Finanza / Opinioni

La tempesta finanziaria che minaccia di gelare l’economia reale

“La psicologia mossa dagli algoritmi e la credibilità dei banchieri centrali stanno guidando l’economia del Pianeta molto più della politica e del dibattito sulle idee. Un lunedì nero aiuta a capire tutto questo”. L’analisi di Alessandro Volpi

La recente bufera finanziaria, tanto breve quanto intensa, che ha colpito le borse americane e poi quelle europee e asiatiche, presenta alcuni aspetti di notevole rilievo.

1) È sempre più evidente che l’andamento dell’economia reale finisce per essere determinato, e per molti versi inghiottito, dalla dimensione finanziaria dei mercati. La ripresa economica statunitense, in corso da qualche anno, ha determinato un incremento delle retribuzioni dei lavoratori di poco inferiore, a gennaio, del 3%, che, a sua volta, ha spinto in avanti l’inflazione, dopo mesi in cui ristagnava. Un simile rialzo ha convinto gli operatori che, nel giro di poco tempo, i tassi di interesse praticati dalla Federal Rereve, la banca centrale a stelle e strisce, affidata da Donald Trump a Jerome Powell, sono destinati a crescere rendendo più costosa la liquidità. Da ciò sono discesi un brusco rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato Usa, che, nel caso dei decennali, hanno già sfiorato il 3%, ed una parallela contrazione degli investimenti sui titoli azionari e obbligazionari, stimata in circa 2 mila miliardi di dollari in poche ore. In estrema sintesi, dunque, la ripresa dell’economia reale ha generato un pericolo, assai ipotetico, di ricomparsa dell’inflazione che ha finito per allontanare molte risorse dagli impieghi produttivi, spostandoli verso i titoli di Stato con un conseguente, decisamente probabile, nuovo raffreddamento dell’economia reale, vittima appunto delle strategie finanziarie ormai solerti nell’individuare nei rendimenti dei titoli di Stato un impiego più fruttifero rispetto agli investimenti produttivi.

2) La dipendenza dell’economia reale dalla finanza è rafforzata dal peso sempre più decisivo delle transazioni automatiche che dominano i mercati finanziari. I comportamenti di tanti operatori dipendono da alcuni parametri, come l’indice di volatilità, utilizzato per stabilire se un investimento sia rischioso oppure no, che tendono a registrare in maniera molto meccanica sentimenti assai irrazionali, a partire dalla paura; se tale indice misura un aumento delle preoccupazioni collettive, si determina un forte ed improvviso scossone dei mercati che genera effetti difficilmente calcolabili, animati da algoritmi computerizzati. Questa volta, in un solo giorno, l’indice di volatilità ha triplicato le percezioni di rischio e una simile impennata ha scatenato il panico in un mercato abituato da tempo ad essere poco volatile e quindi non più abituato ad una condizione siffatta. Ciò ha fatto perdere al principale listino della Borsa di Wall Street il 4,6%, il peggiore scivolone dal 2011, che ha materializzato in poche ore tutti i timori connessi con gli azzardi economici sostenuti da Trump, dalla riforma fiscale al protezionismo. In altre parole, il panico indotto dall’incremento automatico dell’indice di volatilità, dovuto all’ampio utilizzo di tale strumento di misurazione, ha raffreddato l’economia reale americana anticipando le paure per i futuri effetti delle scelte di Trump, in un’ottica davvero molto psicologica e quasi illusionistica.

3) Insieme alla psicologia degli indici, la tempesta finanziaria che minaccia di gelare l’economia reale dipende dalla assoluta crucialità assunta dalle banche centrali rispetto alle sorti dei mercati e dei sistemi produttivi. È bastata la paura di un rialzo dei tassi, legata all’arrivo alla Federal Reserve di Powell, per prosciugare i listini e per infiacchire gli investimenti in maniera sbalorditiva. Ormai senza la liquidità facile sembra impossibile qualsiasi forma di ripresa economica e, nonostante ciò, le banche centrali paiono non essere disposte ad accettare livelli di inflazione appena superiori al 2% anche a causa dell’enorme quantità di carta moneta già messa in circolazione dopo la crisi del 2008. Dunque, l’economia reale è nelle mani dei banchieri centrali che sono più forti di ogni altra variabile economica, risultando responsabili di paure e di certezze. Ai timori mossi da Powell si contrappongono infatti le certezze garantite da Draghi e dalla Bce che riescono, pur in presenza di un scenario economico europeo interessato da una ripresa non uniforme, a spingere l’euro verso 1,30-1,35 sul dollaro e ad abbattere lo spread dei titoli di Stato italiano rispetto a quelli tedeschi poco sopra i 100 punti. La psicologia mossa dagli algoritmi e la credibilità dei banchieri centrali stanno guidando l’economia del Pianeta molto più della politica e del dibattito sulle idee. Un lunedì nero aiuta a capire tutto questo.

Università di Pisa

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  • Robo

    Mi scusi professor Volpi. La mia è una domanda da non addetto ai lavori e potrà, immagino, suonare alcuna to ingenua e disinformata. Ho letto più volte suoi colleghi economisti criticare un certo tipo di finanza che diviene fine a se stessa e perde la funzione originaria(?) di favorire gli investimenti produttivi. Diviene un pericolo che amplifica eventi negativi e incrementa le disparità economiche (altra cosa che alcuni suoi colleghi ritengono negativa per una crescita efficace anche se nessuno é in grado di porre cut-off).
    Allora io le chiedo: com’è possibile che non si riesca a modulare in senso positivo i meccanismi finanziari?
    -Forse perché i soldi fanno gola a tutti e i paesi e le rispettive borse sono in competizione nell’attrarre denaro?
    -Forse perché, in qualche modo (che io non comprendo), la politica é succube della finanza?
    Forse perché il sistema ha così tanti attori e retroazioni che riesce difficile ottenere un common agreement?
    Forse perché gli aggiustamenti necessari minerebbero alla base il sistema stesso delle borse?
    La ringrazio tantissimo se vorrà rispondermi. Saluti

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