Diritti / Approfondimento

Dallo Yemen all’Austria, bloccato in Serbia per mesi. Il viaggio di Farid

Il giovane regista yemenita è stato respinto dall’Ungheria e rimasto impantanato nella campagna serba. Non si è arreso alle pratiche illegali dell’Ue, “comprando” passaggi per Romania, Ucraina e Slovacchia e raggiungendo infine Vienna. È finito in un centro di detenzione

Un gruppo di migranti siriani nell'accampamento improvvisato di Rabe, in Serbia, a pochi chilometri dal confine con l'Ungheria. Dicembre 2021 © Gàbor Ancsin

Un paio di guantini di lana comprati a Milano, donati in Serbia e arrivati in Austria sono solo lo spunto per ricostruire il percorso di Farid, partito dallo Yemen e bloccato in Serbia per mesi. Il tragitto del giovane regista del Nord dello Yemen, da quasi sette anni in guerra, è stato lungo e difficile.

Partendo dal villaggio di Thamud quasi un anno fa, ha attraversato infatti l’intera Arabia Saudita, l’Iraq, la Turchia e la Bulgaria per poi arrivare in Serbia. Al confine tra l’Ungheria e la Romania il suo cammino si è bruscamente interrotto. Di fronte, come a tutte le altre persone in transito, la maggior parte afghane e siriane, si è trovato la barriera costruita tra il 2015 e il 2016 per volere del primo ministro dell’Ungheria Viktor Orbán. Una doppia recinzione con ferro e filo spinato pattugliata giorno e notte da polizia e militari di frontiera.

Oltrepassare quel confine, per entrare nel territorio dell’Unione europea, si è rivelato molto più complicato di quanto Farid avesse immaginato. Sera dopo sera, insieme ai compagni di viaggio, ha provato a superarla. È chiamato il “little game” (il “piccolo gioco”): chiunque riesca a superare almeno una delle due inferriate viene preso dalla polizia, a volte mal menato e respinto indietro. L’Ungheria, in violazione delle convenzioni dell’Unione europea, non accoglie nemmeno le richieste di asilo e senza appello riporta indietro uomini, donne e bambini.

Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), alla fine di dicembre 2021 erano almeno 5.400 le persone migranti e i rifugiati in Serbia. Per loro, raccontano le stesse persone in transito, l’unica “speranza” sono gli smuggler, i trafficanti. C’è un prezzo per ogni servizio. La somma richiesta per passare oltre il confine e ottenere un passaggio fino alla meta desiderata va da poche centinaia di euro fino a cinquemila. Ma il “servizio” non è rimborsabile. È così che è morto l’amico di Farid. Maher si è impiccato a un albero dopo aver dato tutti i suoi ultimi soldi a un trafficante. L’uomo gli aveva assicurato che lo avrebbe portato in Romania e poi nascosto in una casa sicura, invece il ragazzo siriano è stato preso e riportato indietro. Lo sconforto è strato troppo grande. Dopo la morte di Maher, Farid ha deciso di non arrendersi e con l’aiuto di altri amici, lavorando in nero, ha messo insieme una cifra sufficiente per poter comprare un passaggio. Anche lui si è affidato a un trafficante.

Non ci sono documenti del viaggio di Farid nella macchina dello smuggler. A lui e agli altri migranti l’uomo ha sequestrato il telefono e in alcuni punti, non potendoli bendare per non attirare l’attenzione, gli ha chiesto di tenere gli occhi chiusi. In macchina erano in quattro, prelevati a bordo di una station wagon a Rabe, nella campagna serba al confine con l’Ungheria. “Il viaggio è stato lungo”, racconta Farid. Il contrabbandiere, per la cifra di quattromila euro a persona, ha attraversato la Romania guidando lungo il confine ungherese. È arrivato in Ucraina e poi ha svoltato a sinistra per entrare nella Repubblica Slovacca. Piccole soste solo per benzina, andare in bagno, mangiare, riposare per una mezz’ora alla volta al massimo. Poi da Košice a Bratislava, diritto fino a Vienna, la meta finale del viaggio. Farid, senza telefono e senza sapere dove fosse, racconta di aver provato a dialogare con il contrabbandiere ma non è riuscito a scucirgli molte parole, anche perché l’uomo serbo parlava poco l’inglese. O voleva farlo credere ai suoi passeggeri.

Una volta arrivati alle porte di Vienna, l’autista li ha fatti scendere presso una pompa di benzina, dicendogli che avrebbero dovuto aspettare un altro passaggio. Spendendo altri cento euro, di cui erano stati avvertiti, sono stati portati da un ragazzo austriaco fino a Graz. Li ha lasciati alla periferia della città senza dargli nessuna indicazione, senza dirgli che cosa fare. La polizia austriaca li ha fermati, identificati e portati al centro di detenzione. Ma del suo status, della sua domanda di asilo politico, Farid non sapeva nulla. “Ritieniti già fortunato che non ti abbiano rispedito indietro”, gli ha detto il mediatore. L’Austria, infatti, respinge quasi tutti i migranti che arrivano sul suo territorio, violando il diritto interno, comunitario e internazionale.

“Un’alta percentuale dei migranti respinti nella zona di frontiera proviene da dittature, zone di crisi e guerra come Siria, Afghanistan. E ognuna di queste persone ha il diritto di veder esaminata la sua richiesta d’asilo, anche se viene da un Paese ‘insolito’ come lo Yemen”. Sono le parole degli avvocati del Border Crossing Spielfeld, rete di persone impegnate a sostenere i rifugiati che arrivano nella Stiria meridionale, land nel Sud-Est dell’Austria, e in tutto il Paese. Farid ora è in contatto con un’avvocata dell’associazione e spera di trovare un po’ di pace.

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