Interni / Varie

Caso Uva, l’accusa fa un passo indietro

A sei di distanza dalla morte di Giuseppe Uva -deceduto a Varese dopo essere stato arrestato e trattenuto in caserma da sei poliziotti e due carabinieri- il pubblico ministero Felice Isnardi chiede il non luogo a procedere per omicidio preterintenzionale e arresto illegale per gli indagati. In esclusiva l’audio della richiesta del pm

“Non luogo a procedere” è la formula che insegue e tormenta Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto a Varese il 14 giugno 2008 dopo essere stato arrestato e trattenuto in caserma da sei poliziotti e due carabinieri.
 
Fino all’11 marzo di quest’anno il “caso Uva” sembrava destinato a non trovare né giustizia né verità. Uno scenario apparentemente ineludibile che è stato però sovvertito quel giorno dal Giudice per le indagini preliminari di Varese, Giuseppe Battarino, autore di un’ordinanza all’interno della quale veniva duramente respinta la richiesta di archiviazione presentata dall’allora rappresentante dell’accusa: il pubblico ministero Agostino Abate -sottoposto a due procedimenti disciplinari e coadiuvato da Sara Arduini-. 
 
Indagini difettose, minacce di incriminazione a testimoni non disposti a rendere “dichiarazioni conformi alle attese degli interlocutori (i Pm, ndr)”, perizie a “quesito chiuso”. Questi gli elementi della “svolta” di Battarino -strenuamente voluta dagli avvocati della famiglia, Fabio Anselmo e Fabio Ambrosetti-, il quale ha disposto inoltre l’imputazione coatta degli otto indagati per arresto illegale, abbandono di incapace, abuso di autorità e omicidio preterintenzionale.

Non solo. Dieci giorni dopo, il 21 marzo, ha fatto seguito la decisione del procuratore “reggente” Felice Isnardi di togliere il fascicolo ad Abate e Arduini ed autoassegnarselo. Una formulazione “suicida” quella dei pm precedenti, stando al provvedimento del 21 marzo siglato Isnardi, caratterizzata da “profili di contraddittorietà ed illogicità rispetto al titolo di reato ipotizzato.

 
Da quel momento la strada per l’accertamento delle responsabilità era sembrata spianta. Soprattutto perché uno dei due carabinieri aveva optato per il giudizio immediato, indirizzando perciò un pezzo del procedimento -e relativi capi d’imputazione- in Corte d’Assise.
 
Il 9 giugno, però, la retromarcia. All’udienza fissata per l’esposizione delle richieste da parte del pubblico ministero e dunque dell’accusa, Felice Isnardi, lo stesso che aveva smentito Abate e svolto nuove e importanti indagini, chiede il non luogo a procedere per i sette indagati per omicidio preterintenzionale e arresto illegale. E lo fa concludendo che “l’accusa non potrà essere utilmente esercitata nei successivi gradi di giudizio”. Ecco l’audio dell’ultima parte dell’intervento di Isnardi in aula.
 
 

 
Spetterà al Gip decidere. Nel frattempo, però, il senatore Luigi Manconi -presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani- ha presentato l’11 giugno un’interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia Andrea Orlando per sapere se “non ritenga di dover disporre l’esercizio di un’attività ispettiva presso la Procura di Varese volta ad accertare la sussistenza di un contesto di libero, corretto ed imparziale esercizio della sua funzione di pubblica accusa, tenuto conto, peraltro, che la famiglia di Giuseppe Uva sta subendo da anni un anomalo funzionamento del sistema giudiziario, caratterizzato da negligenze, ritardi e da una condotta del pubblico ministero originariamente incaricato dell’azione penale già oggetto di indagini disciplinari”.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia