Economia

Complottismo versus verità – Ae 75

Essere complottisti paga e appaga: Thierry Meyssan ha incassato oltre un milione di euro per il suo libro sull’11 settembre, altri girano il mondo per tenere convegni e conferenze Le stragi dell’11 settembre sono probabilmente l’attentato più documentato della storia:…

Tratto da Altreconomia 75 — Agosto 2006

Essere complottisti paga e appaga: Thierry Meyssan ha incassato oltre un milione di euro per il suo libro sull’11 settembre, altri girano il mondo per tenere convegni e conferenze


Le stragi dell’11 settembre sono probabilmente l’attentato più documentato della storia: milioni di persone vi hanno assistito in diretta televisiva; decine di migliaia ne sono state testimoni oculari e fotografi improvvisati.

In realtà, però, la documentazione pubblicamente disponibile ha dei vuoti. Per esempio, mentre l’impatto del secondo aereo contro il World Trade Center è stato ripreso da tutte le angolazioni, esistono solo due filmati poco chiari del primo.

Così, per lo schianto contro il Pentagono sono state divulgate soltanto due riprese di pessima qualità, nelle quali l’aereo è praticamente invisibile e nessuno ha filmato la caduta dell’aereo precipitato in Pennsylvania. Vi sono invece moltissime riprese, immagini e documentazioni tecniche che sono state segretate per ragioni legali e militari.

Tutti questi vuoti e segreti alimentano ipotesi di complotto secondo le quali, per esempio, il Pentagono non sarebbe stato colpito da un aereo di linea e le torri del World Trade Center (sia le due gemelle, sia la terza torre meno alta, nota come Edificio 7) sarebbero state fatte crollare con cariche esplosive; l’aereo caduto in Pennsylvania sarebbe stato invece abbattuto.

Gli attentati, insomma, sarebbero stati orchestrati dal governo statunitense come drammatico pretesto per giustificare azioni belliche e leggi restrittive già programmate, zittendo ogni opposizione.

In realtà queste ipotesi di complotto e i popolarissimi video che le illustrano su Internet (come Loose Change o il nostrano Inganno globale) giocano sui vuoti documentali, presentando selettivamente i dati (per esempio, foto e filmati dei rottami d’aereo al Pentagono ci sono eccome, ma vengono ignorati), interpretando forzosamente le immagini e le testimonianze (la similitudine “era come un missile Cruise” diventa “era proprio un missile Cruise”), evitando accuratamente di documentare le fonti delle proprie affermazioni, e a volte inventandosi le prove di sana pianta: per esempio, c’è chi sostiene che il transponder, ossia il trasmettitore identificativo degli aerei, non si possa spegnere in volo, ma i dirottatori l’hanno fatto, quindi sono stati aiutati; in realtà il transponder si spegne comodamente con una mano, tramite l’apposita manopola in cabina. C’è chi dice che il carrello degli aerei di linea scende automaticamente sotto una certa quota, per cui l’aereo al Pentagono avrebbe dovuto impattare a carrello estratto, e se non l’ha fatto, non era un aereo di linea; ma il carrello a discesa automatica non esiste. L’esame critico di queste ipotesi e dei relativi video, anch’esso disponibile su Internet, rivela manipolazioni, accostamenti ingannevoli ed errori grossolani basati sull’incompetenza tecnica, aeronautica e scientifica in generale di questi documentaristi improvvisati. Se si riesce a mettere da parte la forza emotiva delle immagini, si scopre che queste teorie reggono soltanto se si ignorano le centinaia di testimonianze, si conosce la materia solo superficialmente e si sospende il buon senso: per esempio, come minare due torri di 410 metri ciascuna di nascosto? Perché usare un aereo fantasma al Pentagono ma non per gli altri attentati?

Ma le teorie persistono. Da un lato, sono una gruccia psicologica confortante: se è stato un autoattentato, allora il fondamentalismo islamico non è poi così pericoloso; inoltre, specialmente per l’opinione pubblica statunitense, queste teorie fanno sparire l’umiliazione di essere stati fregati da diciannove arabi armati di taglierini. Dall’altro, il complotto affascina e vende; la ricerca seria no. Il giro di denaro intorno

al cosiddetto “complottismo” è davvero notevole: Thierry Meyssan, autore di L’Effroyable Imposture, uno dei primi libri sull’argomento, ha incassato oltre un milione di euro di diritti (vedi Ae n. 32); numerosi siti Web vantano di aver venduto centinaia di migliaia di copie dei loro libri e documentari su Dvd che dimostrerebbero le menzogne della ricostruzione comunemente accettata; le “grandi firme” del complottismo (Alex Jones, David Ray Griffin, Steve Jones e altri) girano il mondo per tenere convegni e conferenze sulle loro teorie, hanno seguaci che li veneran e vengono intervistati da giornali, radio e tv come se fossero celebrità, e tutto questo per molti conta anche più del denaro. Essere complottisti non solo paga, ma appaga.

Paradossalmente, il polverone mediatico sollevato dalle teorie del complotto che credono di aver scoperto spettacolari menzogne ostacola ogni ricerca seria e attenta delle eventuali verità nascoste. Come detto, nella ricostruzione ufficiale non mancano dettagli poco chiari o potenzialmente manipolati e contraddittori, e c’è il problema che nessuno, tranne le vittime, ha pagato per gli errori, le miopie e le incompetenze che hanno portato a quel terribile giorno. Ma il complottismo superficiale soffoca a legittima richiesta di chiarezza e trasparenza su questi aspetti. Togliere dal tavolo le teorie strampalate sull’11 settembre è quindi indispensabile sia per gli “ufficialisti”, sia per i complottisti seri, sia per gli indecisi. Nel mio lavoro d’indagine, svolto quasi tutto via Internet e quindi facilmente ripetibile, ho cominciato raccogliendo i dati di base da documenti super partes: la geografia dei luoghi degli attentati (con modelli fisici e digitali), le dimensioni e la struttura degli edifici e degli aerei coinvolti. Poi ho raccolto circa 8000 foto e filmati degli attacchi, per avere un quadro il più possibile completo, e ho iniziato a consultare sia i siti “complottisti”, sia quelli di “debunking” (ossia che smontano le teorie di complotto). Ho studiato tutti i rapporti ufficiali, disponibili in Rete, usandoli però soltanto come canovaccio da verificare, preferendo sempre fonti indipendenti. Consultando amici esperti, ho familiarizzato con le discipline attinenti agli attentati: aeronautica e norme dell’aviazione civile, ingegneria strutturale, fisica, telecomunicazioni e così via. Il quadro che è emerso da tutto questo lavoro è che il complottismo è seducente, ma prospera soltanto finché non si esplorano i fatti: finora, infatti, ogni ipotesi di complotto è stata smentita con un po’ di paziente ricerca e andando sempre alle fonti originali (non necessariamente ufficiali), quelle che i complottisti, chissà perché, evitano sempre di citare, preferendo gli ipse dixit di terza mano che sono la negazione di ogni ricerca della verità.



Quattro aerei, tremila vittime

L’11 settembre 2001, quattro commando terroristici, ciascuno comprendente un pilota addestrato, dirottarono quattro aerei di linea negli Stati Uniti. Due dei piloti guidarono i velivoli come missili incendiari contro le due torri del World Trade Center di New York; uno schiantò il proprio aereo sul Pentagono; i passeggeri e l’equipaggio tentarono di riprendere il controllo del quarto aereo, ma i dirottatori lo fecero precipitare in un campo in Pennsylvania. In questi dirottamenti, nell’impatto al Pentagono e nel crollo delle torri gemelle del World Trade Center e di numerosi altri edifici del complesso morirono circa 3.000 persone.



11 settembre 2001, le conseguenze

Le conseguenze politiche, sociali ed economiche degli attentati furono enormi: una coalizione internazionale invase l’Afghanistan per rovesciare il regime che ospitava i mandanti degli attentati; molti Paesi vararono leggi antiterrorismo controverse e, in alcuni casi, liberticide (intercettazioni disinvolte, creazione

di tribunali militari illegittimi a Guantanamo, e altro); la Borsa Usa perse 1,2 trilioni di dollari nella settimana successiva agli attentati, e l’economia mondiale entrò in crisi di riflesso, dovendo oltretutto investire massicciamente per fronteggiare il pericolo di atti catastrofici di terrorismo domestico, prima ritenuti improbabili.



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