Diritti / Intervista

Maurizio Veglio. Nella galera degli stranieri

Da oltre 20 anni la detenzione amministrativa dei migranti e richiedenti asilo nei Cpr è una “crepa costituzionale”. Una testimonianza diretta tenta di rompere il disinteresse generale

Tratto da Altreconomia 230 — Ottobre 2020
Un’immagine di repertorio dell’ex Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano © Maurizio Maule/Fotogramma

Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Palazzo San Gervasio (PZ), Roma e Torino. Da oltre 20 anni lo Stato trattiene lo straniero, privandolo della libertà personale, nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Lo fa in assenza di un reato ma semplicemente sulla base di una violazione amministrativa -cioè l’ingresso o il soggiorno in assenza di un permesso-, con somma brutalità. Lo sa l’avvocato Maurizio Veglio -specializzato in diritto dell’immigrazione, socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi, asgi.it) e lecturer presso l’International University College di Torino- che attraversa quasi ogni giorno le “galere dei clandestini”, in particolare il Cpr “Brunelleschi” di Torino. Stimolato dall’editore SEB 27, ha deciso di mettere in pagina la sua decennale esperienza maturata anche presso la Human rights and migration law clinic dell’Università di Torino: ne è nato il volume “La Malapena”, puntuale racconto dello scandalo giuridico ed economico della detenzione amministrativa degli stranieri, “voce buia del diritto”, “crepa costituzionale” dove “affondano anche i corpi dei trattenuti”.

“È una testimonianza parziale, rischiosa, controvertibile come tutte -premette Veglio-. Ma è l’unica che mi è possibile. Non è scritta, né potrebbe esserlo, in nome di alcuno. Più che giudizi, contiene materiale istruttorio. E domande, più che risposte”. L’autore racconta quel che ha visto, compresa la “strage delle fotocamere”. Allo straniero che entra al Brunelleschi e passa alla vita di reclusione viene infatti “consegnato un cacciavite da piantare nella fotocamera del cellulare, fino a metterla fuori uso”. Per la pubblica amministrazione è una “tutela” della dignità e riservatezza dei reclusi, nella sostanza significa spegnere qualsiasi controllo dell’azione dello Stato. Il personale civile del centro viene chiamato “Charlie” ma “non esiste alcun mezzo di comunicazione dalle aree”, spiega Veglio. Dunque per “combattere lo stato di abbandono servono polmoni e fiato”: serve gridare. Sette persone condividono moduli abitativi da 50 metri quadrati, bagni inclusi, e tra stanza da letto e servizi, e all’interno degli stessi, non c’è mezza porta. “La denuncia dei gabinetti aperti, privi di separazione dall’ambiente in cui sono posizionati i letti, ci catapulta nel vagone del primo convoglio che nel 1944 trasportò i prigionieri dal campo di raccolta di Fossoli ad Auschwitz. Tra questi c’era Primo Levi”, annota l’avvocato-testimone. Sconvolge il racconto della violenza autoinflitta -156 casi nel 2011 nel solo Cpr di Torino-, spia di una “degradazione statutaria e normativa dello straniero che è incredibile”.

“Luoghi di detenzione non dichiarati, assenza di registri delle presenze, condizioni incompatibili con standard di vivibilità sono tratti che rimandano a esperienze nefande di altri tempi e latitudini”

Come è incredibile il disinteresse pubblico sull’istituto del trattenimento amministrativo che dal 1998 (legge Turco-Napolitano, rimaneggiata “ossessivamente” ben 13 volte sul punto) colpisce migranti e richiedenti asilo. “Benché si parli di trattenimento, misura per definizione transitoria, la durata massima della restrizione è attualmente di sei mesi, dopo avere già raggiunto il limite di 18 mesi consentito dalla Direttiva rimpatri -continua Veglio-. La legge attribuisce in via esclusiva e ordinaria il potere di trattenere lo straniero all’autorità di pubblica sicurezza (il questore), prevedendo una convalida giudiziaria entro le successive 96 ore. In seguito alla convalida lo straniero è trattenuto fino a 30 giorni, durante i quali la pubblica amministrazione deve adoperarsi per superare gli ostacoli che impediscono l’espulsione, tipicamente contattando le ambasciate dei Paesi di origine. Qualora permangano “gravi difficoltà”, prima della scadenza del mese il giudice può estendere il trattenimento di ulteriori 30 giorni, sempre su richiesta della questura, e così via fino a un massimo di 180 giorni”. Senza la collaborazione delle ambasciate -un “parametro prettamente politico”- il sistema che si dà le arie da duro si disfa. “Solo nel 50% dei casi il trattenimento si conclude con il rimpatrio”, continua l’autore, che fa emergere la “autentica natura del Cpr”. “Prima che anticamera dei rimpatri, il centro è luogo destinato all’isolamento e all’esclusione degli stranieri attraverso un processo di selezione sociale. Il trattenimento amministrativo è il frutto di un rito di separazione su base etnica, un atto di apartheid”. Possibile che non ci sia un giudice a convalidare o prorogare la misura? C’è ma è quello “di pace”, magistrato onorario, non professionale, pagato peraltro a cottimo (20 euro per ogni provvedimento di proroga). E poiché la libertà del cittadino “normale” non può essere la libertà dello straniero, gli “ospiti” dei Cpr nel nostro Paese “sono le uniche persone sulla cui libertà decide un giudice a cui il legislatore non ha attribuito il potere di disporre pene detentive”.

Paradossale vedere poi come la lenta giustizia italiana sia in realtà un missile nei centri: l’osservatorio Lexilium ha analizzato le udienze celebrate all’interno delle “carceri” di Bari, Roma e Torino. Risultato: “Il 60% delle 947 udienze di convalida e proroga non supera i cinque minuti di durata, comprensivi della stesura del provvedimento del giudice; a Torino -continua Veglio- si tratta di metà delle udienze di convalida e dell’80% delle udienze di proroga”. E i provvedimenti sono inappellabili se non ricorrendo per Cassazione.

La “fotografia più eloquente della degradazione dell’essere umano dentro il Brunelleschi” è il cosiddetto “ospedaletto”, settore di isolamento dei reclusi. Non è un presidio medico: si tratta di sei fabbricati con celle su entrambi i lati, un bagno che è un buco senza porta e spazi delimitati da sbarre. Veglio ammette di sentirsi nel ruolo del “becchino della situazione”, come un “testimone al tavolo di un rito di segregazione”. In realtà la sua parola, e i groppi che suscitano episodi come quelli del giovane sudanese Abdo, apre una crepa nella crepa e costringe a interrogarsi su questa sorta di “segreto tra i meglio custoditi” dallo Stato e dai suoi distratti cittadini.

“La Malapena” è il volume scritto da Maurizio Veglio per le Edizioni SEB 27. Nel 2019, per lo stesso editore, ha curato “L’attualità del male. La Libia dei Lager è verità processuale”

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