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Crisi climatica / Approfondimento

Che cosa dovrebbe insegnarci l’ultima e terribile strage di alberi

Un albero sradicato a Milano in viale Romagna nella notte tra il 24 e il 25 luglio 2023 © Paolo Pileri

Dopo la tempesta notturna del 24 e 25 luglio, che ha colpito anche Milano, l’attenzione si è concentrata sui danni ad auto, reti elettriche, infrastrutture e arredi urbani. Preoccupazioni legittime ma non basta. Le radici dei bestioni crollati a terra parlano della nostra gestione del verde in città. Non perdiamo l’occasione di cambiare

Centinaia di alberi, forse anche di più, sradicati, mutilati e spezzati dal vento impetuoso che si è abbattuto su Milano nella notte tra il 24 e il 25 luglio. Una tempesta che sappiamo tornerà presto o quanto meno più presto del solito perché, nonostante ci sia la voglia di negare l’evidenza, è questo lo scenario che ci attende avendo noi umani stolti cambiato il clima in modo irreversibile.

Cronaca di una morte annunciata. È così che avremmo potuto titolare questo articolo. La storia del capolavoro di Gabriel García Márquez assomiglia molto a quanto accade in Italia, dove nessuno agisce (o solo pochi lo fanno, va detto per correttezza) per prevenire questo tipo di eventi. In parte succede per una serie di circostanze fortuite ma, soprattutto, avviene a causa dell’atavico fatalismo e della mancanza di quella necessaria prevenzione che dovrebbe stare alla base delle politiche gestionali e che il gestore pubblico (ma anche quello privato) dovrebbe avere come primo punto della sua agenda.

A seguito della caduta di alberi molta, se non tutta l’attenzione, è sulle auto schiacciate o sui danni provocati a reti elettriche, infrastrutture, arredi urbani e purtroppo, sulle vittime di questi cedimenti. Legittime preoccupazioni ma non basta.

Innanzitutto piangiamo per bene gli alberi caduti che sono vite letteralmente spezzate. Nei tempi di pace ci onoriamo di piantare alberi in città facendoci selfie per dire quanto siamo bravi. Nei tempi di tempesta dovremmo altrettanto fare almeno delle foto dei bestioni che sono crollati a terra non solo per ricordarli, ma per capire i motivi di tanto disastro. Se perdiamo l’occasione, pur nella disgrazia, poco apprenderemo sulla necessità di rivedere la nostra gestione del verde in città. Non basta piantare alberi qua e là, abbiamo bisogno di capire sempre meglio dove e come piantarli e come fare a far si che la città dia loro lo spazio che gli alberi hanno bisogno. Lungo viale Romagna, a Milano, nella striscia di verde e asfalto tra il viale principale e il controviale, un secolare platano di una ventina di metri di altezza è schiantato a terra, sradicato dal vento. C’è da stupirsi e farsi domande davanti alla visione del suo apparato radicale che è sproporzionato rispetto alla mole dell’albero. Alla base del tronco misuriamo circa 120 centimetri di diametro mentre l’impronta della radice è poco più di 200 centimetri per uno spessore di non più di 30-40 tra radici e terra. Come è possibile che un bestione di oltre venti metri avesse un ancoraggio così minuto e rachitico? C’è da chiedersi come non sia caduto anni e anni prima.

La spiegazione è di nuovo da cercare nelle pieghe dell’insensibilità dell’uomo urbano e nella sua incomprensione sistematica di come vive una pianta. È possibile, infatti, che in quel contesto, tra un viale e il suo controviale, tra fognature, cavidotti e impianti vari, non ci fosse un gran volume di terra da esplorare e quindi le radici più di tanto non sono cresciute, non si sono allargate, ma la pianta nel mentre è cresciuta in altezza e massa.

Gli alberi non crescono nel cemento o sui balconi ma nella terra viva. Se non abbiamo cura della terra, non avremo cura degli alberi e non viceversa, non dimentichiamolo. A ciò si aggiunga che le manutenzioni urbane dei sottoservizi, degli arredi urbani, delle strade si portano dietro continue escavazioni con tanto di tagli delle radici che “danno fastidio” alla posa di tubazioni. Anche le continue asfaltature, aumentando l’impermeabilità, costringono le radici a concentrarsi nei pochi spazi liberi che si ritrovano ad avere.

Il risultato è, spesso, quello di avere dei bestioni bellissimi con dei piedi d’argilla, come nel caso emblematico del platano di viale Romagna. Tutto questo ci dice che gli alberi vanno amati prima di essere piantati. Vanno curati durante la loro vita. Ma di una cura che deve coinvolgere “radicalmente” il modo di fare la città. Perché se continuiamo ad asfaltare, scavare, compattare, tagliare riducendo gli spazi di suolo per le piante, le piante saranno fragili. Se poi aggiungiamo a tutto ciò un clima che abbiamo cambiato e che ci riserverà tempeste Vaia un po’ ovunque, il risultato è presto fatto. Tempeste come quelle di Milano e di tante altre città dovrebbero essere la grande occasione per documentare che cosa è accaduto, riflettere con degli esperti e imparare a come agire nel prossimo futuro.

L’apparato radicale ridotto al minimo del platano secolare crollato in viale Romagna a Milano tra il 24 e 25 luglio 2023 © Paolo Pileri

Purtroppo manca quasi sempre un’attenta anamnesi del singolo albero, di parte o dell’intero patrimonio arboreo, cioè la raccolta di tutte quelle informazioni, notizie e sensazioni che possono aiutare a indirizzarsi verso una diagnosi e alla messa a punto di adeguate strategie preventive. Si preferisce trovare la soluzione facile, quella a portata di mano, abbattimenti e capitozzature, senza pensare che sono proprio quest’ultime, insieme agli scavi per sottoservizi vari o per asfaltature stradali che distruggono l’apparato radicale, a indebolire gli alberi e a renderli meno stabili e a rendere anche problematica una valutazione della loro propensione al cedimento e al conseguente rischio più o meno elevato a seconda del target.

Dobbiamo quindi domandarci: stanno fotografando quel che è accaduto? Stanno misurando gli alberi e le loro radici? Stanno fotografando i suoli da dove sono uscite quelle poche radici? Stanno prendendo nota dei contesti? O stanno solo sgomberando tutto alla svelta, contando i danni e riportando tutto come prima? Il come prima è la nostra dannazione.

Quel che è accaduto è proprio per insegnarci a non fare come prima, ma diversamente. Occorre però mettersi a imparare dalle sciagure e per farlo occorre l’umiltà e la pazienza che gli alberi ci insegnano ma a noi continua a sfuggire. Purtroppo, stiamo assistendo a comuni che non colgono più l’occasione fortuita, seppur sinistra, di questi eventi per fare osservazioni e per imparare. Sentiamo sindaci e presidenti di Regione che ci dicono solo e sempre che stanno facendo la conta dei danni per chiedere ristori. Mai che ci dicano che hanno studiato quel che è accaduto per evitare che accada di nuovo in quel modo. Mai. Un atteggiamento di chi ha abdicato al ruolo di osservatore critico, per imparare e fare meglio.

Il gigante di viale Romagna a Milano © Paolo Pileri

Oggi più di ieri, dobbiamo gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile. Allora cerchiamo di gestire al meglio il nostro patrimonio arboreo sapendo che possono esserci problemi con certe specie ed evitiamo in futuro di piantarle laddove potrebbero creare problemi e nelle situazioni in cui la competizione albero-manufatti potrebbe essere ingestibile. La soluzione sarebbe investire nella ricerca di nuovi approcci più oggettivi e sulla sicurezza e cominciare a studiare interventi per far sì che piante e strade possano convivere, anche dovendo dolorosamente sostituire filari problematici con piante più resilienti, efficienti ed efficaci, non solo quindi di tollerare gli estremi climatici, ma anche di produrre benefici in condizioni sfavorevoli, senza creare disservizi.

Il problema sta proprio nella parola “investire” che nella lingua italiana ha un significato molto diverso da “spendere” e finché le nostre amministrazioni e anche i cittadini non avranno ben chiara la differenza fra spesa e investimento non andremo da nessuna parte. E nella situazione in cui siamo, climaticamente parlando, e con la sinistra abitudine a spendere poco per il verde, oggi dobbiamo aver chiaro che gli investimenti per la manutenzione del verde urbano e per lo studio approfondito della sua condizione vanno triplicati. Non possiamo pretendere città verdi, senza sforzi economici e di investimento da un lato e senza, lo ripetiamo, nuove azioni urbane e urbanistiche quali la depavimentazione spinta e la tutela dei suoli ancora liberi in città i quali non andrebbero toccati per nessuna ragione.

Non c’è dubbio che la crisi più pericolosa che dovremo affrontare è quella ambientale con le minacce che ci pone e ci porrà il riscaldamento globale che non siamo veramente pronti ad affrontare, perché, come diceva Peter Drucker, “il pericolo più grande nei momenti di turbolenza non è la turbolenza in sé, ma è affrontarla con le logiche del passato”. E quello più recente, dal sapor cementizio, è il peggiore da riproporre.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022). Francesco Ferrini è ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze.

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