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Debito pubblico e politica: una lunga relazione pericolosa

Dall’unificazione nazionale agli effetti delle politiche monetarie di Ronald Reagan. Passando per la Francia di Napoleone III, Giolitti, Mussolini e Ciampi. Ecco quando e perché il debito ha condizionato la politica e la politica (ora più che mai) ha condizionato il debito. Le tappe ricostruite da Alessandro Volpi

© Annette Fischer

Il debito pubblico ha sempre avuto, nella storia italiana, un fortissimo peso politico, condizionando le scelte di governi e parlamenti. Già negli anni successivi all’unificazione nazionale, la presenza di un forte debito, derivato dal riconoscimento da parte del Regno d’Italia dei debiti degli Stati preunitari, ha obbligato il nostro Paese a legarsi alle grandi banche francesi, le uniche, di fatto, disposte a finanziarlo a tassi accettabili; da un simile dipendenza finanziaria è derivato uno stretto legame politico con la Francia di Napoleone III, almeno fino alla stipulazione della Triplice Alleanza nel 1882.

Negli anni di fine secolo, questa dipendenza francese fu sostituita, in parte, dagli acquisti operati dalle neonate banche italiane, alcune delle quali vicine al rampante capitalismo della Germania di Bismarck, con cui, non a caso, l’Italia firmò, appunto, la Triplice Alleanza, in parte dalle rimesse degli emigranti. Tra il 1902 e il 1906, infatti, vennero realizzate alcune operazioni di “conversione della rendita” che ristrutturarono gran parte del debito pubblico in maniera forzosa abbattendone i tassi di interesse al 3,5 e allungandone le scadenze. Una simile forzatura fu resa possibile da una vera e propria “nazionalizzazione” del debito che portò oltre il 90% del debito italiano in mani italiane: un fenomeno in larga misura connesso, appunto, con le gigantesche rimesse degli emigranti che avevano scelto i titoli italiani come fonte di impiego dei loro risparmi.

In altre parole, gli emigranti e i risparmiatori italiani, convinti dalle politiche giolittiane, permisero allo stesso Giolitti di avviare la prima vera stagione di sviluppo del Paese. La partecipazione alla prima guerra mondiale ebbe effetti devastanti per il debito, spingendo il rapporto tra debito e Pil al 99 per cento nel 1918 e poi alla vertigine del 1920, quando raggiunse il massimo storico del 160 per cento. Ciò obbligò il governo Mussolini a fare i conti con una simile, gigantesca, ipoteca che il regime fascista affrontò, ancora una volta, politicizzandola. Per finanziare il debito infatti Mussolini scelse la strada dei prestiti forzosi a danno degli italiani, motivandoli con la necessità di sostenere lo sforzo patriottico di riaffermazione del prestigio nazionale, e quella della rinegoziazione unilaterale dei presti esteri; due misure che impedirono per 10 anni al governo italiano di tornare sul mercato dei titoli pubblici. Nel 1934 il regime fu costretto ad una nuova ristrutturazione forzata del debito, impoverendo i detentori di titoli italiani e giustificando tale scelta con l’ostilità dei Paesi “plutocratici”.

Nel 1936, poi, la riforma della Banca d’Italia apriva la strada al finanziamento diretto del debito ad opera della banca centrale. Nel dopoguerra si determinò una sorta di circolo vizioso per cui la necessità di finanziare il debito, nonostante la sua minor incidenza percentuale sul Pil per la crescita di quest’ultimo, imponeva una Banca d’Italia molto espansiva in termini monetari e un sistema di banche pubbliche disposte a comprare il debito italiano, ma una simile possibilità di facile collocamento faceva lievitare il debito stesso. Le politiche economiche del centrismo e poi del Centro sinistra fino agli anni Ottanta prevedevano l’indissolubile binomio fra sviluppo e incremento del debito. La situazione peggiorò nel corso di quel decennio con una crescita della spesa pubblica che arrivò nel 1985 a superare il 55% del Pil, dipendente in larga misura da un incremento rilevante dagli interessi. Lo stock di debito primario infatti aumentava assai meno della media europea mentre gli interessi esplodevano tanto da arrivare nel 1994 a rappresentare il 12% del Pil. Una simile lievitazione degli interessi si legava alla liberalizzazione dei flussi di capitale e alla politica monetaria degli Stati Uniti di Ronald Reagan costruita su alti tassi di interesse per attrarre gli investitori esteri che abbandonavano i titoli di Stato dei propri Paesi. Contestualmente a ciò, la scelta adottata nel 1981 dal ministro Andreatta e dal governatore Ciampi di rimuovere l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare le partite invendute di debito italiano rese ancora più complesso il collocamento dei titoli del nostro Paese che dipesero da un mercato internazionale dominato da tassi assai alti.

Così il rapporto tra debito e Pil salì dal 60 circa del 1980 al 124% del 1994, sfondando ogni soglia di sostenibilità e passando da 144 miliardi a quasi 1.100 miliardi di euro. La scelta politica di entrare nell’euro, nel caso italiano, si legava in buona misura proprio a questa insostenibilità del debito pubblico che non sarebbe stato più collocabile a tassi sostenibili se fosse stato ancora venduto in lire; una condizione che il Paese non poteva permettersi dato che l’insufficienza delle entrate fiscali rendeva il ricorso al debito necessario per il funzionamento dello Stato. La crisi del 2008 ha ulteriormente mutato gli scenari perché ha indebolito anche lo scudo della moneta comune e la credibilità dei titoli di Stato dei Paesi europei dipende dalla credibilità politica dei Paesi stessi. Dunque, ancora una volta, il debito condiziona la politica e la politica, ora più che mai, condiziona il debito.

Università di Pisa

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