Economia / Opinioni

La campagna elettorale infinita che ci distrae dall’agenda dell’Europa

Da un lato i partiti vincitori che continuano a fare promesse difficili da realizzare. Dall’altro gli sconfitti, ancora al governo, che criticano la debolezza italiana uscita dalle urne. Mentre a livello comunitario ci si prepara a discutere temi cruciali, come le regole per valutare i bilanci delle banche. L’analisi di Alessandro Volpi

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L’attuale condizione d’incertezza del quadro politico italiano, dovuta all’esito delle recenti elezioni, sta producendo una situazione paradossale. Sembra infatti proseguire, quasi senza soluzione di continuità, la campagna elettorale appena conclusa con il succedersi di proposte programmatiche poco attente alle coperture finanziarie necessarie e, in genere, assai polemiche nei confronti dell’Europa.

Dopo l’accantonamento delle tesi, fino a poco tempo fa molto diffuse, che invocavano l’abbandono dell’euro, ora le ipotesi coltivate da alcune forze politiche si concentrano sul concepimento di meccanismi, più o meno credibili, di aggiramento dei vincoli europei. È stato proposto infatti di rintracciare le coperture di una misura molto impegnativa in termini finanziari, come il reddito di cittadinanza, nella modifica dei parametri europei.

Secondo Pasquale Tridico, professore di Economia presso l’Università degli Studi Roma Tre, indicato dal Movimento 5 Stelle come ministro del Lavoro, il legame tra reddito di cittadinanza e l’ingresso dei beneficiari di tale misura nel sistema di collocamento del lavoro dovrebbe produrre il risultato di trasformare una parte degli attuali “inattivi” in persone in cerca di occupazione, Questo determinerebbe un incremento del tasso di partecipazione alla forza lavoro e, di conseguenza, della stima del cosiddetto Pil potenziale, che misura secondo i canoni europei la crescita possibile nel momento in cui tutti i fattori della produzione fossero pienamente sfruttati. Dato che il Pil potenziale costituisce il denominatore nel rapporto tra deficit pubblico e Pil, se tale indicatore cresce allora il rapporto in questione non dovrebbe cambiare anche se il governo procedesse a spendere una ventina di miliardi di euro in più per il già ricordato reddito di cittadinanza.

Il rischio insito in una simile logica è rappresentato dalla volontà di tornare a puntare sugli artifici contabili creativi che mal si conciliano con la solidità dei conti pubblici e con la tenuta di un debito pubblico di oltre 2mila miliardi di euro da finanziare con scadenze assai ristrette. Coprire una spesa ingente con il ricorso al miglioramento del Pil potenziale, che è già di per sé il frutto di una previsione, genera il pericolo di nuovo deficit e di un aumento dei costi di collocamento del debito. In estrema sintesi, si rischia di tornare all’estate del 2011.

Da altre forze politiche arriva invece la proposta di modificare il prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria con lo sfondamento, senza alcuna riserva, del limite del 3% nel rapporto debito-Pil, motivando un simile sforamento con i benefici che lo stesso sforamento potrà determinare direttamente sul Pil per effetto del maggior reddito prodotto; una sorta di auto copertura, in maniera analoga al caso del reddito di cittadinanza.

L’impressione è che si tratti di misure pensate in un clima ancora da campagna elettorale, in cui la preoccupazione per la loro reale attuabilità appare molto debole. In questo quadro sussiste anche un’ulteriore complicazione rintracciabile nell’anomalia del governo Gentiloni che è diventato, dopo le elezioni, un esecutivo tecnico e che per bocca del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan esprime, in sede europea, una grande preoccupazione per l’instabilità del panorama italiano.

Si assiste così al paradosso di una situazione in cui i vincitori delle elezioni continuano a ritenersi in campagna elettorale (immaginando misure un po’ immaginifiche) e gli sconfitti, ancora al governo, criticano la debolezza italiana uscita dalle urne. Tutto ciò mentre entro il 20 aprile proprio l’attuale governo dovrà licenziare il già ricordato Documento di programmazione sulla base del quale saranno impostate le politiche economiche del nostro Paese. Risulta davvero difficile capire come sarà possibile mandare in Europa un simile documento, tanto rilevante, senza un passaggio formale nel nuovo Parlamento che è però attraversato dalle ipotesi programmatiche sopra citate. Una campagna elettorale sine die e un governo senza maggioranza costituiscono una miscela esplosiva che rischia di aggravare la paralisi delle istituzioni italiane.

Intanto in Europa si discutono questioni cruciali come le regole fondamentali per valutare i bilanci delle banche, tra le quali figura l’introduzione dell’obbligo per gli istituti di credito di procedere all’azzeramento in due anni dei crediti non garantiti: una misura che implicherebbe, nel caso italiano, l’immediata riduzione del credito stesso e un aumento del suo costo con danni evidenti per molte imprese, a cominciare da quelle più fragili. Le anomalie hanno, inevitabilmente, un prezzo.

Università di Pisa

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