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Dalla Siria al Laos, le bombe a grappolo non sono scomparse

A dieci anni dall’entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite sulle “cluster bomb”, si registra ancora il ricorso agli ordigni. Nel 2019 sono stati bonificati 84 chilometri quadrati, 560 in tutto dal 2010. Ma il “clima” è negativo, denunciano gli autori del Cluster munition monitor 2020

Febbraio 2020: in un villaggio del Laos una donna ha trovato un componente di bomba a grappolo mentre scavava per piantare - © Sean Sutton/MAG

Non è ancora possibile mettere la parola fine all’utilizzo delle bombe a grappolo: dieci anni dopo l’entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite sulle “cluster bomb”, nell’agosto 2010, queste sono ancora usate come arma in diversi conflitti. Lo registra il Cluster munition monitor 2020, report pubblicato ogni anno dalla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo e dalla Coalizione anti bombe a grappolo (International Campaign to Ban Landmines e Cluster Munition Coalition) con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione sul tema.

A essere messo sotto accusa è principalmente il regime di Bashar al Assad: è infatti in Siria che si concentra l’uso degli ordigni, impiegati almeno undici volte nel corso del 2019. Gli attacchi delle forze legate ad Assad sono stati compiuti nella zona di Idlib e, in maniera minore, in quella di Aleppo, causando la morte o il ferimento di 219 persone. La Siria non è nuova alle bombe grappolo, come dimostra il conflitto che dal 2012 sconvolge il Paese. Il rapporto stima infatti che durante la guerra siano stati 686 gli attacchi di questo genere, sparsi sull’intero territorio, ed abbiano comportato oltre 3.500 morti e feriti, mille dei quali nel solo 2013.
Nell’ultimo anno la Siria è stato il Paese maggiormente interessato ma non l’unico. Due vittime causate dall’uso di bombe a grappolo sono state individuate anche in Libia a seguito di un’azione delle milizie del generale Khalifa Haftar -sostenuto tra gli altri da Egitto, Arabia Saudita e Francia- nel tentativo di conquistare Tripoli. In Yemen e nel territorio conteso del Kashmir sono stati invece trovati alcuni indizi che potrebbero essere collegati all’uso degli ordigni, senza però che questo potesse essere verificato con certezza dal rapporto. Per il territorio tra India e Pakistan si tratterebbe di una novità. La regione arabica, invece, era già stata colpita dalle “cluster munition” in passato: le armi erano state utilizzate tra il 2015 e il 2017 dalle forze saudite contro il gruppo ribelle Houthi.

Nell’ottobre 2020, quando il volume era già andato in stampa, l’uso di munizioni a grappolo è stato registrato anche da parte dell’Armenia e dell’Azerbaijan nel Nagorno-Karabakh. “L’impiego di munizioni a grappolo vietate in Siria, Libia e da ultimo nel Nagorno-Karabakh è inaccettabile”, ha detto Marion Loddo, responsabile editoriale del Monitor.

Le conseguenze delle bombe a grappolo si trascinano nel tempo. Gli arnesi sono infatti costituiti da un “contenitore” che esplodendo rilascia una serie di ordigni più piccoli, prima situati al suo interno: il numero può andare da poche decine a oltre cento, una parte dei quali restano inesplosi, andando a costituire un pericolo anche in seguito. Il rapporto indica come gli incidenti causati dal successivo scoppio siano stati 65 nel 2019: venti sono stati registrati in Iraq, territorio particolarmente colpito nel recente passato, ma vittime e feriti sono stati contati anche in Laos e in Serbia, luoghi dove gli ordigni sono inesplosi magari da decenni. Il Laos infatti è il Paese con il più alto livello di contaminazione al mondo da parti inesplose a seguito della guerra d’Indocina, durante la quale furono sganciate più di due milioni di tonnellate di bombe tra il 1964 e il 1973.

La Convenzione è entrata in vigore nel 2010, due anni dopo l’adozione. Gli Stati che ne fanno parte sono 110, 15 dei quali si sono aggiunti al trattato nel corso degli anni: gli ultimi a farlo sono stati, nel 2020, Santa Lucia e Niue. Tra le assenze sono significative quelle di Stati Uniti, Russia, Cina, Israele ed Egitto; al conto mancano anche sei Paesi membri dell’Unione europea, tra cui Polonia e Grecia. L’accordo ha portato al divieto di utilizzo, produzione e riserva di “cluster munition” per gli Stati che vi aderiscono. Più complesso il discorso riguardo al transito degli armamenti sul proprio territorio e la possibilità di investire in questi e in chi li sviluppa: mentre alcuni Stati interpretano in maniera restrittiva la Convenzione, altri ritengono che questa lasci una maggiore libertà, soprattutto per quanto riguarda il primo dei due aspetti.
In soli dieci anni il trattato ha portato ad una serie di risultati salutati con soddisfazione dal rapporto: in particolare si sottolinea “la volontà politica e il forte desiderio da parte degli Stati di contrastare le bombe a grappolo, causa di preoccupazione per la situazione umanitaria e per i danni provocati”. Particolarmente indicativo è il fatto che a nessuno dei Paesi firmatari sia stato contestato l’uso di tale arma dall’entrata in vigore dell’accordo, ad indicare il forte peso dato a questo; a ciò si aggiunge un allineamento parziale degli Stati non firmatari che, pur possedendo spesso riserve di “cluster bomb”, sono a loro volta -almeno a parole- schierati contro il loro utilizzo. Il rapporto sottolinea anche come la Convenzione abbia portato “17 firmatari a cessare la produzione di bombe a grappolo”, con il risultato che al momento “nessuno dei 16 Stati ancora impegnati in tale attività ha aderito all’accordo”.
Il trattato prevede anche l’obbligo di procedere a una bonifica delle aree minate: restano contaminati dieci Paesi firmatari, oltre ad altri 13 esterni alla Convenzione; sei sono riusciti invece a terminare l’operazione, ultimi dei quali Croazia e Montenegro nel 2020. Vietnam e Laos sono i due Stati maggiormente colpiti, con oltre mille chilometri quadrati dove sono presenti ordigni inesplosi; piccole aree minate sono presenti anche in Europa, in Bosnia ed Erzegovina e in Germania. Il Cluster munition monitor calcola che nel 2019 siano stati liberati 84 chilometri quadrati, 560 in tutto dal 2010.

Nonostante i progressi, il rapporto segnala come il clima non sia più positivo ed il processo abbia conosciuto “un significativo rallentamento, in particolare dal 2015 in poi”. La guerra in Siria è risultata essere un esempio negativo per l’area mediorientale, portando ad un rinnovato utilizzo di bombe a grappolo in Libia, Sudan e Yemen. In questo scenario, rilevante è stato anche il ruolo di Russia e Cina: entrambi i Paesi non hanno fatto mistero della propria attività di ricerca volta allo sviluppo di nuove armi, della tipologia vietata a livello internazionale, e Mosca ha supportato l’utilizzo di tali ordigni da parte dell’alleato siriano.

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