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Criminalità organizzata in Europa, i ritardi dell’Italia

La commissione parlamentare Antimafia ha votato all’unanimità una relazione che indica a Parlamento e Governo le gravi inadempienze in materia di "buone pratiche" comunitarie contro le mafie. Dalle confische ai sequestri, dalle squadre investigative alla custodia cautelare. A pochi giorni dal semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea

A proposito di lotta alla criminalità organizzata lo slogan “ce lo chiede l’Europa” è incompleto. Dal 17 giugno scorso, infatti, va aggiunta una parte: “così come la commissione parlamentare Antimafia”. È all’organo bicamerale presieduto da Rosy Bindi, infatti, che si deve la “Relazione sul semestre di presidenza italiana della Ue e la lotta alla criminalità mafiosa su base europea ed extraeuropea”, approvata all’unanimità la passata settimana.
 
È un documento di 43 pagine che si propone di indicare al governo guidato da Matteo Renzi -cui spetterà dal primo luglio il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea- le iniziative più urgenti da mettere in campo per contribuire a contrastare gli interessi di quei 3.600 gruppi criminali che -secondo quanto censito nel 2013 dall’ufficio di Polizia europeo (Europol)- risultano operativi nel continente.
 
Con immediati riflessi anche sull’economia nazionale. Scrive la relazione della commissione: “Recenti studi hanno evidenziato che la maggiore fonte di profitti illeciti in Italia è costituita dal narcotraffico (in media 7,7 miliardi di euro), seguito dall’estorsione (4,7 miliardi di euro), dallo sfruttamento della prostituzione (4,6 miliardi di euro) e dalla contraffazione (4,5 miliardi di euro)”.
 
Dunque, “repressione di riciclaggio” e “confisca dei beni” rappresentano una materia che richiede un concreto gioco di squadra. Ne sono convinti i membri della commissione, che in questo caso hanno indicato come primo elemento d’azione le rogatorie internazionali. 178 sono state quelle inoltrate dalle autorità italiane all’estero tra il 2012 e il 2013, di cui soltanto 28 in Spagna. “Un significativo scambio rogatoriale attivo è presente anche con il Regno Unito -scrivono i commissari guidati da Rosy Bindi- che talune esperienze operative indicano come caratterizzato da particolare formalismo, talvolta ritenuto eccessivo”. 
 
Quanto eccessivo è il ritardo accumulato dall’ordinamento italiano (11 anni) nel recepire la decisione quadro del Consiglio d’Europa 2003/577/GAI che prevede il riconoscimento reciproco tra autorità giudiziarie di Paesi diversi dell’efficacia di un provvedimento blocco o sequestro di beni. Oltre all’Italia mancano all’appello anche Grecia, Lussemburgo e Regno Unito.
 
Spetterà poi all’esecutivo italiano provvedere a far propria anche la linea indicata da un’altra decisione quadro, la 2006/783/GAI, che, nel solco della precedente, detta le regole e velocizza il percorso amministrativo del mutuo riconoscimento riconoscimento delle decisioni di confisca, e cioè del passo successivo al blocco o al sequestro.
 
Identica è la sorte delle “squadre investigative comuni”, concepite nel lontano 1999 quale strumento d’indagine con scopo e tempi prefissati condiviso tra due Paesi diversi, sono poi confluite in un’altra decisione quadro, ancor più datata: la 2002/465/GAI. “Appare doveroso ricordare -annotano i componenti della commissione parlamentare Antimafia- che dei 28 Paesi membri dell’Unione Europea soltanto due al momento non hanno implementato la menzionata decisione quadro […]: la Croazia e l’Italia con riflessi negativi sul piano della utilizzabilità degli atti compiuti all’estero, tuttora subordinata al regime rogatoriale”. 
 
L’Italia è rimasta indietro anche in materia del “reciproco riconoscimento alle decisioni sulle misure alternative alla detenzione cautelare nel corso di procedimenti penali”. Dal 2009 -anno della norma 829/GAI– solamente Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Lettonia, Olanda, Romania, Slovacchia e Slovenia vi hanno infatti provvveduto. 
 
E, ancora, “Inadempiente” è l’etichetta appiccicata al nostro Paese sia per la mancata implementazione della decisione quadro (la 2008/947/GAI) che riguarda l’“adeguata sorveglianza di chi è stato condannato” nonché “i percorsi di reinserimento dello stesso nella società”, sia per il mancato recepimento di quella norma (la decisione quadro 2009/948/GAI) che avrebbe dovuto consentire la risoluzione dei conflitti internazionali di giurisdizione.
 
Da martedì 17 giugno la relazione è all’attenzione dell’aula parlamentare e quindi dell’esecutivo. Cui spetterà l’onere di tradurre in pratica le precise indicazioni della commissione.

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