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Cura o prestazione?

I tagli al Fondo nazionale per i servizi sociali universali spingono a un modello mercantile dell’assistenza. La Lombardia, come sempre, è in prima fila Nel welfare i numeri contano. Specie quando si riducono. Mentre lo Stato taglia progressivamente i fondi…

Tratto da Altreconomia 116 — Maggio 2010

I tagli al Fondo nazionale per i servizi sociali universali spingono a un modello mercantile dell’assistenza. La Lombardia, come sempre, è in prima fila

Nel welfare i numeri contano. Specie quando si riducono. Mentre lo Stato taglia progressivamente i fondi destinati alle politiche sociali (vedi box), alcune Regioni fanno di meglio e li sottraggono ai Comuni. Risultato: servizi sociali che si riducono (agli anziani, ai bambini, alle persone disagiate), rette che si alzano, famiglie che non possono pagare, furbi che evitano di farlo. E aberrazioni come quelle degli amministratori di alcuni Comuni che hanno lasciato senza cibo e a piedi i bambini delle scuole elementari. Sono esperienze sempre più frequenti con le quali ci confrontiamo ogni giorno.
Al posto di compensare ai tagli, come hanno fatto altre Regioni, la Lombardia, con la delibera di giunta regionale 11255 del 10 febbraio scorso, ha deciso di trattenere presso di sé gran parte dei fondi destinati dallo Stato ai Comuni del proprio territorio: due volte e mezza quanto trattenuto nel 2009. Per la precisione, i Comuni lombardi (ai quali già erano stati destinati dal governo il 22,74% di fondi in meno, da 95 a 73 milioni di euro) si vedono privati di un ulteriore 30%. Tradotto: lo scorso anno avevano a disposizione 81 milioni di euro, quest’anno 39 milioni. Nel 2008 erano 92 milioni di euro.
Il provvedimento ha scatenato le proteste del Consiglio nazionale di rappresentanza dei sindaci e dei presidenti delle assemblee dei sindaci, anche perché il taglio colpisce soprattutto i progetti di welfare di largo respiro, che i Comuni avevano cominciato a progettare e gestire unendo le forze attraverso lo strumento recente degli Ambiti territoriali. La Regione Lombardia si è affrettata a spiegare che non si tratta di tagli, ma di denaro che verrà impiegato sempre per scopi sociali ma attraverso dispositivi regionali, come i “buoni sociali”.
Ma questo garantirà servizi adeguati a tutti?
Giuseppe Guerini è divenuto presidente di Federsolidarietà Lombardia proprio mentre la giunta approvava la Delibera 11255. Federsolidarietà è la federazione che associa le 1.097 cooperative sociali aderenti a Confcooperative in Lombardia, oltre i due terzi del totale di quelle lombarde. “Il tema importante è proprio l’utilizzo dei fondi. Il modo in cui vengono spesi i soldi non è irrilevante. Una cosa è infatti che questi passino attraverso i Comuni, un’altra se diventano ‘buoni’ da spendere, a disposizione delle singole famiglie. Siamo favorevoli a un maggior protagonismo dei cittadini, ma in questo caso sta passando una cultura ‘prestazionale’ della cura. Noi invece preferiamo una prospettiva ‘relazionale’, dove quando si parla di welfare e politiche sociali si ragioni su una comunità, non sul singolo cui sono dati soldi da spendere. Pensiamo a un sistema dove ci sono cooperative sociali che agiscono sul territorio, in un’ottica fatta di legami, in un sistema di relazioni. Se invece ho tanti cittadini che hanno in mano il loro tagliando, tutto cambia. Perché la dinamica prestazionale spinge a portare al massimo il controllo e l’efficienza economica della prestazione”. E quando si confonde la libertà di scegliere a chi affidarsi con il mercato, si passa dalla cura alla prestazione, dalla relazione alla manutenzione.

Dal governo un fondo a scalare
Il Fondo nazionale per le politiche sociali, istituito dalla legge 449 del 1997, è la principale fonte di finanziamento statale degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie.
La sua configurazione oggi
è prevista dalla legge 328 del 2000, mentre il suo ammontare annuo è determinato dalla legge finanziaria. La maggior parte del denaro (60%) è destinato all’Inps. Per il resto, a seguito delle modifiche costituzionali che attribuiscono alle Regioni la competenza in materia di politiche sociali, oggi allo Stato spetta solo lo stanziamento del fondo e l’individuazione di livelli essenziali e uniformi sul territorio nazionale delle prestazioni.
Sono i governatori a decidere come utilizzare i soldi e a chi affidarli. Nel corso degli ultimi dieci anni, l’ammontare del Fondo si è attestato tra i 1.307 milioni di euro del 2005 ai 1.883 milioni del 2004. Ma dal 2010 si è abbattuta pesantemente la scure dei tagli: l’ultima finanziaria ha stabilito infatti che il Fondo ammonterà a 1.175 milioni di euro (300 milioni in meno circa dello scorso anno). E nei prossimi anni andrà anche peggio: 913 milioni per il 2011 e altrettanti per il 2012.

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