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Diamoci una mossa

Il 42% degli italiani non conduce alcuna attività fisica. Le conseguenze sulla salute -come le malattie cardiovascolari- sono costi che potrebbero essere ridotti. Il caso della certificazione medica

Tratto da Altreconomia 173 — Luglio/Agosto 2015

"La prossima settimana riprendo ad andare in piscina". Uno elude la promessa per sei mesi, fino a che non si ritrova a scrivere di vita attiva e sedentarietà. E gli vien voglia di tornare a nuotare. Anche perché sono 3,2 milioni le persone che ogni anno muoiono nel mondo a causa dell’inattività fisica. Gli ultimi dati li ha forniti l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), nell’annuale “Rapporto mondiale sulle malattie non trasmissibili”, ricordando che “le persone non sufficientemente attive presentano un incremento del rischio di mortalità per tutte le cause compreso tra il 20 e il 30%, mentre un’attività fisica regolare riduce il rischio di malattie cardiovascolari, ipertensione compresa, di diabete, di tumore del seno e del colon, e di depressione”.
In Italia, la fotografia è quella della “sorveglianza” PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia, epicentro.iss.it/passi): il 40% della popolazione non svolge attività fisica, la sedentarietà è causa del 9% delle malattie cardio-vascolari, dell’11% del diabete di tipo II, del 16% dei casi di cancro al seno, del 16% dei casi di cancro al colon, del 15% dei casi di morte prematura. La centralità del tema non può sfuggire, e assume anche una rilevanza economica: “La categoria terapeutica dei farmaci dell’apparato cardiovascolare -si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sull’impiego dei medicinali dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco)- rappresenta la prima in termini di spesa (42,4 euro pro capite)”.

Muoversi di più e meglio darebbe quindi fiato non solo alla salute ma anche al Servizio sanitario nazionale, eppure la predisposizione alla vita attiva nel nostro Paese è a livelli allarmanti. I dati dell’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” (2013) restituiscono l’immagine di un’Italia generalmente ferma e diseguale. Il tasso di popolazione che non pratica né sport né qualunque altra attività fisica è al 42%, frutto di una media tra aree geografiche che appaiono lontanissime: a Nord-Est il tasso è del 26,9%, nel Mezzogiorno è al 56,2%. È un divario geografico ma anche di classe: i dirigenti, imprenditori o liberi professionisti si muovono tendenzialmente di più degli operai (il 45,4% contro il 26,8%), i direttivi o quadri impiegati stracciano i ritirati dal lavoro (42,4% contro il 14,4%).

Anche il confronto su scala europea è desolante. La Commissione europea ha recentemente collocato l’Italia tra i Paesi al di sopra della media Ue dei sedentari (60% contro il 42%, dati Eurobarometro 2014), aggravando se possibile quel 42% censito dall’Istat nel 2013. Cambiare passo è possibile e le “raccomandazioni” dell’OMS non sono così inarrivabili, soprattutto perché non presumono attività di natura esclusivamente sportiva e agonistica: “Per ‘accumulare attività fisica’ -riporta l’agenzia delle Nazioni Unite- si intende il raggiungimento dell’obiettivo dei 60 minuti giornalieri o dei 150 minuti settimanali tramite la suddivisione dell’attività in sessioni più brevi distribuite nel corso della giornata”. Obiettivo raggiungibile “praticando 30 minuti di attività fisica cinque volte a settimana”.
Chiunque volesse avere la dimostrazione dell’opportunità -questa volta tutta economica- della “vita attiva” può anche recarsi sul portale Health Economic Assessment Tool (HEAT) dell’Organizzazione mondiale della Sanità, dove è possibile calcolare il valore economico dei benefici per la salute dato un “volume” di mobilità pedonale o ciclistica entro una popolazione definita.
Il ministero della Salute ha da tempo il quadro completo, anche a proposito dei bambini “in eccesso ponderale”, che nel mondo sono 44 milioni (OMS). Per l’Osservatorio OKkio alla Salute (www.epicentro.iss.it/okkioallasalute), che ogni due anni raccoglie i dati e gli approfondimenti da tutte le Regioni, i bambini italiani sovrappeso sono il 20,9% del totale -9,8% quelli obesi- con un’alta concentrazione a Sud, di nuovo.  L’iniziativa più recente su questo tema è stata l’approvazione del Piano nazionale della prevenzione 2014-2018 (PNP), che, pur senza fondi aggiuntivi, si è proposto come secondo obiettivo (su dieci) di “ridurre il carico prevenibile ed evitabile di morbosità, mortalità e disabilità delle malattie non trasmissibili”. I fattori di rischio sono ancora una volta riconosciuti nell’“alimentazione non corretta” -e il pensiero corre ad alcuni sponsor dell’Esposizione universale di Milano dedicata intitolata “Nutrire il Pianeta”, vedi Ae 168- e nella “sedentarietà”.

Entro il 31 maggio 2015 tutte le Regioni avrebbero dovuto inviare il proprio “Piano regionale”, traduzione pratica dei principi e delle strategie a livello nazionale (dove tra i programmi di promozione di salute hanno pari dignità le “politiche educative” e le “politiche di pianificazione urbana, dei trasporti e dell’agricoltura”). La Direzione centrale prevenzione del ministero guidato da Beatrice Lorenzin, però, a metà giugno non ha risposto alla nostra richiesta sul numero delle Regioni che avessero rispettato i tempi concordati nel novembre 2014.
“L’ultimo Piano nazionale di prevenzione è il segno di una grande trasformazione culturale -racconta Daniela Rossi, responsabile nazionale delle politiche per gli stili di vita e la salute dell’Unione italiana sport per tutti, uisp.it-. Questo non interviene infatti solo sulla cura della malattia ma anche su azioni di comunità, riconoscendo il diritto a essere curato e ad avere una vita in salute. Afferma poi che non può essere il sistema socio-sanitario l’unico attore sul campo ma che ci siano collaborazioni programmatiche con altri soggetti che hanno esperienze diverse sul territorio”. Un caso che Rossi tiene a ricordare è quello lombardo, dove la Regione ha ricompreso UISP tra i partner chiamati ad attuare il Piano regionale. Da quelle parti il pedibus e i gruppi di cammino hanno conosciuto una notevole espansione, come si legge nel Piano 2015-2018: “La trasformazione del tragitto scuola-casa in percorso pedonale è stata attivata in 341 Comuni lombardi (22%) e coinvolge il 57‰ dei bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni che abitano in Lombardia; il numero totale delle scuole interessate è pari a 501: circa il 21% del totale delle scuole primarie lombarde ha il ‘Pedibus’. I ‘gruppi di cammino’ […] sono stati attivati in 424 Comuni lombardi (27%)”.

Ma sostenere la vita attiva non significa soltanto supportare l’operato delle società sportive dilentattistiche italiane (159mila quelle iscritte al CONI nel 2014), semplificare il comparto delle detrazioni per le attività motorie dei più giovani o controllare che le Regioni adottino i principi del Piano nazionale. Un altro intervento potrebbe essere  altrettanto fondamentale: chiarire il capitolo della “certificazione medica per attività sportiva”.
“A seguito di norme contraddittorie -racconta ad Ae Paolo D’Argenio, che è stato vicedirettore della Direzione generale della prevenzione presso il ministero della Salute– in Italia è diventato obbligatorio munirsi di certificato per praticare sport non agonistico. Il numero di soggetti interessati potrebbe sfiorare i 12 milioni”.
Chi ne ha sancito l’obbligatorietà è stato, a metà 2013, l’allora ministro della Salute  Renato Balduzzi -che cercò di fissarlo senza successo anche per l’attività “ludico-amatoriale”-. La confusione impera: che cosa distingue un’attività da un’altra? Lorenzin, erede di Balduzzi, è tornata sul punto nell’agosto 2014 con il decreto sulle “linee guida in materia di certificati medici per l’attività sportiva non agonistica”. L’obbligo resta in capo agli studenti chiamati a svolgere attività “fisico-sportive” organizzate dalle scuole in ambito “parascolastico”, coloro che svolgono attività organizzate dal CONI o loro affiliati  e chi partecipa ai giochi studenteschi. Nessun altro dovrebbe essere chiamato a presentare quel certificato rilasciato da un medico dello sport, di medicina generale o da un pediatra di libera scelta, che prevede un esame composto dall’anamnesi, l’esame obiettivo e l’elettrocardiogramma a riposo (ECG).

La sovrapposizione delle norme ha creato effetti distorti: Laura mi racconta che la palestra che frequenta le ha chiesto obbligatoriamente il certificato, quando non dovrebbe. Così Giovanna, nella piscina dove nuota in via del tutto amatoriale. Tutto ciò ha un costo e una ricaduta che D’Argenio mette in fila: “C’è un dibattito scientifico per nulla concluso tra coloro che sostengono che un ECG interpretato in maniera molto rigida riesca a individuare condizioni che possano provocare un’aritmia fatale. Altrove si ritiene invece che l’ECG registri troppi falsi positivi”, creando così aspettative sballate. “Sarebbe auspicabile una ‘raccomandazione’ e non un obbligo -continua D’Argenio-, perché non è accettabile che in un regime di assenza di prove certe l’alternativa sia l’imposizione”. Anche perché tutto ciò ha un costo, come racconta Giuseppe Lietti, pediatra lombardo aderente all’Associazione culturale pediatri (ACP): “Ogni centro-palestra che organizza attività ludico motorie e sportive ha un proprio comportamento, non c’è alcuna univocità. Spesso le scuole richiedono questa certificazione impropriamente, mettendoci in grandissima difficoltà. Presumo che il direttore dell’istituto conosca la norma e che la richiesta sia propria. Gran parte delle volte sono le società sportive a richiedere la certificazione oralmente al ragazzino della scuola calcio. Ma se il bambino non ha mai fatto l’ECG se lo deve pagare e la visita costa almeno 40 euro”. Secondo Lietti, le strutture ospedaliere non erogano l’ECG a pagamento, appaltando quindi ai privati quest’operazione. La Provincia autonomia di Trento, come racconta ad Ae il dirigente del Dipartimento salute Pirous Fateh Moghadam, hanno deciso di sgravare i più giovani assumendosi interamente i costi della certificazione. Oltrepassare gli ostacoli fa bene. —

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