Diritti

Diaz, la testimone scomoda

L’articolo che segue, pubblicato sull’edizione ligure della Repubblica, rende assai bene l’idea del clima che si respira in tribunale a Genova. La teste, una signora abitante in via Battisti vicino alla scuola Diaz, è stata chiamata dai legali degli imputati:…

L’articolo che segue, pubblicato sull’edizione ligure della Repubblica, rende assai bene l’idea del clima che si respira in tribunale a Genova. La teste, una signora abitante in via Battisti vicino alla scuola Diaz, è stata chiamata dai legali degli imputati: stando al rapporto stilato a suo tempo dalla polizia giudiziaria, la sera del 21 luglio 2001 vide qualcuno che scagliava sassi contro i poliziotti al momento dell’irruzione. La deposizione della donna spiazza invece gli avvocati: la signora dice di aver visto poliziotti che picchiavano una persona (è Mark Covell, il mediattivista pestato per strada e finito in prognosi riservata) e di non avere assolutamente assistito a lanci di pietre contro gli agenti. Il cronista descrive le insistenze sia dei legali sia del presidente del tribunale e li confronta con il comportamento tenuto dagli stessi davanti alle reticenze e alle testimonianze poco credibili di alcuni agenti (l’ex questore di Genova è finito addirittura indagato per falsa testimonianza): la soggezione di fronte alle divise gli è parsa evidente. La signora ha comunque eroicamente insistito nella sua versione, parlando di fraintendimento nella trascrizione della sua deposizione del 2001, ma a questo punto varrebbe la pena di indagare su come e da chi quella testimonianza fu raccolta. In ogni caso questo articolo fa intuire il clima del processo. Per i pm, i testimoni, le parti civili è impossibile sentirsi a proprio agio. Anzi, la situazione è opposta: si è messi quasi in imbarazzo, come se accusare la polizia di abusi e violazioni fosse sconveniente, inopportuno, sbagliato… E’ un processo sempre più difficile e penoso.    
Una settantenne convocata dagli avvocati degli agenti smentisce la ricostruzione “ufficiale” della notte dei manganelli
Diaz, l´autogol della polizia
Il teste della difesa: “Mai visto lanciare oggetti dalle finestre”
MARCO PREVE

Degli avvocati dei poliziotti imputati al processo Diaz si potranno dire molte cose, ma sicuramente non che ammaestrino i loro testimoni.
E´, infatti, raro assistere ad una deposizione boomerang come quella andata in scena ieri mattina nell´aula magna del palazzo di giustizia. Davanti al tribunale, presieduto dal giudice Gabrio Barone, era in programma l´audizione di uno di quei testimoni con i quali i difensori dei 29 poliziotti accusati della brutale irruzione alla scuola di via Cesare Battisti, vorrebbero dimostrare che l´operazione fu decisa in seguito ad un´aggressione alla polizia, ed inoltre che, mentre i celerini si accalcavano, nel cortile interno furono oggetto di lanci di pietre ed altri oggetti.
«Non ho visto scagliare niente dalla Diaz» ha ripetuto per una decina di volte la signora Marisa Rosa Paoletti, 71 anni, che nella notte cilena del G8 era affacciata alla sua finestra di via Battisti 4, proprio di fronte alla scuola del Genoa Social Forum. Emozionata, ingenua, ma coerente nel riproporre i suoi ricordi e perfino coraggiosa nel tenere testa al presidente del tribunale che con veemenza le ha più volte contestato che le sue dichiarazioni odierne non corrispondevano a quelle rilasciate il 7 agosto 2001 ad alcuni agenti di polizia giudiziaria. «In quell´occasione – le ha ricordato l´avvocato Marco Corini, legale di alcuni imputati – lei disse di aver visto scagliare degli oggetti».
Ma la teste ha replicato: «Probabilmente non ci saremo capiti, non mi sarò spiegata bene, ma io non ho visto proprio niente scagliato dalla scuola».

Il presidente Barone, che in passato di fronte alle contraddizioni di altri testimoni – vedi l´ex questore Francesco Colucci – non era apparso altrettanto severo, le ha fatto presente che con le sue attuali dichiarazioni poteva sottintendere ad un´accusa di falso nei confronti degli agenti di polizia giudiziaria. A quel punto una qualsiasi settantenne mai entrata prima di allora in un tribunale, sarebbe stata legittimata a togliersi dai guai riconfermando le sue precedenti dichiarazioni. Marisa Rosa Paoletti, invece, ha ribadito che non voleva accusare nessuno, che forse c´era stato un fraintendimento, ma che quanto scritto sul verbale non era quanto aveva visto lei. Allora, l´avvocato Corini, rivolgendosi al presidente ha detto «prenderà atto il tribunale del comportamento della teste… «. Significa che la signora Paoletti, sette anni dopo quella notte in cui «assistevo mio marito che stava morendo», rischierebbe addirittura un´incriminazione per falsa testimonianza?

L´avvocato Patrizia Maltagliati, legale di parte civile, pochi minuti prima si era alzata per sollevare un´obiezione. Il presidente l´ha redarguita bruscamente e lei solo insistendo è riuscita, quasi urlando, a dire che la teste veniva sottoposta ad un interrogatorio anomalo.
Prima di andarsene la teste, rispondendo ad altre domande ha raccontato di un episodio accaduto proprio di fronte al suo portone: «C´erano tre che stavano picchiando un ragazzo… « e quindi ha aggiunto «non credevo, ma erano poliziotti quelli che picchiavano, io pensavo che fossero black bloc, ma erano poliziotti, perché avevano le divise, i caschi e come si chiamano… gli sfollagente».

Erano i manganelli che stavano sfondando un polmone a Mark Covell, giornalista inglese, il primo pestato della scuola Diaz. 


 (Il Lavoro-Repubblica, 6 dicembre 2007)

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