Diritti

Chi vende le armi del conflitto tra israele e palestina

Le vicende di fine 2008 in Israele e Palestina hanno riacceso, per poco, l’attenzione su una situazione esplosiva e incancrenita. Questa volta però sono state molte le evidenze di utilizzo di bombe al fosforo bianco, così come di un uso…

Tratto da Altreconomia 103 — Marzo 2009

Le vicende di fine 2008 in Israele e Palestina hanno riacceso, per poco, l’attenzione su una situazione esplosiva e incancrenita. Questa volta però sono state molte le evidenze di utilizzo di bombe al fosforo bianco, così come di un uso indiscriminato di altri armamenti convenzionali. Un rapporto di Amnesty International appena diffuso (www.amnesty.it) sottolinea il ritrovamento copioso di ordigni di tipo aria-terra (sparati anche da droni telecomandati), di mine anti-carro utilizzate per distruggere case e di munizioni di mortaio pesante dirette verso zone residenziali. Al di là della cronaca il problema vero riguarda il flusso continuo di armi che giunge in questo conflitto endemico. Nessuno, ancora una volta, condanna il “traffico di Stato” composto da tutti quei trasferimenti considerati legali. Israele è tra i primi 10 produttori mondiali di armi, ma per mantenere la sua struttura militare deve anche acquistarne all’estero. Balza all’occhio il forte e storico supporto degli Usa: 1,3 miliardi di dollari di armi e munizioni dal 2004 al 2007 e 21 miliardi per l’assistenza militare dall’amministrazione Bush a partire dal 2002. Molto minore è il commercio che parte dall’Europa, con 1.000 licenze totali per 200.000 euro nel 2007, provenienti soprattutto da Francia, Germania e Romania.
E l’Italia? Dalla relazione sull’export militare (legge 185/90) risultano meno di 10 milioni di euro di esportazioni dal 2000 in poi, mentre più rilevanti e pericolose sono le vendite di armi leggere della categoria SH93 (“Armi, munizioni e loro parti ed accessori”), che hanno visto un incremento di 10 volte dal 2005 in poi. Si passa da 231.000 euro ai 2.200.000 euro del 2008 (dati parziali Istat). Il problema maggiore è quello dell’Accordo di cooperazione sulla Difesa, ratificato dal precedente Governo Berlusconi nel maggio 2005, che prevede acquisizioni e produzioni congiunte di “bombe, mine, razzi, siluri, carri, esplosivi ed equipaggiamenti per la guerra elettronica”. Un accordo che crea un regime privilegiato nelle procedure di interscambio di armamenti tra Israele e Italia svuotando nella pratica la struttura di controllo della nostra legislazione nazionale.
Al contrario di quanto una situazione così complicata e problematica richiederebbe.

 

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