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Due pesi e due misure: scudo fiscale e sanatoria degli immigrati irregolari

Pubblichiamo in anteprima l’editoriale del numero di ottobre di Altreconomia, che riflette -in parallelo- su due "sanatorie", quella sui capitali detenuti nei paradisi fiscali e quella dei/delle badanti e colf irregolari assunti/e presso le nostre famiglie. Scudo fiscale e sanatoria…

Tratto da Altreconomia 109 — Ottobre 2009

Pubblichiamo in anteprima l’editoriale del numero di ottobre di Altreconomia, che riflette -in parallelo- su due "sanatorie", quella sui capitali detenuti nei paradisi fiscali e quella dei/delle badanti e colf irregolari assunti/e presso le nostre famiglie.

Scudo fiscale e sanatoria degli immigrati irregolari sono misure in un certo modo simili, eppure profondamente differenti nella cultura che li ha definiti: una fotografia a fuoco impeccabile dello stato in cui versa il nostro Paese.
Per osservarla bene, basta accostare i due provvedimenti e confrontarli. I tempi innanzitutto: per riportare in patria soldi sottratti illecitamente al fisco italiano, il governo ha concesso agli evasori tre mesi di tempo (salvo proroghe). In questo periodo, paradossalmente, la Guardia di Finanza è impegnata come non mai a scovare evasori, prima che il governo li dichiari ufficialmente persone oneste e probi contribuenti.
Per riconoscere burocraticamente i diritti di centinaia di migliaia di migranti, che un lavoro ce l’hanno e costituiscono un contributo indispensabile al nostro welfare, c’è stato un mese di tempo.
Ancora: chi si avvarrà dello scudo fiscale sarà coperto da totale anonimato: non resterà nessuna traccia dell’ammissione di reato implicita nel condono. Gli evasori non saranno registrati né, almeno, tenuti sott’occhio dall’Agenzia delle entrate, per evitare illeciti futuri. Dovranno solo recarsi negli uffici discreti e silenziosi di una banca (ne parliamo a pagina 21). Della categoria, è bene ricordarlo, fanno parte anche tutti quei personaggi rei di frode fiscale e falso in bilancio, e quindi condannati penalmente.
Chi ha deciso di regolarizzare il proprio colf o la propria badante, ha fatto tutto sotto la luce del sole. Addirittura, si presenterà in una questura a firmare il contratto col lavoratore, e tutti i suoi dati saranno registrati dalla burocrazia. Davanti a un poliziotto dovrà ammettere: “sì, ho dato da lavorare a un clandestino”, secondo la spregiativa definizione che la legge usa per indicare chi l’ha aiutato con la mamma anziana o coi figli piccoli. Soprattutto, lo faranno tutte quelle persone (e grazie al cielo non sono state poche) che hanno regolarizzato un immigrato anche se non realmente alle loro dipendenze: un atto di disobbedienza civile contro una legge ingiusta.
Chi rimpatria i soldi custoditi gelosamente in qualche paradiso fiscale in giro per il pianeta, dovrà corrispondere un’aliquota del 5% sui soldi detenuti all’estero: una cifra troppo bassa per essere ritenuta seria, e non un regalo agli evasori. La famiglia che regolarizza il collaboratore lo fa sborsando subito 500 euro, poi pagando i contributi arretrati e infine garantendo un contratto di assunzione di 20 ore settimanali. Un impegno che poche famiglie possono permettersi.
Che ritratto del nostro Paese viene fuori da questo confronto? Quello di una nazione schizofrenica, che da un lato non sa (meglio: non vuole) combattere un reato vero (l’evasione) e fa un favore ai criminali, e dall’altro si inventa un reato (la clandestinità) che lede i diritti fondamentali delle persone per propaganda per poi ammettere di averne bisogno.
Un Paese, in una parola, ingiusto.

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