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Controllori per conto di Roma

Le 106 Prefetture costano poco meno di 600 milioni l’anno, come il Senato. Nel 2012 l’annunciata riforma, mai attuata. Oggi il governo ci riprova —

Tratto da Altreconomia 161 — Giugno 2014

Il 13 giugno Matteo Renzi porta in Consiglio dei ministri la riforma delle Prefetture. L’annuncio di un intervento, intanto, sta per compiere due anni. Era l’agosto del 2012, e la stagione del “cambiamento” tarda ad arrivare, nonostante il “costo” annuale per lo Stato degli uffici territoriali del Governo è paragonabile al bilancio del Senato della Repubblica, quasi 600 milioni di euro, istituzione che però è in via di soppressione (come abbiamo spiegato su Ae 160). Oggi le Prefetture italiane sono 106, e la via maestra per l’intervento di riforma promosso dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia -e indicato al punto numero 28 di una lettera spedita ai dipendenti pubblici il 30 aprile scorso- è riduzione: “Riduzione delle Prefetture a non più di 40 (nei capoluoghi di regione e nelle zone più strategiche per la criminalità organizzata)” è la promessa alla quale il Consiglio dei ministri sarà chiamato a dar forma nella riunione fissata per la prima metà di giugno.

Non è dato saperlo, ma forse in parte l’iniziativa governativa è collegata alle cronache dell’ultimo anno e mezzo, quelle ricavabili da una ricerca di archivio nella rassegna stampa che però vale la pena leggere nell’insieme. Si parte con Oscar Fioriolli, prefetto ed ex questore di Napoli, finito agli arresti domiciliari nel gennaio del 2013 per presunti appalti truccati nelle gare pubbliche su sicurezza e videosorveglianza. In precedenza, Fioriolli aveva lavorato all’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali all’inizio degli anni Ottanta, all’epoca del sequestro del generale statunitense James Lee Dozier e delle torture compiute per giungere alla sua liberazione rivelate a l’Espresso dall’ex poliziotto Salvatore Genova.
C’è poi Bruno Ferrante -già prefetto di Milano, poi candidatosi a sindaco per il centrosinistra (sconfitto da Letizia Moratti)-: chiamato dalla famiglia Riva a presiedere il gruppo Ilva, al centro di vicende giudiziarie note, è indagato nell’inchiesta “Ambiente svenduto” coordinata dalla Procura tarantina.
O anche Francesco La Motta, prefetto e alto in grado dei servizi, arrestato nel giugno 2013 per peculato e falso ideologico: è accusato di aver contribuito ad occultare 10 milioni di euro del Fondo per gli edifici di culto del ministero dell’Interno. Che dire di Gianni De Gennaro, prefetto, capo della Polizia ai tempi del G8 di Genova e responsabile oggettivo dei tragici fatti avvenuti nel luglio 2011, della gestione dell’ordine pubblico, dell’assalto alla scuola Diaz e delle torture perpetrate nella caserma di Bolzaneto. De Gennaro è stato confermato alla presidenza di Finmeccanica, e appena nominato alla testa della Fondazione Ansaldo, che ha sede proprio di Genova. Le cronache si sono occupate anche di Ennio Blasco, che è stato prefetto di Benevento fino alla metà del mese di aprile di quest’anno, quando è stato arrestato dalla Guardia di Finanza per corruzione nell’inchiesta su presunte irregolarità nella concessione di certificati antimafia. Ezio Monaco, invece, che ricopriva la carica di prefetto di Caserta quando diede le chiavi della Reggia di Caserta all’ex sottosegretario all’Economia ed ex parlamentare del Pdl, Nicola Cosentino. Ad aprile Cosentino è stato arrestato dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta sulla vendita di carburanti in provincia di Caserta: estorsione e concorrenza sleale aggravata dalla finalità camorristica le accuse a suo carico. C’è anche Giovanna Iurato, già prefetto dell’Aquila intercettata con il “collega” Francesco Gratteri nel maggio 2010 mentre “scoppiava a ridere ricordando come si era falsamente commossa davanti alle macerie e ai bimbi rimasti orfani” nell’aprile 2009 -lo scrivono i pm napoletani descrivendo la sua conversazione-. E c’è il caso della Prefettura di Lecco, la quale secondo la Procura di Milano -nell’ambito dell’operazione Metastasi- avrebbe in seno almeno due talpe dedite a effettuare accessi non autorizzati alle banche dati delle forze dell’ordine o carpire informazioni sensibili sulle certificazioni antimafia per conto della ‘ndrina locale del clan Trovato. O, ancora, quello del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, che a seguito di alcune violenze videoregistrate durante un corteo nella Capitale -nello specifico, un artificiere che calpesta volontariamente una ragazza inerme- difese l’autore del gesto definendolo “la vera vittima”. O, infine, la vicenda che riguarda Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano fino al 2013 e ora al vertice dell’Agenzia lombarda per l’edilizia residenziale (Aler): il suo nome è nella lista dei clienti del resort Tanka Village, in Sardegna, cui pagava il soggiorno Salvatore Ligresti.

La riforma delle Prefetture, però, non è soltanto una demagogica questione di singoli. Perché riguarda numeri e funzioni, prima di tutto. Come detto, gli uffici di rappresentanza del Governo sono 106 a fronte di una pianta organica di 207 prefetti nominati dall’esecutivo (il trattamento economico lordo complessivo oscilla, per la carica di prefetto, da 135mila a 151mila euro all’anno, compresa la tredicesima, sebbene la retribuzione media con gli oneri sfiori -secondo il ministero stesso- i 230mila euro). L’ultima sessione di nomine ha avuto luogo il 17 dicembre 2013, oltre un anno dopo l’annuncio della riforma: l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta -su proposta dell’attuale titolare del Viminale, Angelino Alfano- diede l’incarico a 22 “matricole”. Il nuovo prefetti di Agrigento è Nicola Diomede, già a capo della segreteria tecnica del ministero dell’Interno (Alfano è originario della stessa città siciliana).
Il dato più aggiornato sulla spesa rappresentata dalle Prefetture risale al 2010. Lo ha fornito nel marzo 2013 alle Camere Piero Giarda, allora ministro per i Rapporti con il Parlamento, attraverso l’“Analisi di alcuni settori di spesa pubblica”. Il settore costava 583,3 milioni di euro, di cui ben 463,4 milioni (l’80%) per il personale, 88,9 per l’acquisto di beni e servizi, 27,7 per interventi straordinari e 3,3 per ammortamenti. 9.541 erano invece i dipendenti occupati.

Oggi l’atteggiamento dell’esecutivo appare duplice: da una parte si annuncia una riduzione delle Prefetture, e dall’altra assegna a queste rinnovate responsabilità. Nella bozza di disegno di legge sulle “misure volte a rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata e ai patrimoni illeciti”, approdato a inizio maggio al Consiglio dei ministri, le Prefetture hanno infatti assunto un ruolo ancor più determinante nei “Tavoli permanenti sulle aziende sequestrate e confiscate”.
A sua volta anche la proposta di riforma si arrampica lungo versanti diversi, quasi opposti. L’intenzione più recente è quella abbozzata nel comunicato stampa-lettera del presidente del Consiglio e del ministro competente, e cioè il numero massimo di 40 Prefetture salvo eccezioni non meglio indicate.
Il punto è che lo stesso governo Renzi, nel Documento di economia e finanza 2014 -deliberato l’8 aprile 2014, quindi venti giorni prima della lettera ai dipendenti pubblici-, aveva inserito tra le misure di “contenimento ed efficientemento della spesa pubblica” la riorganizzazione delle Prefetture, avviata addirittura dall’ex ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri.
La misura, che risale all’agosto 2012, è contenuta nella legge 135/2012, all’articolo 10 -“Riorganizzazione della presenza dello Stato sul territorio”- e prevedeva l’adozione di un regolamento ad hoc entro novanta giorni dall’entrata in vigore del dispositivo. Da allora, però, nessuno ha dato seguito al comma previsto nella “prima” revisione della spesa. O meglio: ha bloccato l’iter.
Lo schema di regolamento, infatti, è stato predisposto attraverso un decreto del Presidente della Repubblica e sottoposto alle Camere nel marzo 2013. L’ambito territoriale di operatività della Prefettura veniva confermato a livello provinciale con l’eventuale adeguamento alle nasciture città metropolitane, così come la “garanzia del conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e la riduzione del 20 per cento della spesa sostenuta dallo Stato”. Il 20 giugno 2013, però, la commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati ha rigettato lo schema dell’esecutivo -che nel frattempo era mutato, da Monti a Letta- sostenendo allora, ad esempio, che “l’iter dello schema di decreto in esame doveva procedere in parallelo col provvedimento di riordino delle province, che non è invece ancora giunto a compimento”, evidenziando “l’indeterminatezza degli effetti prospettati dallo schema di regolamento in esame in ordine ai risparmi che si dovrebbero conseguire in termini economici” ed esprimendo perciò “molte perplessità, innanzitutto in relazione alla effettiva possibilità di conseguire i risparmi di spesa attesi e al rischio che, al posto dei risparmi, si determinino spese aggiuntive”. Tutti i componenti della commissione, trasversalmente, condivisero “l’insufficienza del provvedimento”. Quello stesso provvedimento che però è ritornato tra le misure “da approvare” nel Def 2014 approvato dall’esecutivo in sede di Consiglio dei ministri, seppur seccamente definito “senza effetti” a livello di impatto sul bilancio pubblico.

Il tema della riforma delle Prefetture procede accanto a quello della struttura del ministero dell’Interno. Secondo la relazione presentata dal ministro Alfano al Senato della Repubblica nel luglio 2013, le risorse umane a disposizione dell’amministrazione dell’Interno erano pari nel 2012 a 155.192 unità. Tra questi c’erano 2.652 “dirigenti”, per metà afferenti alla categoria “carriera prefettizia” (il resto è Polizia di Stato e corpo nazionale dei Vigili del fuoco). I membri dell’ufficio di Gabinetto del ministro, per legge, non possono che essere selezionati tra “Prefetti a disposizione” -e infatti tre su tre lo sono-. Viceprefetti sono poi i vertici degli Uffici Affari generali, Ordine e sicurezza pubblica, protezione civile, affari interni fino al cerimoniale. Anche Felice Colombrino, coordinatore dell’ufficio stampa del ministero, è prefetto. Così come il direttore del portale interno.gov.it -Maria Carbone-, che è viceprefetto. Prefetto sono anche Umberto Postiglione, del dipartimento per gli affari interni, e Alessandro Pansa -prefetto e capo del dipartimento della pubblica sicurezza-. —

In vece dello Stato
Le funzioni e i compiti in capo alle prefetture italiane sono stati ordinati e rafforzati negli ultimi vent’anni, a partire dalla legge delega 59 del 1997, seguita dal decreto legislativo 300 del 1999 e dal Dpr 180 del 2006. Quest’ultimo ha assegnato all’ufficio territoriale del Governo mansioni di coordinamento dell’attività amministrativa dello Stato sul territorio in nome della “leale collaborazione degli uffici periferici dello Stato con i diversi livelli di governo esistenti”.
La prefettura dovrebbe fornire all’esecutivo “elementi valutativi inerenti gli uffici periferici dello Stato” e promuovere e coordinare “le iniziative nell’ambito delle amministrazioni statali”. Alla genericità di queste funzioni ha replicato l’Associazione nazionale funzionari dell’amministrazione civile dell’Interno (Anfaci), presieduta da Bruno Frattasi, già prefetto di Latina fino al dicembre 2009 e ora direttore dell’Ufficio affari legislativi e relazioni parlamentari del ministero dell’Interno. Secondo l’associazione, infatti, le prefetture italiane avrebbero prodotto 250mila certificati antimafia e 2mila pianificazioni di protezione civile. A questi compiti indiretti il governo di Mario Monti aveva cercato di affiancare anche quello di promozione di “iniziative volte alla determinazione e alla garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. Una misura “esorbitante e imprecisa” secondo i commissari della Camera, che hanno bocciato lo schema di regolamento nel giugno 2013.

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