Economia / Opinioni

Tenuta dei conti pubblici: le carte che ha in mano l’Italia (da non bruciare)

Il nostro Paese dispone di un sensibile avanzo primario, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico, e il risparmio privato dei cittadini è tra i più alti della media europea. Ma è un vantaggio da tutelare. L’analisi di Alessandro Volpi

© Ehud Neuhaus

La secca bocciatura, ad opera della Commissione europea, della legge di Bilancio italiana, il declassamento da parte delle agenzie di rating e le esplicite intenzioni del governo Conte di non modificarla, mettono sotto pressione i conti pubblici italiani. Saranno soprattutto i compratori internazionali dei titoli del debito pubblico a valutare la capacità di tenuta del nostro Paese e a decidere se continuare o meno a sostenerlo. Rispetto a tale, cruciale, decisione l’Italia può contare su tre elementi a proprio vantaggio.

1) L’Italia dispone ormai da tempo, per effetto delle proprie politiche di finanza pubblica, di un sensibile avanzo primario che consiste nella differenza fra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico. In altre parole, le entrate sono state superiori alle spese e, peraltro, in misura significativa. Dal 1992 ad oggi, i conti pubblici italiani hanno registrato infatti sempre un avanzo primario, con la sola eccezione del 2009 e del 2010, toccando punte del 6,2% del Pil nel 1997 e mantenendolo al di sopra del 2% nel periodo 2012-2015. Nel 2016 e nel 2017 tale avanzo si è attestato intorno all’1,5%. Si tratta di un dato molto importante perché dimostra la capacità del bilancio italiano di stare in equilibrio e rappresenta una garanzia vitale per il gigantesco debito pubblico che però, nonostante l’avanzo, ha continuato a crescere sensibilmente per effetto del costo degli interessi e sarebbe cresciuto in misura ancora maggiore se non ci fosse stato l’avanzo. In quest’ottica pensare di portare i conti in disavanzo, senza ridurre il debito, potrebbe generare un ulteriore aumento dei tassi di interesse sul debito stesso, con conseguenze pericolosissime sul bilancio dello Stato e sulla sua capacità di pagare stipendi e fornire servizi.

elaborazioni Banca d’Italia

2) Negli ultimi anni si è assistito ad un allungamento della vita media del debito pubblico italiano. Per vita media del debito si intende il calcolo di quanti anni mancano mediamente alla scadenza di tutte le emissioni, tenendo conto delle singole scadenze e della loro dimensione. La vita residua media dei titoli di Stato italiani è di 6,9 anni con un incremento di circa un anno rispetto al 2008; una durata che pone il nostro Paese in condizioni simili a quelle della Germania e della Francia e più favorevoli rispetto agli Stati Uniti, dove le scadenze residue non arrivano a 6 anni. Avere un debito che ha scadenze più lunghe rappresenta un dato certamente positivo perché limita la necessità di trovare compratori nel breve periodo, almeno per la parte più corposa del debito stesso, ed è dunque un’ulteriore garanzia della sua tenuta oltreché di maggiore respiro per le politiche economiche. Accrescere, come sta avvenendo ora, la dipendenza dal debito con scadenze più “corte” può essere molto insidioso.

3) Gli italiani dispongono di un risparmio privato più alto della media europea; nel Rapporto della Commissione nazionale per le società e la Borsa sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018 si legge che “la ricchezza netta delle famiglie italiane rimane stabile sui livelli del 2012 attestandosi a 9 volte il reddito disponibile a fronte del dato medio per i Paesi dell’area euro che è di 8 volte il reddito disponibile”. Siamo un popolo di risparmiatori, pur con una non banale concentrazione della ricchezza, e ciò costituisce un forte elemento di rassicurazione per i mercati internazionali e di tenuta dello stesso debito pubblico.

fonte: Report on financial investments
of Italian households, CONSOB, 2018

Bisogna tuttavia aver chiaro che sarebbe davvero inimmaginabile pensare di indirizzare questa ricchezza alla sottoscrizione del debito pubblico da cui fuggissero tutti i compratori esteri perché si tratterebbe di una evidente forzatura destinata a mettere nelle mani degli italiani titoli assai svalutati. Occorre rilevare anche che il tasso di risparmio lordo delle famiglie italiane continua scendere, ponendosi al di sotto della media dell’area euro: a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell’11,8% della media dell’Eurozona (nel 2004 aveva raggiunto il 15%, superando la media area euro di un punto percentuale). Il passato ci consegna tre buone carte da giocare sul tavolo della tenuta dei conti, non bruciamocele.

Università di Pisa

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