Diritti / Approfondimento

Il futuro che si costruisce aspettando il “fine pena”

La “legge Smuraglia” sostiene la creazione di lavoro all’interno delle carceri. Negli ultimi dieci anni sono cresciute esperienze virtuose. Storie e progetti di chi resiste e opera per ricucire lo strappo che si è creato con la società

Tratto da Altreconomia 214 — Aprile 2019
Lo spazio “Freedhome” a Torino, che riunisce oltre 30 produzioni carcerarie da tutta Italia © Freedhome

Carlo è entrato in carcere giovanissimo con una condanna a 27 anni: “Ha una grande voglia di riscattarsi e poter vivere una vita diversa. Sul lavoro è il nostro metronomo di centro campo, è lui che detta i tempi”. Mentre Matteo, che ha scontato più di metà della pena, da quando riceve uno stipendio può aiutare i due figli piccoli che lo aspettano fuori dalla casa circondariale di Foggia, dove è detenuto. A raccontare le loro storie è Pietro Fragrasso, presidente della cooperativa “Pietra di scarto” di Cerignola (FG), che da giugno 2018 gestisce un laboratorio di packaging farmaceutico nel carcere pugliese. Il progetto “In me non c’è che futuro” era nato circa un anno prima dall’incontro tra il provveditore generale per le carceri pugliesi, Carmelo Cantone, e l’imprenditore locale Sergio Fontana, amministratore delegato di “Farmalabor”, con l’obiettivo di creare posti di lavoro. “Siamo stati coinvolti per la gestione del laboratorio -spiega Fragasso-. Il provveditorato ci ha messo a disposizione un ottimo macchinario, per produrre fino a 600 pacchi l’ora, e abbiamo formato e assunto due detenuti con contratti a tempo indeterminato”.

Per la cooperativa pugliese, da anni impegnata nella lotta al caporalato nelle campagne foggiane, l’ingresso in carcere rappresenta una sfida nuova. “Siamo chiamati a incarnare un dettato costituzionale. Dopo che una persona è stata giudicata e condannata per i reati commessi, com’è giusto che sia, è necessario ricucire lo strappo con la società. Evitando di giudicare e condannare, ma promuovendo una concreta attività di recupero”.

Con l’obiettivo di attuare l’articolo 27 della Costituzione (“Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”), le aziende e le cooperative che portano lavoro in carcere accompagnano i detenuti verso il “fine pena”, dando loro la possibilità di imparare un mestiere da spendersi sul mercato del lavoro, da uomini liberi. “Tra il 2018 e i primi tre mesi del 2019, sette nostri dipendenti sono usciti. Due di loro, che avevano poca esperienza nella ristorazione, si sono formati con noi e oggi hanno un impiego. A conferma che il lavoro qualificato è un elemento essenziale per dare alla pena un senso e al detenuto la possibilità di reinserirsi nella società”.

Da 15 anni, Silvia Polleri, presidente della cooperativa “ABC – La sapienza in tavola”, gestisce un catering all’interno della casa di reclusione di Bollate (MI). A questa attività, nel 2015, ha affiancato un ristorante gourmet “dietro le sbarre”, che negli anni ha accolto migliaia di clienti (9mila solo nel 2018). Oggi la cooperativa impiega 15 dipendenti, tutti assunti con regolare contratto, “che non si esaurisce con il fine pena -sottolinea-. I dipendenti continuano ad avere un rapporto con noi fino a quando non trovano un contratto con una realtà esterna”.

Da Nord a Sud Italia -come Altreconomia aveva già raccontato gli anni scorsi- non mancano esperienze di imprese e cooperative che in carcere hanno avviato la produzione di dolci e pane, birra e caffè, prodotti cosmetici o servizi informatici. Attività di questo tipo “creano un ponte tra il carcere e la società e fanno svolgere ai detenuti attività lavorative richieste dal mercato”, sottolinea l’associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, del 2018. Un’occasione per fare il punto sulle criticità del lavoro in carcere e sulle realtà che resistono, pur nelle difficoltà.

La biblioteca all’interno del carcere di Verbania © Consorzio via dei Mille

Nonostante un apparato legislativo favorevole -l’ordinamento penitenziario indica il lavoro in carcere come uno degli elementi fondamentali per la riabilitazione-, solo il 29% dei detenuti (su un totale di 59.655 ristretti, al 31 dicembre 2018) ha la possibilità di svolgere un’attività lavorativa. Di questi 17.614 detenuti-lavoratori, la quasi totalità (l’86%, pari a 15.228 persone) è impiegato nell’amministrazione penitenziaria, nei servizi d’istituto (i cosiddetti “scopini” o “porta vitto”), nella manutenzione o nelle colonie agricole. Per quei lavori che non richiedono competenze specifiche, i detenuti vengono selezionati tenendo conto della durata della pena, dei figli a carico e della condizione economica. “Solitamente, per permettere di lavorare a più persone, sono previsti dei turni che riducono le ore di lavoro individuale a brevi periodi o a poche ore settimanali”, si legge nel rapporto di Antigone.

Nel corso degli anni il lavoro alle dipendenze di ditte esterne ha registrato una crescita lenta, ma costante, anche grazie all’impulso dato dalla “Legge Smuraglia” (la numero 193/2000), che prevede agevolazioni e sgravi fiscali per aziende e cooperative che si attivano all’interno degli istituti detentivi. Erano 1.684 i detenuti impegnati in attività lavorative alle dipendenze di attività esterne nel dicembre 2000; 1.825 nel dicembre 2008 e 2.386 dieci anni dopo. Questi ultimi si dividono tra detenuti in semilibertà (661) e in articolo 21 (794 uomini e donne che ogni sera rientrano in cella dopo una giornata di lavoro); 245 dipendenti di imprese private e 686 dipendenti di cooperative sociali impiegati negli istituti di pena. Il 12 dicembre scorso, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria ha stanziato 9.158.244 euro a copertura degli sgravi fiscali concessi per il 2019 ad aziende e cooperative impegnate nelle carceri italiane: un aumento significativo rispetto ai 5.608.193 euro concessi nel 2017.

Una lavoratrice di Bee4 cooperativa che svolge attività di controllo di qualità presente nel carcere femminile di Bollate © Consorzio via dei Mille

“La legge Smuraglia ha permesso di ottenere risultati importanti. Purtroppo, però, è uno strumento ancora poco noto tra le aziende. Resta uno strumento per addetti ai lavori, sarebbe utile invece farlo conoscere ulteriormente, anche per colmare il gap territoriale che vede penalizzati soprattutto gli istituti del Sud”, commenta Marco Girardello, direttore del “Consorzio via dei Mille”. In Lombardia si trova il 28% dei 2.386 detenuti lavoranti (in totale 669 persone). Se si sommano quelli impiegati nelle carceri di Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, si arriva al 57% del totale (1.380). Il “Consorzio via dei Mille” punta a far crescere l’economia carceraria milanese (e non solo) grazie a un punto vendita interamente dedicato al made in carcere, dove trovare i prodotti delle sei cooperative socie (Alice, Bee4, il Gabbiano, ZeroGrafica, Opera in fiore e In_Opera, per 120 dipendenti in tutto) e le produzioni di altre realtà “galeotte” d’Italia. “Un luogo dove scoprire quanti prodotti di qualità vengono realizzati in carcere -sottolinea Girardello- e supportare le cooperative in diversi ambiti: dalla comunicazione allo sviluppo commerciale alla progettazione. Inoltre ci impegniamo per costruire legami con il territorio, tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’”.

Uno spazio simile si trova anche a Torino. Nato nel 2016 per essere un temporary shop natalizio, “Freedhome” è oggi un punto vendita con più di 30 produzioni carcerarie d’Italia e un fatturato di oltre 150mila euro nel 2018. “Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità della persona”, sottolinea Gianluca Boggia, presidente della cooperativa “Extraliberi”, attiva dal 2007 nella casa circondariale “Lorusso e Cotugno” di Torino con un laboratorio di confezione sartoriale e stamperia, capofila del progetto “Freedhome”. “Portare lavoro in carcere significa rendere la galera un posto meno brutto -sottolinea-. E non si tratta di compiere un gesto di carità, al contrario: è un investimento di cui può trarre beneficio tutta la società. Chi impara un mestiere in carcere, infatti, più difficilmente tornerà a commettere reati dopo essere tornato in libertà”. Per molti detenuti quella svolta in carcere è la prima attività lavorativa vera e propria. “Insegniamo il mestiere, ma anche la cultura del lavoro -conclude Boggia-. Uno dei ragazzi che abbiamo assunto nel laboratorio di stamperia non aveva mai lavorato prima di entrare in carcere. Oggi è l’ultimo a lasciare il laboratorio e non torna in cella la sera se prima non ha preparato tutto il necessario per il mattino successivo”.

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