella misura in cui mirino a tornare nel loro Paese non percepiranno alcuna pensione.
Si aggiunga che la maggiore fecondità delle famiglie di stranieri e la loro struttura per età genera un effetto positivo nel medio periodo.
Secondo la stima del dossier Caritas/Migrantes, nel 2015 vi sarà un pensionato straniero ogni 26 residenti, mentre il rapporto per la popolazione italiana è già oggi di un pensionato ogni cinque residenti.
In modo simile, il reddito prodotto dagli immigrati permette al fisco di incamerare quasi 2 miliardi di euro di tasse. La stabilizzazione dei 700mila stranieri che hanno presentato domanda varrebbe un miliardo di euro, tra Irpef e contributi a carico del lavoratore; addirittura 2,5 miliardi, comprendendo la quota a carico delle aziende.

Commento
Le conoscenze e gli studi sull’immigrazione in Italia sono numerosissimi. Tuttavia non è per nulla facile disporre di un quadro d’insieme che permetta una lettura effettivamente scevra delle falsificazioni pervasive che sono continuamente proposte a proposito di tale fatto sociale. È dagli inizi degli anni 70 che il fenomeno ha continuato a svilupparsi, ma già sulle statistiche le incertezze sono enormi. In effetti nessuna istituzione ha cercato di appurare in maniera affidabile quanti sono gli stranieri che da allora hanno tentato regolarmente (e non solo irregolarmente) di stabilirsi in Italia per periodi più o meno lunghi o per sempre.
Infatti, è impossibile sapere quanti sono ripartiti per tornare al Paese d’origine o andare altrove. Eppure è risaputo che il “turnover” e non solo il va-e-vieni è stato ed è ancora molto intenso. È noto che una buona parte degli immigrati è riuscita a stabilizzarsi, pagando spesso un costo materiale e morale particolarmente alto. Ma è anche evidente che tutti gli immigrati rimangono in una condizione precaria, innanzitutto perché l’Italia, ancora più degli altri Paesi ricchi, non ha mai sancito e praticato una gestione dell’immigrazione fondata sull’effettiva certezza dei diritti e dei doveri. Anzi, s’è sempre preteso che gli immigrati rispettassero in maniera ultrarigorosa i doveri ma mai sono stati loro garantiti i diritti. A cominciare dall’accesso e dal rinnovo del permesso di soggiorno che restano ancora procedure simili alle forche caudine, gestite sempre con grande discrezionalità se non in modo del tutto arbitrario da alcuni dirigenti delle questure (a volte anche “umanitari”) per approdare sempre a uno statuto di durata spesso assai breve. In altri termini, se si analizzano attentamente questi aspetti si constata che, nei fatti, dopo più di trentacinque anni di immigrazione straniera, tutto è stato concepito, più volte riscritto e soprattutto praticato al fine di tenere oggi quasi quattro milioni di persone in una condizione precaria, ricattabile, “da avere paura” innanzitutto perché costantemente a rischio di finire nei ranghi delle altre 500mila circa nella irregolarità cioè nello status dei “senzalcundiritto” o “nonpersone”.
La “tecnica” di rendere l’accesso e il mantenimento della regolarità assai difficili ha quindi prodotto due conseguenze sin troppo palesi, molto apprezzate da padroncini padani e di altre regioni e in particolare da parte di chi sfrutta le economie sommerse. La prima è che chi è regolare per paura di perdere questa condizione  disposto a subire ogni angheria e quindi è un lavoratore iperproduttivo a basso costo e senza mai pretese. La seconda è che inevitabilmente una parte dei regolari finisce per diventare irregolare, quindi una sorta di neo-schiavi perché inesistenti e per giunta sotto la minaccia di arresto ed espulsione. Ecco quindi perché l’immigrazione in Italia è stata la più grande manna dello sviluppo economico di questi ultimi 35 anni. Secondo le stime più affidabili gli immigrati regolari e irregolari produrrebbero oltre il 10% del Pil. Una risorsa a basso costo e spesso senza diritti, alla mercé di imprenditori e singole famiglie e dei diversi poteri pubblici locali e nazionali che l’hanno sfruttata per fare cassa (si pensi ai costi delle regolarizzazioni pagati dagli stessi immigrati) o anche per farne il nemico di turno contro cui scagliare il malcontento per i malesseri e i problemi economici e sociali della società. n   

* Salvatore Palidda è docente di sociologia all’Università di Genova. Il suo ultimo volume è “Mobilità umane” (Cortina 2008)

Stranieri o criminali?
A fronte di una popolazione di immigrati di circa 3 milioni e 700mila unità, quelli che hanno subito una denuncia nel 2007 sono poco più di 100mila.
Secondo la relazione Istat, solo il 6,1% dei reati denunciati coinvolgono immigrati regolari, una percentuale molto vicina a quella della loro presenza nella società italiana, da cui si può dedurre che il loro tasso di devianza è simile a quello della popolazione autoctona. Cioè noi.
D’altro lato, nell’audizione al Senato sulla questione sicurezza il capo della Polizia ha denunciato che il 30% di coloro che hanno compiuto reati di criminalità diffusa sono immigrati irregolari; dato che nel Nord-est tocca picchi del 60-70%. Osservando le cifre più nel dettaglio si riscontra che tra i reati denunciati che coinvolgono uno straniero, la maggior parte va attribuita alla componente irregolare, con punte dell’80% nel caso di reati contro la proprietà.
Considerando che gli immigrati irregolari sono stimati essere meno del 10% del totale, si deduce che non esiste una correlazione generale fra immigrazione e numero di reati, ma piuttosto fra situazione di irregolarità e propensione a delinquere.

Le rimesse valgono più degli aiuti allo sviluppo
Secondo la commissione internazionale sulle migrazioni dell’Onu, gli immigrati inviano nei Paesi di origine più di quanto questi Stati ricevano dai Paesi sviluppati in termini di aiuto allo sviluppo (secondo i dati 2004,le rimesse totali ammontavano a 126 miliardi di dollari, quasi il triplo degli aiuti alo sviluppo). Solo gli investimenti diretti rappresentano una fonte di capitale più cospicua per i Paesi in via di sviluppo. Dal grafico in basso si può anche vedere che le rimesse sono meno variabili e hanno un trend di crescita costante.
Secondo una ricerca svolta da Western Union (specializzata in invio di denaro all’estero) in Italia i migranti inviano un sesto del loro reddito corrente alle loro famiglie rimaste a casa.
I costi di intermediazione sono in media del 13% con punte sopra il 20%. Molti di questi costi corrispondono a profitti netti dato che il settore formale (banche e società di intermediazione) è poco competitivo. Inoltre, essendo costi in buona parte fissi, si ha che l’obolo della intermediazione rappresenta una imposta regressiva, in quanto incide percentualmente di più sulle rimesse di minor valore.

 

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