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Tra povertà e disoccupazione, il declino dell’economia di Gaza

L’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio denuncia la grave situazione dell’economia dei Territori palestinesi. In particolare nella Striscia, dove il 44% della popolazione non ha un lavoro e il reddito medio pro-capite è inferiore del 30% rispetto al 2000. Le conseguenze dei bombardamenti e dell’occupazione israeliana

© Oxfam International

Livelli record di disoccupazione (27% nel 2017) che arriva al 50% nella fascia di popolazione con meno di 30 anni, produzione agricola in calo (-11%), attività industriali e commerciali gravemente ostacolate dall’occupazione militare e da un accordo commerciale che ostacola l’export. Sono alcuni dati che emergono dall’ultimo report dell’Unctad (United Nations conference on trade and development), pubblicato mercoledì 12 settembre e dedicato alla situazione economica nei Territori palestinesi.

Il documento lancia l’allarme sulla situazione nella Striscia di Gaza e della Cisgiordania, evidenziando come il calo dei contributi internazionali (-10,5% nel 2017 rispetto all’anno precedente), il blocco nella ricostruzione di Gaza e il calo dei consumi tratteggiano un quadro a tinte fosche per lo sviluppo dei Territori occupati. Una situazione che si aggrava ulteriormente se si considera la crescente confisca di terra e risorse naturali da parte dello Stato di Israele. “Secondo il diritto internazionale, Israele e la comunità internazionale hanno la responsabilità non solo di evitare azioni che ostacolino lo sviluppo, ma anche di adottare misure positive per promuovere lo sviluppo nei Territori Palestinesi Occupati”, ha detto Mahmoud Elkhafif, coordinatore dell’Assistance to palestinian people unit dell’Unctad.

Disoccupazione e povertà diffusa sono elementi comuni in Cisgiordania e a Gaza, che affondano le loro radici nell’impossibilità da parte della popolazione di utilizzare le proprie risorse umane e naturali. Il tasso di disoccupazione, ad esempio, è salito dal 26,9% del 2016 al 27,4% del 2017.

La situazione è particolarmente difficile per la Striscia di Gaza: grande appena 365 chilometri quadrati, lì vivono più di 2 milioni di persone (la terza densità di popolazione al mondo) e il tasso di disoccupazione è al 44%. Il reddito pro-capite è del 30% più basso rispetto al 2000. Nel 2018 l’elettricità è stata erogata alle abitazioni civili in media per due ore al giorno. Una situazione che incide negativamente anche sullo sviluppo economico del territorio già gravemente segnato da tre pesanti operazioni militari condotte da Israele. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, i bombardamenti del biennio 2008-2009 hanno distrutto oltre il 60% dello stock totale di capitale produttivo di Gaza: strade, centrali elettriche, stabilimenti industriali e commerciali, terreni agricoli e altre infrastrutture. I successivi bombardamenti del 2014 hanno distrutto l’85% di tutto quello che restava.

A questo si somma il blocco economico imposto da Israele, che vieta agli abitanti della Striscia l’importazione di beni di consumo essenziali per la ripartenza della vita economica (ad esempio fertilizzanti, prodotti chimici, attrezzature mediche, elettrodomestici, apparecchiature per le telecomunicazioni) giustificando questa decisione con il fatto che questi potrebbero essere usati a fini bellici. Secondo una stima (conservativa) della Banca Mondiale, la semplice rimozione delle restrizioni economiche imposte da Israele permetterebbe una crescita del Pil dei Territori occupati del 10% all’anno. Mentre per la Striscia di Gaza, l’abolizione dell’embargo economico potrebbe generare una crescita del 32% entro il 2025. La semplice riduzione delle limitazioni all’importazione di alcuni prodotti potrebbe generare una crescita economica del 6% nella West Bank e dell’11% a Gaza entro il 2025.

Anche agricoltura e pesca soffrono di gravi limitazioni: i contadini non possono accedere ai terreni adiacenti al confine (perdendo così il 35% delle terre arabili) mentre i pescatori possono gettare le reti in un’area compresa tra le 3 e le 6 miglia nautiche quando l’area di pesca stabilita dagli accordi di Oslo era stata fissata a 20 miglia (-85%). “Queste limitazioni tolgono a 35mila persone le possibilità di sussistenza e negano alla popolazione un’importante fonte di alimenti”, si legge nel report.

Il blocco, denuncia Unctad “ha sventrato l’economia e la base produttiva di Gaza” portando la Striscia a una situazione di profonda dipendenza dagli aiuti internazionali. “L’ultimo quarto di secolo non solo è andato perduto, ma è stato un quarto di secolo di continuo declino economico”, sottolinea il report. Per palestinesi, la più concreta possibilità di impiego è quella che possono trovare all’interno degli insediamenti israeliani: il 20% degli occupati della Cisgiordania, infatti, lavora all’interno degli insediamenti.  “L’aumento dell’occupazione dei palestinesi negli insediamenti è una manna per i produttori israeliani, ma mina la competitività dell’economia palestinese e la sua capacità di esportazione”, denuncia Unctad. Una capacità già estremamente ridotta dagli accordi di libero scambio tra Israele e i Territori. Un accordo  che Unctad definisce “diseguale e dannoso” che penalizza in modo particolare i palestinesi

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