Diritti / Reportage

I cattolici “clandestini” cinesi provano a uscire dall’ombra

Viaggio nella comunità non riconosciuta e fedele a Roma, contrapposta alla chiesa “patriottica”, guidata da Pechino. A settembre siglato lo storico (ma segreto) accordo tra governo e Vaticano che potrebbe riaprire la partita

Tratto da Altreconomia 209 — Novembre 2018

Un primo appuntamento era fallito. Per oltre un’ora avevo atteso nell’estrema periferia di Pechino padre Wang (questo e tutti gli altri nomi sono di fantasia), ma di lui non si era vista nemmeno l’ombra. Questa volta, però, la sagoma del suo fuoristrada si accosta sotto una pioggerella fina di metà autunno. Ci aspettano più di due ore di viaggio per l’Hebei, una delle province nordorientali della Cina. Vive qui almeno uno dei circa dieci milioni di cattolici cinesi, che dallo scorso 22 settembre guardano divisi tra speranza e diffidenza allo “storico” accordo tra il governo cinese e il Vaticano, con cui ufficialmente la Santa Sede riconosce sette vescovi “illegittimi”, in precedenza nominati da Pechino ma scomunicati da Roma. In cambio, di un riconoscimento formale dell’autorità pontificia in Cina. Un primo passo che, nelle dichiarazioni ufficiali dei contraenti, dovrebbe portare al superamento dello strappo che dagli anni 50 vede le autorità cinesi e quelle vaticane governare su due Chiese separate: una “patriottica”, fedele a Pechino e l’altra “sotterranea”, vicina a Roma, che opera in clandestinità per sfuggire ai controlli e ai divieti con cui il governo reprime ogni attività indipendente, specie se religiosa.

Però l’accordo non convince tutti. Il vescovo Michael Yeung, a capo della diocesi ribelle di Hong Kong ritiene che “questo accordo provvisorio non fermerà le misure repressive e la distruzione di chiese”. Ultimo caso segnalato a settembre, la demolizione di una delle più grandi congregazioni non ufficiali di Pechino. Sul versante opposto, il sinologo italiano e docente all’Università del Popolo di Pechino Francesco Sisci arriva a salutare l’accordo come l’ammissione da parte cinese dell’“ambito religioso del Papa in Cina, concessione mai avuta nemmeno dai gesuiti ai tempi degli imperatori”.

Ad alimentare dubbi e incertezze in una comunità spaccata in due parti quasi numericamente equivalenti, è la segretezza dell’accordo, di cui si conoscono solo i passi salienti. Si sa ad esempio che i nuovi vescovi saranno nominati di intesa, ma non c’è menzione di quale sorte avranno i 36 vescovi sotterranei, di cui 19 attivi e 17 ritirati. Saranno riconfermati o destituiti? Così come non è dato sapere se il nuovo corso avrà effettive conseguenze sulla vita civile e religiosa dei fedeli.

“Capiamo le intenzioni del Santo Padre -esordisce Padre Wang-, ma molti della nostra comunità non si fidano. Molti accordi sono stati disattesi. Di questo, riusciamo a leggere i vantaggi per il governo cinese: potrà affermarsi finalmente davanti al mondo come uno Stato che formalmente rispetta la religione cattolica. Ma che cosa concretamente cambierà nella vita dei cattolici in Cina? Saremo liberi di seguire Cristo nella vita di tutti i giorni, o la repressione continuerà?”.

Il nuovo regolamento per gli affari religiosi, entrato in vigore a febbraio, in realtà sembra andare nella direzione opposta, con un controllo più serrato su tutte le comunità ufficiali e multe, arresti ed espropri per i membri delle comunità non ufficiali. Restrizioni che spingono molti fedeli a cercare di vivere la propria religiosità nelle chiese sotterranee, anche rischiando. Nell’Hebei, più che in altre province, il clero delle due Chiese non ha mai smesso di parlarsi, e molti fedeli della chiesa clandestina frequentano chiese aperte, per pura convenienza pratica.

Brevilineo, sulla quarantina, dal forte temperamento pratico, padre Wang è la testimonianza vivente del fatto che i confini tra le due Chiese sono spesso più permeabili di quanto possa sembrare dall’esterno. Di mattina amministra i sacramenti in una Chiesa “ufficiale” nel cuore della città, popolata soprattutto da anziani. Una volta però svestiti i panni dell’ufficialità, corre in periferia, in una dei tanti luoghi di culto non autorizzati che popolano le case e gli scantinati dell’Hebei, per celebrare la messa al riparo dagli occhi del Partito. Giungiamo finalmente in un’area di alti edifici, in una enorme zona commerciale. Mi ero fatto l’idea di poche, povere stanze spoglie, e invece questa chiesa “clandestina” occupa un intero piano di un immobile per uffici, richiama un luogo di culto sotto tutti i punti di vista: con panche, altare, chierichetti in sottana, e croci.

A differenza delle chiese del centro, la struttura ha anche un colorato spazio per i bambini, che possono giocare mentre padre Wang celebra la messa, e una sala dedicata al catechismo. Pratica oggi non autorizzata nelle chiese ufficiali, così come non lo è il battesimo di minori, se non al prezzo di forti limitazioni. “Oggi -spiega il vice parroco Song Gang- tra i tanti divieti che siamo costretti a subire, c’è l’impossibilità di formare i giovani secondo i precetti religiosi. In alcuni posti è addirittura vietato ai minori l’accesso nelle chiese. Ufficialmente perché questo influenzerebbe la loro crescita, distogliendoli dai valori patriottici propagati dal partito comunista”.

Che il tema del proselitismo tra i giovani sia cruciale lo si può capire dai numeri. Da sempre numericamente più esigua di quella protestante, oggi in gioco c’è la sopravvivenza stessa della comunità cattolica, che ha subito una rapida erosione, perdendo più di due milioni di fedeli -calcola l’Holy Spirit Study Center, il centro studi del vescovado di Hong Kong- passando dai 12 milioni del 2005 ai 10 di oggi. Le migrazioni dalle campagne alle città e le morti non rimpiazzate da nuove conversioni stanno avendo ripercussioni drammatiche.

Lo ha capito anche il governo, che in un’ottica di contenimento a febbraio ha inteso limitare ulteriormente l’influenza della Chiesa sui giovani imponendo, a cominciare da province come lo Shanxi, la Mongolia interna e di altre parti della Cina, il divieto ai sacerdoti di organizzare campi primaverili ed estivi e l’obbligo di tenere “scuole religiose” solo in luoghi registrati e sotto il controllo dello Stato, fino a considerare “attività religiosa illegale” le messe con i giovani. Una pressione contrastata in parte proprio dalla vitalità delle chiese sotterranee. La stragrande maggioranza dei circa 300 fedeli di questa parrocchia, sono businessman e commercianti 30-40enni. Rappresentano quella classe media urbana che meglio ha incarnato “il socialismo con caratteristiche cinesi”, che all’inizio degli anni 80 chiudeva l’era della pianificazione socialista per abbracciare il mercato, al motto di “arricchirsi è meraviglioso”.

La Repubblica popolare cinese -rivela un sondaggio della Win/Gallup- vanta oggi una popolazione non credente quasi quattro volte più numerosa della media mondiale, pari circa al 50 per cento. Negli ultimi anni però, le due anime del cristianesimo, quella cattolica e quella protestante, intercettano sempre di più proprio quella classe media alle prese con il vuoto ideologico che segna in modo crescente la società cinese. Nel tentativo di contrastare la penetrazione religiosa in aumento tra i ceti che contano, cosa che mette in discussione il predominio stesso del partito sulla società, il governo ha lanciato negli ultimi due anni una campagna di “sinizzazione” delle fedi straniere, che sono costrette volenti o nolenti ad adattare il credo al rispetto e ai valori della società socialista.

“La Chiesa in Cina non ha mai fatto politica -ci dice Li Peng, un fedele-. Ma questo ora non basta più. Prima se non interferivi con il dibattito pubblico ti lasciavano in pace, ora viene richiesto di essere parte attiva delle campagne del Partito”. Quanto possa reggere l’accordo, che dicono da Roma è “pastorale e non politico”, rinviando al momento la questione dei rapporti con Taiwan, con cui Roma continua a mantenere rapporti diplomatici, dipenderà da quello che accadrà nei prossimi due anni. Il tempo che si sarebbero dati i contraenti per verificare il rispetto dei patti. “A Pechino va bene così, perché si rende conto -dice Sisci- che per coltivare ambizioni nel Mondo, ha bisogno di Roma, massima espressione di un soft power globale. Ci sono restrizioni e queste continueranno -conclude-, ma un accordo auspicabilmente migliorerà la situazione. Di certo senza accordo la situazione non migliorerà, quindi a mio avviso la Chiesa non ha niente da perdere”.

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