Diritti / Reportage

Dopo le proteste, le assemblee popolari. Per costruire un altro Cile

Le mobilitazioni autoconvocate dagli studenti nell’ottobre scorso hanno trascinato in piazza il popolo. Che ora si organizza, a partire dai quartieri di Santiago, in assemblee civiche aperte a tutti, chiedendo una nuova Costituzione

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020
Una delle manifestazioni per le stade di Santiago con la partecipazione dei vicini dell’Assemblea autoconvocata del Barrio Yungay, a Santiago nel novembre del 2019 - © Alessandra Cristina

muri del barrio Yungay raccontano il Cile di oggi: “Evadere, non pagare, un’altra forma di lottare’’, “Libertà per i detenuti politici’’, “Assemblea costituente subito’’ sono solo alcune delle scritte che chiunque può leggere una volta entrato in questo quartiere. Nel centro di Santiago, è abitato da famiglie, anziani, professionisti e immigrati. Numerosi edifici della zona sono tutelati dalla soprintendenza dei beni culturali. È tra le case basse di Yungay e i graffiti che l’hanno reso famoso che è nata una delle 50 assemblee territoriali della capitale del Cile, dove si riuniscono con una certa frequenza esperienze, individualità, realtà e proposte per immaginare un Paese diverso in seguito alla rivolta iniziata l’ottobre scorso. Grazie a questo processo collettivo che ha “svegliato” il Paese, le persone si sono riappropriate degli spazi pubblici e hanno cominciato a fidarsi reciprocamente.

Una delle caratteristiche della rivolta cilena è la spontaneità. Tutto infatti è iniziato il 18 ottobre 2019 con l’occupazione di diverse stazioni della metropolitana da parte degli studenti delle scuole superiori, autoconvocati senza bandiere di partito e senza chiedere alcun permesso. All’improvviso quel venerdì le persone si sono unite agli studenti e già poche ore più tardi il numero dei manifestanti si era moltiplicato. La maggior parte delle persone erano armate di cucchiai di legno e cacerolas (pentole) per fare più rumore possibile. Il giorno successivo, in risposta, il presidente Sebastián Piñera aveva annunciato lo stato d’emergenza e il coprifuoco che sarebbero durati una settimana.

Un momento della conferenza ”La Costituzione cilena. Struttura della costituzione e basi per la sua comprensione”, organizzata dalla commissione di Educazione popolare dell’assemblea autoconvocata del Barrio Yungay – © Alessandra Cristina

Anche a Yungay le persone hanno voluto manifestare in forma pacifica e spontanea sin dal primo momento. In un angolo del quartiere, durante un cacerolazo collettivo, un gruppo di vicini ha deciso di convocare una riunione per discutere della situazione del Paese. La mattina del 21 ottobre hanno scritto alcuni fogliettini a mano e li hanno attaccati per tutta la zona. Quei pezzi di carta erano i primi semi dell’assemblea autoconvocata del quartiere, sui quali si poteva leggere: “Cari vicini, nel contesto in cui stiamo vivendo, come gruppo di vicini del quartiere Yungay convochiamo un’assemblea territoriale con il fine di organizzarci. Oggi alle 18 faremo la seconda riunione in piazza Yungay. Vecinos Organizados’’.

“Vivevamo nello stesso posto ma non avevamo mai parlato. Il giorno dell’assemblea ci siamo guardati in faccia, con l’angoscia di rivivere gli orrori della dittatura” – Sonia

A quella riunione hanno partecipato 200 persone circa, in un quartiere dove abitano in tutto 15mila abitanti. “Vivevamo tutti nello stesso posto, ma non avevamo mai parlato -racconta Sonia, un’impiegata di 57 anni-. Il giorno della prima assemblea, per la prima volta ci siamo guardati in faccia con l’angoscia di rivivere gli orrori della dittatura ma con la stessa voglia di stare in piazza a manifestare e a organizzarci. Non sapevamo cosa dovevamo fare e come, ma sentivamo il bisogno di non rimanere da soli’’. A partire da quel momento i vicini si sono presentati e ognuno ha messo le proprie abilità a disposizione degli altri. Da quei dibattiti sono nate le diverse commissioni, che da oltre due mesi lavorano costantemente per un obiettivo comune: creare un Paese più equo, dove i cittadini possano tornare ad essere i protagonisti delle scelte politiche nazionali. Alla metà del mese di dicembre 2019 esistono 11 commissioni, che oltre ad occuparsi dell’organizzazione interna dell’assemblea creano reti per tutta la comunità, fuori e dentro il quartiere.

La Commissione di approvigionamento e trasporto, per esempio, organizza l’acquisto di frutta e verdura da contadini locali e senza intermediari, coordina mercatini dell’usato e dell’artigianato, raccoglie le offerte di prodotti per i vicini più bisognosi -soprattutto pensionati- e ha creato delle mappe con tutte le botteghe e le farmacie del quartiere. Grazie a questa commissione esiste anche una lista a disposizione di tutti con i contatti dei vicini che offrono servizi.

Alcuni abitanti del quartiere Yungay che partecipano a un evento-manifestazione dai balconi, a Santiago del Cile – © Alessandra Cristina

Questo perché Chile despertò -uno dei motti simbolo di questa protesta, “il Cile si è svegliato” in italiano- significa anche lottare contro un sistema economico che favorisce le grandi catene a discapito dei piccoli produttori, generare una coscienza alimentare come atto politico, creare economie alternative contro un sistema che colpisce tutti. “L’autogestione smantella il capitalismo’’ recita uno degli striscioni nel centro della piazza Yungay, luogo dove l’assemblea generale si riunisce tre volte a settimana.

La Commissione di educazione popolare si occupa di mettere a disposizione di tutti alcuni saperi specifici che riguardano il diritto e l’istruzione. Uno degli obiettivi principali delle proteste, per esempio, è la redazione di una nuova Costituzione, che includa la partecipazione di tutti i cittadini, dato che quella in vigore è stata scritta durante la dittatura di Pinochet (che durò dal 1973 al 1990) e non è mai stata modificata.

Le richieste popolari mirano soprattutto a un’educazione e a un sistema di salute gratuiti e di qualità, a pensioni più degne e alla statalizzazione dell’acqua, tra le altre cose. Le richieste, sebbene siano regolate da decreti, hanno la propria matrice nel Principio di sussidarietà della Costiuzione (articolo 3). Secondo tale assunto, lo Stato può intervenire nella relazione tra individuo e società intermediarie solo quando le ultime non possono soddisfare le necessità dei cittadini. In un Paese come il Cile dove la maggior parte dei servizi sono privati, significa sottomettere quasi tutti gli aspetti della vita del cittadino alle leggi di mercato.

Per questi motivi la commissione di Educazione popolare di Yungay ha organizzato un ciclo di incontri per studiare e capire la Costituzione, con la presenza di specialisti come le avvocatesse femministe della rete AboFem. Durante quelle giornate la partecipazione è stata altissima: “Se vogliamo cambiare la Costituzione dobbiamo prima conoscere quella attuale e dalla stessa capire come procedere -sostiene Alvaro, un pensionato di 68 anni-. Da trent’anni viviamo in una democrazia ‘truccata’ perché in realtà nel nostro Paese continuano a governare gli stessi politici che legiferavano durante il regime e nessuno ha pagato per i crimini commessi in 17 anni di dittatura. Per tale motivo la gente non ha più fiducia nei partiti e vuole essere parte attiva della politica di questa nazione’’.

“Non abbiamo bisogno di un’assemblea costituente dall’alto perché la stiamo già costruendo: siamo noi tutti, qui, adesso e dal basso” – Alvaro

Dalle assemblee generali di quartiere sono nate anche dichiarazioni ufficiali che riguardano il posizionamento della collettività nei confronti delle proposte del governo. Quando il 15 novembre 2019 diversi partiti politici si sono riuniti per la prima volta per stipulare un Accordo di pace sociale e nuova Costituzione, l’assemblea di Yungay ha risposto con un totale rifiuto. Prima di tutto perché, secondo il comunicato ufficiale della stessa, l’accordo era stato firmato in assenza dei movimenti sociali e a porte chiuse; in secondo luogo perché nell’accordo non si faceva nessuna menzione alla violenza esercitata dalle forze dello Stato che avevano causato vittime, violenze, abusi sessuali, feriti e detenuti da quando il popolo è sceso in strada; infine, nello stesso comunicato, si invitavano tutti i cittadini a continuare la mobilitazione e a dar vita ad assemblee territoriali autoconvocate in tutto il territorio per costruire un cammino d’incontro.

“Vengo a tutte le assemblee perché mi sento parte attiva del processo storico che stiamo vivendo in questo Paese -racconta Paulina, architetto di 29 anni-. Da tre anni soffrivo di depressione e di attacchi di panico, non potevo stare in posti dove c’erano molte persone. Uno dei primi giorni sono scesa all’angolo con la mia pentola e con un gruppo di vicini mi sono avvicinata all’assemblea. Ho cominciato a partecipare attivamente e quella sensazione di paura quando camminavo per strada se n’è andata’’.

Secondo Sonia, “diciassette anni di dittatura, oltre alle ferite fisiche, ci hanno lasciato profonde ferite psicologiche. Tornare in piazza e condividere con i vicini ci ha fatto tornare la voglia di vivere. Prima dopo il lavoro ognuno tornava a casa sua, accendeva la tv e andava a letto ancora più depresso. Adesso veniamo in piazza, partecipiamo alle assemblee e esprimiamo come ci sentiamo perché ora siamo consapevoli che i problemi di ognuno non sono personali, ma collettivi e politici’’.

Infatti, sebbene le proteste siano iniziate per l’aumento di 30 pesos del biglietto della metropolitana, le persone sono convintissime che “Non sono 30 pesos, sono 30 anni’’, come recita uno dei tanti murales del barrio Yungay, riferendosi ai 30 anni dal ritorno alla democrazia. “Non è il governo di turno, è la classe politica e il modello economico che ci violentano tutti i giorni -risponde Alvaro-. È un uomo che dopo una vita di lavoro vive con una pensione misera, è lo studente che già a 25 anni ha debiti per tutta la vita perché ha voluto studiare. Siamo tutti noi che non abbiamo più paura di lottare per un Paese che è nostro. Non abbiamo bisogno di un’Assemblea costituente che venga dall’alto, dove a decidere per noi sono sempre gli stessi, perché l’assemblea costituente la stiamo già costruendo: siamo noi tutti, qui, adesso e dal basso. Siamo consapevoli di essere solo al principio di un processo lunghissimo, ma dopo che ci è costato così tanto ritrovarci, adesso non ci molliamo più’’.

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