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Campagna elettorale: il tempo delle promesse (non realizzabili)

Le parole chiave di alcuni annunci sono slogan “neutri” costruiti per smuovere il consenso istintivo di elettori suggestionabili o di astenuti arrabbiati. Dal welfare al fisco, si punta sul fascino delle “grandi sparate”. Ciò che conta, purtroppo, è lo show. Il commento di Alessandro Volpi

elezioni

Le promesse elettorali hanno caratterizzato tante campagne politiche nella storia italiana, come ben raccontava Francesco De Sanctis nel suo “Viaggio elettorale” relativo a una delle prime tornate di voto dopo l’Unità del Paese (quella del 1875). Ma nel panorama attuale il ricorso a tali lusinghe ha assunto dimensioni fin troppo ipertrofiche. Si leggono infatti proposte che potrebbero costare decine di miliardi di euro, le cui coperture sono rintracciate, non di rado, in più o meno futuribili stravolgimenti della finanza pubblica, che tendono a confondere il costo annuale degli interventi promessi con quello “a regime”, decisamente più alto.

Stanno emergendo ipotesi di riforma fiscale che scompongono e stravolgono parti rilevanti di teorie economiche ben consolidate: si immagina una “tassa piatta” che dovrebbe abbattere il carico fiscale e la si abbina non a una altrettanto marcata contrazione del peso dello Stato e della spesa pubblica, come è avvenuto sempre nella dottrina e nella prassi, ma addirittura ad un sensibile incremento della stessa spesa pubblica, concependo il singolare slogan “meno tasse più spesa”.

In maniera ancora più anomala si tende a costruire pezzi importanti dei programmi elettorali sulla promessa di un repentino smantellamento di riforme “negoziate” con l’Europa, dimenticando che proprio la Banca centrale europea è oggi la sola vera garanzia del grande debito pubblico italiano ed evitando accuratamente di immaginare qualsiasi tipo di relazione con il Vecchio Continente che non sia quella della gridata affermazione di un improbabile “primato nazionale”. Non si può “promettere” il pieno ripristino della sovranità monetaria e dover collocare ogni anno 400 miliardi di titoli del nostro debito pubblico.

I programmi e le promesse elettorali, questa volta, si spingono a toccare anche il tema delle vaccinazioni, trasformando gli aspetti più oggettivi della scienza in materia di confronto elettorale, con l’effetto di indebolire le difese immunitarie della ragionevolezza. Questa marcata esasperazione della consuetudine italiana a promettere dipende da vari fattori, tra cui due paiono essere particolarmente evidenti.

Il primo. Si è assistito alla “destrutturazione” della verità o quantomeno di qualsiasi approssimazione ad essa. I nuovi linguaggi della comunicazione sociale, il rifiuto dell’argomentazione come elemento fondante della discussione pubblica, la scheletrizzazione del confronto al mero “mi piace” / “non mi piace” trasformano ogni questione, anche la più complessa, in una diatriba di natura referendaria, destinata a scadere in brutali banalizzazioni. Pare consolidarsi, in tale ottica, un nesso stretto tra la modifica sostanziale del lessico comune, indotta dalla Rete, e l’attenuazione della prerogativa della verità di orientare le scelte elettorali. Le fake news non incidono, così, solo sull’opinione relativa alle singole vicende specifiche ma contribuiscono a rendere assai meno definita la forza delle argomentazioni in senso generale. Tendono a plasmare, in altre parole, oltre alla narrazione pubblica, la percezione comune del peso della verità. I margini di relativismo stanno dilatandosi e, unitamente alla delegittimazione della politica, non rendono praticabile una corretta concorrenza tra tesi diverse. Lungo questo percorso, peraltro, verità e trasparenza tendono a disgiungersi perché nel mondo delle fake news tutto è trasparente e ben poco risulta vero.

Il secondo. La fine della politica, intesa come definizione delle appartenenze, contribuisce alla già ricordata ipertrofia delle promesse elettorali. Se non esiste più un discrimine fra destra e sinistra, se le ideologie hanno cessato di essere chiavi di lettura della realtà, allora è possibile sommare promesse persino contraddittorie: si può essere turbo-liberisti sul piano fiscale e, al tempo stesso, socialdemocratici di vecchio stampo in materia di welfare. La fine della coerenza delle appartenenze, testimoniata in sede parlamentare dall’enorme successo del gruppo misto, cancella i limiti della ragionevolezza e permette di operare i più svariati accostamenti programmatici, senza alcun vincolo di grammatica politica. La fine della verità risulta in questo senso espressione anche dell’avvento di una fase in cui i contenuti, le regole e i simboli della politica sono interscambiabili, costantemente modificabili e, in pratica, difficilmente definibili. Le parole chiave dei programmi elettorali paiono meri slogan “neutri” e quindi costruiti per smuovere il consenso istintivo di elettori suggestionabili o di astenuti arrabbiati, che sono sensibili al fascino delle “grandi sparate”. Ciò che conta, sempre e comunque, è lo show.

Università di Pisa

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  • Gabriele bombardieri

    Mi sembra una analisi ineccepibile,ma purtroppo ,inutile ,perché mi rendo conto che la maggioranza delle persone, incapaci di un ragionamento razionale e private, con il dissolvimento dei partiti tradizionali e delle loro ideologie totalizzanti,si aggrappano in periodo di crisi, a slogan che vengono propalati a la carte asseconda dei desideri o dei sogni utopici degli elettori.Le vecchie ideologie avevano almeno il pregio di essere come una fede, accettate in toto senza discuterne l’essenza e la mediazione dei partiti faceva si che l’utopia era solo il collante ideologico, mentre la gestione del quotidiano della politica era svolto dalle classi dirigenti.
    Oggi invece le classi dirigenti si formano dietro idee strampalate che però sono il mantra dei movimenti politici che sono giudicati non per il loro valore , ma per l’aderenza a queste idee strampalate.Insomma il nulla avanza inesorabile, sostenuto da falsi profeti che pensano di approfittare delle condizioni di disagio della gente per assumere posizioni di potere, promettendo la bacchetta magica.
    E’ la ricetta del Chavismo e sappiamo dove ha portato il Venezuela;da paese ricco a paese che manca di tutto.L’unica cosa che mi consola è difende dalle derive populiste è l’esempio della Grecia , costretta ,malgrado Tsipras, a fare quanto indicato dall’europa a pena di non riuscire a fare nulla ,con il dissolvimento dello stato e l’anarchia.

  • William Tom

    E’ chiaro che chi si impegna con governantiista azzardando , in buona o cattiva fede. Avrà poi anni , anche meno dato le frequenti elezioni, per essere valutato, premiato o punito dagli elettori. Dovrà darsi da fare a maggior ragione, e’ in ballo il suo futuro politico; le delusioni sono sempre alla porta con tutte le conseguenzeconseguenze.
    Ma che dire di grigi impiegati elettorali che di fronte alla disperazione economica di gran parte della propria popolazione sanno solo lodare il proprio grigio operato fatto di stuzzichini economici, che allo stato dell’ arte non danno speranze nell’ immediato. Ribadire a questa platea che sara’ lasciata nell’ indigenza ancora per anni perche il massimo che ci si puo aspettare e’ il bonus caffe, e lo 0, 2 o simile vuol dire ammettere la propria incapacita creativa in economia, non avere idea di come manovrarne le leve. Se l’ americano presidente Roosevelt fosse stato di questo stampo nel 32 , quale futuro avrebbe avuto l’ america. l’ ammissionone della propria incapacita’ a immaginare nuovi percorsi, l’ insistenza nel distrarre il paese dalla propria inefficenza creativa, lodandosi per gli zuccherini etici e idelogici coi quali si spera di mettere in pace la coscienza, pensando di aver fatto la cosa giusta, da alla popolazione l’ immagine di governanti alieni agli interessi concreti della popolazione. Non si vive di solo pane , ma se mi dai solo libri , sei andato molto oltre , stai viaggiando troppo altagitino ardando in basso non capisce perche’ quegli esseri strani che campano con nulla o con 400 euro al mese si agitino suggestionati da un Cristo che promette loro pane e paradiso.

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