Interni

Dalla caserma alla brace – Ae 85

L’enorme patrimonio (pubblico) di centinaia di immobili militari inutilizzati passa dalla Difesa nelle mani del Demanio e dei Comuni. Spetta a loro decidere se utilizzarli per attività sociali o farne parcheggi e centri commerciali privati per battere cassa La caserma…

Tratto da Altreconomia 85 — Luglio/Agosto 2007

L’enorme patrimonio (pubblico) di centinaia di immobili militari inutilizzati passa dalla Difesa nelle mani del Demanio e dei Comuni. Spetta a loro decidere se utilizzarli per attività sociali o farne parcheggi e centri commerciali privati per battere cassa


La caserma “Staveco” occupa un intero isolato lungo la circonvallazione di Bologna, da Porta Castiglione a Porta San Mamolo. 37.500 metri quadrati subito fuori dal centro storico. Dentro c’è un parcheggio, gestito dal Comune, la sede di un Centro ricreativo dei dipendenti della Difesa e decine di capannoni, vuoti e abbandonati da almeno trent’anni (la Staveco -foto in basso- era un deposito per mezzi pesanti). Entro breve potrebbe diventare un parco pubblico, ma anche un enorme parcheggio sotterraneo o appartamenti di pregio: il governo italiano ha deciso di valorizzare gli immobili militari inutilizzati, un’eredità del XX secolo che la fine della leva obbligatoria, l’obiezione di coscienza e il calo demografico -ma soprattutto il cambiamento avvenuto nel modello di guerra e di presidio del territorio- hanno reso inutili. La Finanziaria 2007 stabilisce che nell’arco di due anni 804 immobili in tutta Italia passino dal ministero della Difesa all’Agenzia del demanio, nata nel 1999 e responsabile della gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato.

Si tratta di caserme dismesse, depositi di armi abbandonati, vecchi arsenali militari -le fabbriche di armi- ed ex campi di addestramento per un valore complessivo di 4 miliardi di euro.

Sempre con l’ultima Finanziaria il governo ha creato uno strumento ad hoc per la gestione degli ex immobili della Difesa (e non solo, vedi il box nella pagina a fianco): si tratta di una “concessione di valorizzazione” di 50 anni, detta per questo concessione “lunga”. In pratica, un investitore privato presenta al Demanio un progetto imprenditoriale, dimostra la sostenibilità economica e finanziaria dell’azione e assicura per mezzo secolo un affitto al Demanio (cioè alla casse dello Stato).

Gli imprenditori edili hanno subito drizzato le antenne: erano in tanti al workshop organizzato a fine maggio a Milano dall’Agenzia del demanio per presentare la “concessione lunga” alla fiera Eire (Expo Italia Real Estate) di Milano.

Il “la” ufficiale al progetto, che il Demanio ha chiamato “Valore Paese”, è arrivato con un decreto del 28 febbraio scorso. Sono stati trasferiti i primi 201 immobili (36 in Veneto, 28 in Emilia Romagna, 26 in Piemonte, 25 in Lombardia: la mappa completa è nella pagina a fianco), la maggior parte dei quali sono nei quartieri centrali delle principali città italiane. La seconda tranche è prevista a luglio.

Il 5 maggio, a Bologna, l’Agenzia e il Comune hanno firmato un protocollo d’intesa per avviare la “valorizzazione” dei primi 12 beni del pacchetto “Valore Paese”, 600 mila metri quadrati in zone di pregio (“Erano immobili. Oggi vi vengono incontro” lo slogan scelto del Demanio). Il protocollo crea un tavolo tecnico tra Demanio e Comune, per scegliere la destinazione degli immobili. Il ruolo degli enti locali è fondamentale: tocca a loro, infatti, modificare la destinazione d’uso degli immobili e decidere gli “indici edificatori”, ossia se e in che percentuale può essere aumentata la cubatura.

A Bologna la firma del protocollo coincide con il dibattito sul nuovo Piano strutturale comunale, che dovrebbe essere approvato entro il febbraio 2008. Il Comune può scegliere di destinare un parte degli immobili a usi pubblici e sociali. E sembra intenzionato a farlo, almeno in parte: della ex Staveco, ad esempio, che confina con i Giardini Margherita, il più grande parco pubblico di Bologna, il Comune vorrebbe fare una porta d’ingresso alla collina (subito dietro sorge la chiesa di San Michele in Bosco). L’assemblea del quartiere Porto -che si è riunita con l’assessore all’urbanistica Virginio Merola per scegliere la destinazione del bene- vorrebbe realizzare degli impianti sportivi, il Comune pensa anche a parcheggi sotterranei.   

Un’altra delle aree trasferita dalla Difesa è quella dei Prati di Caprara, 27 ettari di verde usati per l’addestramento dei militari e molto poco edificati. L’assessore Merola spiega il meccanismo della valorizzazione: al margine del parco ci sarà una zona residenziale, e nell’intenzione del Comune chi costruirà le abitazioni realizzerà anche il recupero del parco, a costo zero per le casse comunali. Solo per recuperare la ex Staveco la spesa stimata è di 40 milioni di euro. Il Demanio, a inizio giugno, ha raggiunto un accordo con la Cassa depositi e prestiti, che si è impegnata a garantire finanziamenti agevolati a 50 anni agli Enti locali per la valorizzazione gli immobili pubblici, ma il comune di Bologna non sembra intenzionata a chiedere un prestito.   

Intanto il Collegio dei costruttori edili incalza: vorrebbe almeno il 40% degli spazi lasciati alla libera iniziativa privata. Durante un dibattito radio con Merola, il direttore del Collegio, Carmine Preziosi, ha affermato che “la differenza tra costi e ricavi deve essere almeno del 30 per cento”. Altrimenti i privati potrebbero scegliere di non partecipare. E a Bologna -spiega Valerio Monteventi, consigliere comunale e presidente della quinta Commissione “Politiche abitative e della casa”- “il governo della città non è autonomo dalla esigenza dei signori del mattone”, che hanno appena mandato deserta una gara per costruire appartamenti a prezzi calmierati nell’area dell’ex mercato Fioravanti (vedi box a pagina 19).     

Il meccanismo della “valorizzazione” è ancora più semplice per come ce lo racconta l’ingegner Mario Venturini, assessore all’Urbanistica del comune di Brescia, che insieme a quelli di Ferrara e Fano è stato protagonista della firma del secondo protocollo d’intesa con l’Agenzia del demanio, a inizio giugno: “L’accordo in sé è elementare. Da un lato il Comune è disponibile ad acquistare il controllo dei due spazi aperti, Campo di Marte e la Polveriera di Mompiano, che saranno destinati a parchi naturali attrezzati. Dall’altra il Demanio ci chiede che due immobili presenti in città possano avere un cambio di destinazione urbanistica”.

In particolare, in gioco c’è il futuro della caserma “Gnutti” (nella pagina precedente), che interessa molto costruttori e immobiliaristi. “É senz’altro l’elemento più interessante, in pieno centro storico -riprende Venturini-. Era destinata agli ufficiali, ed è vuota da parecchi anni”. Per il futuro della Gnutti l’assessore pensa a una destinazione residenziale o a un terziario direzionale di qualità, uffici di rappresentanza. D’altronde è un edificio di pregio: era il comando, la sede del circolo ufficiali.



Chi protegge i forti

La nuova vita dei “Forti” costruiti nell’Ottocento per proteggere dalle incursioni nemiche la città di Venezia è iniziata negli anni Ottanta, quando alcuni gruppi di cittadini hanno richiesto all’amministrazione comunale le fortificazioni dismesse, per destinarle a usi sociali. Intorno agli anni Novanta il Comune ha ottenuto dal ministero della Difesa la concessione d’uso a titolo gratuito. Forte Carpenedo è stato il primo affidato a un gruppo di volontari, nel 1995. Prima è stato necessario un lavoro di bonifica dall’amianto e dagli esplosivi.

Oggi è aperto sei giorni su sette, tutto il giorno. Della gestione s’incarica il “Gruppo d’iniziativa del Forte Carpenedo”, una settantina di iscritti, tutti volontari. “Rinnoviamo ogni anno la concessione con il Comune, che ci dà l’uso gratuito del Forte in cambio dell’impegno a tenerlo aperto -racconta Francesco Cavallin, uno dei volontari-. Ci impegniamo a fare del Forte un luogo fruibile al pubblico: organizziamo una serie di iniziative culturali e visite guidate; mettiamo le strutture a disposizione di enti e associazioni che vogliano promuovere eventi. Di giorno, poi, il Forte opera come centro diurno per ragazzi con problemi psichiatrici”. Dentro il Forte, che è un’area ambientale protetta, opera anche un Centro d’educazione ambientale, che è gestito dalla cooperativa sociale “La città del sole” per conto dell’assessorato all’Ambiente del comune di Venezia.Oltre a Forte Carpenedo oggi sono aperti al pubblico anche Forte Gazzera, Forte Bazzera e Forte Tron.  

Le fortificazioni del “campo trincerato” sono in tutto 12; nel 2003 il comune ne ha acquistate 7, per una spesa complessiva di 16 milioni di euro, dopo aver chiesto un trasferimento gratuito.

La più importante è il forte Marghera, costato 10 milioni di euro, 34 ettari di terra, acqua e canali con una vegetazione protetta all’incrocio di alcune via  principali tra Mestre e Venezia. Della gestione di forte Marghera si incarica il comune attraverso la Marco Polo System, un “gruppo europeo d’interesse economico” (Geie). “Marco Polo System è una realtà no profit e si relaziona con i gruppi di volontari -spiega Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale di Rifondazione Comunista che della Geie è amministratore delegato-. Stiamo scrivendo le linee guida per un piano urbanistico di recupero e valorizzazione, in particolare per quanto riguarda il Forte Marghera. Pensiamo ad attività di carattere espositivo e legate alla promozione culturale -riprende Pettenò-: da due anni abbiamo aperto gli spazi alla fiera della Natura e del Benessere e a una fiera del ‘turismo lento’ e vari soggetti dello spettacolo e della comunicazione ci hanno proposto di insediarsi nel Forte, che resterà però un parco pubblico e protetto”. Una volta approvato il piano urbanistico di recupero l’obiettivo è accedere a fondi comunitari (periodo 2007-2013) per realizzarlo. Non tutti sono d’accordo

(vedi box a sinistra). Info: www.campotrincerato.it


Un arsenale per la pace

All’ingresso dell’“Arsenale della pace”, a Torino, c’è una foto che mostra la struttura dell’ex arsenale militare com’era 24 anni fa, quando i volontari del Sermig, Servizio missionario giovani, ci entrarono per la prima volta.

Era il 2 agosto del 1983 e il Sermig aveva appena ricevuto l’immobile (a dire il vero sono uno dei padiglioni) in concessione per 99 anni. L’arsenale, costruito tra il 1866 e il 1869, che era stato la prima fabbrica di armi in Italia, era abbandonato dalla fine della seconda guerra mondiale. Un enorme scatolone -40 mila metri quadrati- vuoto nel quartiere popolare di Borgo Dora. Del Sermig sarebbe dovuto essere la sede: “Invece ci siamo trovati in un quartiere povero e ne abbiamo respirato i problemi -racconta Alberto Rossi, membro della fraternità della Speranza (nata all’interno del Sermig è formata da laici e consacrati e dirige la struttura)-. La gente, molti gli immigrati, non aveva casa, non aveva un lavoro. Così, nel 1987, quando l’arsenale era ancora un rudere, è nata l’accoglienza notturna”. Prima solo maschile, ma presto anche femminile: oggi l’“Arsenale” ospita circa 400 persone ogni notte. Dal 1989 è attivo anche un centro di assistenza sanitaria, gestito da una sessantina di medici volontari. Nel 2005 ha visitato 21.400 pazienti.

All’interno della struttura c’è anche un auditorium. Ospita un Laboratorio del suono che ha dato vita al coro “Voci della Speranza” (15 elementi) e all’“Orchestra Filarmonica dell’Arsenale della Pace” (42 elementi). Quando, nel maggio del 1998, l’orchestra Rai è stata sfrattata e rischiava di abbandonare Torino, ha trovato l’ospitalità del Sermig. In cambio, il direttore si è impegnata a suonare gratis, una volta al mese, per la gente del quartiere. Un accordo che doveva durare per due anni ma, alla fine, è andato avanti per otto. L’“Arsenale della pace” è stato restaurato grazie al lavoro volontario di migliaia di persone e pochi contributi pubblici. Ci sono voluti 17 milioni di euro, la maggior parte contributo di privati.

Dal 1998 un secondo arsenale, “della speranza”, ha aperto a San Paolo, in Brasile.

Dà accoglienza a più di mille persone ogni giorno. www.sermig.org



Come si “valorizza”


La concessione di valorizzazione o “concessione lunga” è un nuovo strumento introdotto dalla Finanziaria 2007 (al comma 259) e consente l’affitto fino a 50 anni a soggetti privati di un immobile di proprietà dello Stato, che resta titolare del bene.

L’Agenzia del demanio l’applicherà a tutti quei beni (circa 11.500) che potrebbero garantire un reddito allo Stato in caso di gestione economica da parte di investitori privati compresi gli ex immobili militari trasferiti del ministero della Difesa nell’ambito del progetto “Valore Paese”.

Il primo bando di gara, promosso a fine giugno, riguarda la Villa Tolomei, a Firenze.

Si tratta di una concessione non gratuita, e rivolta unicamente a soggetti privati: chi presenta un progetto di “valorizzazione” deve garantire di svolgere un’attività economica e dimostrarne la sostenibilità economica, assicurando che i costi per la riconversione dell’immobile non superino i ricavi derivanti dall’attività e di essere in grado di pagare all’Agenzia del demanio un affitto (determinato sulla base del valore del bene e del suo rendimento).

La riqualificazione e riconversione del bene nell’ambito di una concessione di valorizzazione prevede la modifica della destinazione d’uso dell’immobile e anche la possibilità di costruire nuovi edifici.



Un’operazione da 4 miliardi

Il comma 263 della Finanziaria 2007 trasferisce dalla Difesa al Demanio 804 beni immobili non più necessari per usi militari, il cui valore complessivo stimato

è di 4 miliardi di euro. Il piano di cessione prevede quattro tranche. Il decreto per

la prima, che contiene l’elenco di 201 immobili in tutte le Regioni italiane non

a Statuto speciale (vedi mappa), è stato firmato il 28 febbraio scorso. L’elenco dei beni è su www.agenziadeldemanio.com



Il laboratorio di marghera


Il futuro utilizzo di Forte Marghera è al vaglio delle associazioni di Mestre, contrarie alla destinazione fieristica pensata dalla Marco Polo System.

Negli ultimi due anni hanno animato l’estate del Forte (l’iniziativa si chiamava “Vivi il Forte”), sperimentando le possibilità offerte dalla struttura.

A fine agosto presenteranno al Comune il risultato del laboratorio di progettazione partecipata che da metà aprile ha visto coinvolte 15 realtà territoriali -tra le altre il Venezia Social Forum- con l’aiuto di un gruppo di supporto formato da un architetto, un urbanista e tre esperti in scienze ambientali e naturali.

“Il nostro obiettivo è che il Forte sia destinato esclusivamente a usi sociali, a ciò che la cittadinanza vuole e non a quello che il Comune decide per la cittadinanza. Vorremmo chiedere al Comune di attivare un laboratorio di progettazione partecipata” spiega Angela Granzotto, dottoressa in Scienze ambientali e membra dei gruppo di supporto. “Tra le idee emerse -racconta Stefano Giorgetti, l’architetto del gruppo- ci sono l’educazione e la protezione ambientale, legati al tema dei consumi e della sostenibilità. Vorremmo fare del Forte anche una casa per le associazioni e un museo della città e delle trasformazioni della laguna, che ad oggi non esiste. Un’altra possibilità è quella dell’ospitalità sociale: un campeggio, anche nautico, a basso impatto ecologico”.

Il processo ha attraversato tre fasi: l’informazione delle associazioni (culturale, sul forte e la sua storia), la discussione (su quello che si dovrebbe fare del forte) e la fase decisionale (in cui si è fatta una sintesi delle proposte emerse).



Illy: meglio i negozi

Anche il Friuli Venezia Giulia potrà “valorizzare” le sue ex caserme. A differenza del resto del Paese, però, la Regione autonoma acquista la piena titolarità sui 36 immobili elencati in un Decreto legislativo del 2 marzo di quest’anno. In virtù dello Statuto speciale si tratta di una cessione gratuita, che il governo regionale intende far fruttare. L’ufficio stampa spiega che la Regione, una volta entrata in possesso dei beni (il trasferimento non si è ancora perfezionato), ne cederà la titolarità ai comuni. Però il presidente Riccardo Illy (nella foto) è stato chiaro: se in un periodo tra i due e i quattro anni i Comuni non riusciranno ad avviare progetti di “valorizzazione”, le cessioni saranno revocate.

Per valorizzare Illy intende che prima si cambia la destinazione d’uso dell’immobile, e solo dopo si mette in vendita il bene. L’obiettivo è di avere complessi residenziali e negozi nelle ex caserme, e in cambio un po’ di soldi nelle casse regionali.



Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia