Altre Economie / Reportage

Così il mutualismo solidale sta crescendo tra le vigne

Valorizzazione della vitivinicoltura biologica e biodinamica, riscatto sociale, difesa del territorio e dei beni comuni. Questi i principi che uniscono le cantine e aziende vinicole di “Solo Roero”, “TerroirMarche”, “i Dolomitici” e “Quat Gat”. Le storie di quattro esperienze esemplari di cooperazione tra produttori, dal Piemonte alle Marche

Tratto da Altreconomia 184 — Luglio/Agosto 2016
Enrico Cauda e -dietro di lui- Luca Faccenda vendemmiano la vigna di Cascina Fornace, l’azienda del primo, una delle tre di “Solo Roero”. “Era il 2014, e quell’anno pioveva sempre: ci siamo dati una mano, per fare prima” racconta oggi Enrico - © Archivio Val Faccenda

Luca Faccenda, Alberto Oggero e i fratelli Emanuele ed Enrico Cauda hanno meno di quarant’anni e fanno vino in Roero, tra Canale e Santo Stefano Roero, in provincia di Cuneo e sulla riva sinistra del fiume Tanaro. Sono tutti vignaioli di prima generazione, producono e imbottigliano ogni anno poco meno di 40mila bottiglie.

Due anni fa, hanno dato vita a un’associazione, che si chiama “Solo Roero” (www.facebook.com/soloroero), e a luglio 2016 verrà commercializzato il primo vino con lo stesso marchio: a distribuirlo sarà la coop Progetto Emmaus, perché dietro quelle 900 bottiglie di bianco c’è un’iniziativa che ha visto l’inserimento in vigna e in cantina di 5 giovani che vivono diverse condizioni di fragilità. Le tre aziende hanno messo a disposizione ognuna poco più di 200 litri di Roero Arneis Docg. “Alessandro, un educatore di Emmaus, è amico di Alberto. Quando ci hanno chiesto di partecipare a questo progetto, abbiamo aderito, insieme” racconta Faccenda, 34 anni, titolare dell’azienda agricola Valfaccenda. “Sono venuti per un giorno alla settimana, accompagnati da un educatore, a potare, a vendemmiare: non si tratta di un vero ‘inserimento lavorativo’, ma per piccoli viticoltori come noi, soprattutto durante la stagione estiva, quando le viti crescono di una spanna al giorno, seguirli ha rappresentato un investimento di tempo importante”. Importante ma alla portata, se suddiviso tra le tre cantine: è questo mutualismo, del resto, uno dei valori fondanti di “Solo Roero”, un percorso di condivisione nato intorno ad un principio: in vigna si coltivano, con metodi naturali o biologici certificati, solo Arneis e Nebbiolo, i due vitigni alla base delle Docg Roero Arneis (bianco) e Roero (rosso). “Il nostro è un percorso di condivisione -racconta Luca Faccenda-: crediamo nelle potenzialità del Roero, e cerchiamo di dimostrarla anche dal punto di vista economico. ‘Scontiamo’ l’eccessivo successo dell’Arneis, un vino che ha appena 30 anni di storia ma è prodotto in 6 milioni di bottiglie, che spesso sono già in vendita un mese e mezzo dopo la vendemmia”. Per i vini di Cascina Fornace, Alberto Oggero e Valfaccenda, invece, si deve attendere almeno il maggio successivo. Secondo Luca Faccenda, che lavora anche come consulente enologo, “le tre aziende non hanno ancora raggiunto la propria taglia ideale, quella delle 30mila bottiglie l’una, che ti permette di zappare, uscire col trattore, lavorare in cantina e partecipare a fiere di settore”, ma -anche per abbattere i costi- “ci si dà una mano in campagna, e sia Enrico sia Alberto mi hanno prestato dei macchinari, dato che tra i tre sono il meno fornito, mentre per me è comodo ritirare i campioni delle tre cantine per portarli ad analizzare in laboratorio”.
La cooperazione tra i 3 vignaioli di “Solo Roero” riguarda anche la parte commerciale: quando un importatore estero contatta una delle tre aziende, per fissare una degustazione, è facile che le incontri tutte. Ed è funzionale perché, spiega Faccenda, “nello stile i nostri vini restano molto diversi, come i nostri caratteri: perciò è vincente l’idea di integrarci”.

La stessa che guida “TerroirMarche” (www.terroirmarche.com), che riunisce 13 aziende vinicole delle province di Pesaro-Urbino, Ancona e Ascoli Piceno. “Faccio un esempio -racconta Alessandro Bonci de ‘La Marca di San Michele’, una delle cinque realtà che hanno fondato il Consorzio, nel 2013-: Liana Peruzzi, che a Monte Roberto (An) produce spumante Metodo classico dalla fine degli anni Ottanta, ha insegnato la tecnica a noi de ‘La Marca’, e ci ha aiutato in una parte della vinificazione, mentre Corrado Dottori de ‘La Distesa’ ci ha prestato l’imbottigliatrice specifica. La nostra mentalità è cooperativa, non competitiva: dato che ogni vino è espressione di un territorio, e del lavoro del vignaiolo, Liana sa che i nostri spumanti, dato che le due aziende sono a Monte Roberto e a Cupramontana, non saranno mai uguali. Anche vendemmiare una settimana dopo può fare la differenza”.

TerroirMarche, spiega lo Statuto, “non ha scopo di lucro e si prefigge la promozione e la valorizzazione della vitivinicoltura biologica/biodinamica marchigiana, la difesa del territorio e dei beni comuni, la diffusione di culture e pratiche per una economia sostenibile e solidale”. Associarsi costa 100 euro all’anno. Le 13 cantine associate hanno 118 ettari di vigneto e producono 419mila bottiglie. I lavoratori sono una cinquantina, tra soci e dipendenti. “I ‘piccoli’ corrono il rischio di restare chiusi nella propria vigna, e a noi non andava -spiega Alessandro Bonci-, ma nei grandi consorzi, dove le decisioni vengono prese sulla base del numero di bottiglie prodotte non ci sentivamo rappresentati”. TerroirMarche nasce per essere anche un attore politico: nel 2014 ha lanciato una campagna contro il diserbo, e il Comune di Cupramontana (dove hanno sede tre delle 13 cantine) ha fatto pressioni in Provincia per una moratoria sull’utilizzo del glifosato ai bordi delle strade comunali. Il 10 aprile di quest’anno, invece, i marchigiani hanno promosso un flash mob a Verona, al Padiglione 8 di Vinitaly, per dire no alle trivellazioni nei mari italiani, in vista del referendum della settimana successiva. Hanno letto un brano di Tonino Guerra: “Il nostro petrolio è la bellezza, la bellezza ci fa pensare alto e noi la buttiamo via”. “Nel Piceno vogliono trivellare anche tra le cantine che fanno agriturismo -racconta Bonci-, ma i Consorzi non si sono mossi. E qualcuno di noi ha preso anche insulti, mentre era in piazza a raccogliere firme con il Comitato ‘No trivelle nel Piceno’”.

Da due anni TerroirMarche organizza una piccola fiera, nel mese di maggio, ad Ascoli Piceno: “Abbiamo deciso di farlo nella zona più ‘depressa’ della regione, dal punto di vista enogastronomico. Dove si produce vino ad ettolitri, che però viene venduto in cisterne, trasportate verso altre regioni. Ci serve per sensibilizzare quel territorio”.

Un problema che hanno voluto affrontare anche i vignaioli che in Trentino hanno dato vita, nel dicembre del 2009, all’associazione “i Dolomitici” (www.idolomitici.com). “Nella nostra Provincia ‘vino’ è sinonimo delle grandi realtà della cooperazione, mentre la figura del ‘viticoltore’ che trasforma le proprie uve non c’è” racconta Giuseppe Pedrotti, presidente de ‘i Dolomitici’ dal dicembre 2015. I soci sono 10: un paio di cantine fanno 150-200mila bottiglie, mentre tutte le altre hanno una dimensione inferiore, sotto le 25mila. “Nelle fiere ci rappresentiamo a vicenda, e mettiamo in comune anche i contatti degli importatori -spiega Pedrotti-: a chi cerca un determinato prodotto, che può esssere un Teroldego o un vino aromatico, consigliamo di visitare la cantina di un altro socio”. Tutte condotte con metodo biologico o biodinamico. Insieme, “i Dolomitici” portano invece avanti la conduzione di una vecchia vigna di mezzo ettaro, quella di un contadino di nome Narciso. “È nelle zona di Avio, ed è una delle ultime a piede franco, sopravvissuta alla fillossera -racconta il presidente dell’associazione-. Il vitigno si chiama ‘Lambrusco a Foglia Frastagliata’. Nel 2010, due soci ci segnalano che il proprietario del terreno, che l’aveva acquistato dai parenti di Narciso, avrebbe voluto estirparla, per piantare l’ennesima vigna di Pinot Grigio”. “i Dolomitici” hanno affittato la vigna, (“a un prezzo doppio rispetto a quello di mercato”, dice Pedrotti), l’hanno rimessa in sesto (“anche quest’anno abbiamo sostituito 100 pali”, su un totale di 727 ceppi), ed ogni anno producono 3mila bottiglie di “Perciso”. Quel vigneto storico, però, è molto di più: “I filari sono larghi tra i 10 e i 12 metri, e in mezzo Narciso coltivava ortaggi. Da quest’anno, siamo tornati a farlo anche noi”.

Tra le esperienze di cooperazione mutualistica tra piccoli vignaioli, la più “antica” è quella tra Matteo Baldin, Luca Caligaris e Franco Patriarca, i “Quat Gat”. Fanno rete dal 2005, “anche se non è una forma organica, riconosciuta. Ci aiutiamo per ciò che riguarda la partecipazione a piccole manifestazioni, come ‘La Terra Trema’: ognuno di noi rappresenta anche gli altri, senza invidie. Quando uno viene ad assaggiare, parliamo del vino dell’altro con lo stesso rispetto con cui parleremmo del nostro. Gli impegni sarebbero moltissimi, anche nei fine settimana: è una forma di mutuo soccorso, ma anche un rapporto di amicizia”.
Tra Gattinara e Lozzolo, nel vercellese, le tre cantine coltivano meno di dieci ettari e producono circa 20mila bottiglie l’anno, nell’area della Docg Gattinara e della Doc Bramaterra. “Questa zona del Nord Piemonte, 100 anni fa, prima della Seconda guerra mondiale, era importantissima dal punto di vista viti-vinicolo, con migliaia di ettari. Dopo l’industrializzazione, tutti sono andati in fabbrica, e la superficie vitata è ridotta a poche centinaia di ettari. Siamo rimasti pochi viticoltori, ‘quattro gatti’. Mettendoci insieme eravamo in 3, ma usiamo questo nome” racconta Patriarca.
Tra le cose che i “Quat Gat” hanno fatto insieme, c’è anche l’acquisto di una tappatrice semi-automatica: “Un investimento che, seppur minimo, risulta elevato per un piccolo vignaiolo -spiega-. Anche senza costituirci in cooperativa, siamo sulla stessa barca: via l’invidia, i sospetti. Bisogna darsi una mano. Se si resta davvero da soli, diventa impossibile superare molti problemi”. La scelta dei “Quat Gat” è per un’agricoltura sostenibile: “Nessuno ha la certificazione, ma non usiamo più diserbanti, ne insetticidi -sottolinea Patriarca-. Sono 20 anni che non ne do. Dobbiamo necessariamente praticare un’agricoltura attenta, in primis perché in mezzo alle vigne ci siamo noi”.

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