Diritti

Caccia alla notizia

Dagli Stati Uniti d’America all’Italia, le informazioni sul programma F-35 si rincorrono con dubbia attendibilità, complice anche la scarsa trasparenza del ministero della Difesa. Una sola cosa è certa: è sempre più chiara la mancanza di senso per l’acquisto dei caccia

La storia degli F-35 è tormentata, e garantisce ogni giorno nuovi colpi di scena, favoriti soprattutto dall’opacità della comunicazione da parte dei funzionari della Difesa.
Dopo il recente turbine di polemica stimolato dalla rivelazione, fatta in anteprima su Altreconomia, di nuove problematiche tecniche rilevate dal Pentagono, è ora il turno di speculazioni sulla continuazione degli acquisti italiani.
Riprendendo una notizia del portale statunitense Defense News i parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno infatti avanzato l’ipotesi che il nostro ministero della Difesa abbia comprato ulteriori aerei, addirittura 14, senza avvisare nessuno e in particolare il Parlamento.

In realtà quello che è stato acquistato dal ministero della Difesa -già dal luglio 2013- sono dei pezzi di "lunga produzione" che necessitano una decisione anticipata rispetto alla conferma definitiva di ogni singolo aereo. Nel caso specifico si tratta di parti relative agli 8 aerei ipotizzati nell’ambito dei lotti di produzione a basso rateo (LRIP) 8 e 9. Una mossa che, come sottolineato, non configura l’aver davvero comprato ulteriori aerei, ma getta le basi di un’operazione di questo tipo, in una interpretazione estensiva che è ormai stata scelta dalla nostra Difesa. Va ricordato infatti quanto successo nel 2013 con la conferma dei secondi tre aerei italiani (appartenenti alla LRIP 7) proprio in virtù dell’acquisto di pezzi di lunga produzione già fatto in precedenza e a dispetto delle mozioni parlamentari che impegnavano il Governo a fermare "ulteriori" acquisti. 

Pure la smentita ufficiale diffusa dal ministero della Difesa sembra sviare rispetto a questa dinamica. Nella nota ufficiale che è stata diffusa si smentisce l’acquisto semplicemente dicendo che i numeri diffusi potrebbero riferirsi ad un vecchio "proflio di acquisto" (cioè la scansione annuale degli aerei da comprare) ma senza spiegare come mai i contratti di metà 2013 si riferiscano proprio a pezzi in pre-produzione che combaciano perfettamente con le ipotesi di 8 aerei da comprarsi nel 2014 e 2015.

È corretto, quindi, che i parlamentari del Movimento 5 Stelle sollevino ulteriori attenzioni, ma la situazione attuale non è diversa da quella descritta pochi giorni fa dalla campagna "Taglia le ali alle armi", che continua correttamente a sostenere la possibilità di bloccare la continuazione del programma e chiede al Parlamento di esprimersi in tal senso con mozioni per la cancellazione. La Campagna ha ricordato i capisaldi della propria azione, in un recente comunicato:

occorre assegnare al Parlamento la titolarità ad esprimersi sulle scelte del Governo relative all’acquisto di nuovi sistemi d’arma

occorre impostare per il programma F-35 un’attenta e puntuale verifica degli impegni contrattuali già intercorsi con i relativi costi ed il reale impatto per l’Italia del programma F-35, in particolare per l’aspetto di ritorno occupazionale

occorre procedere ad una inversione di rotta rispetto alla partecipazione italiana al programma F-35 cancellandola o quantomeno sospendendone immediatamente gli effetti

Vale la pena sottolineare che anche un sito statunitense specializzato in temi di difesa si occupi dell’acquisto degli F-35 italiani, e dei possibili ripensamenti in seno al Partito Democratico, soprattutto perché in questo modo si possono anche cogliere le mosse e le strade che Lockheed Martin cerca di mettere in pista per preservare i propri contratti o comunque l’ipotesi di acquisto. Segnalare, come viene riferito nel pezzo, che le componenti per l’assemblaggio sono già state consegnate e che ci sia "intesa di base" anche per aerei non sotto contratto serve solo a supportare il meccanismo già usato dalla nostra Difesa durante il 2013. Ma che le prospettive di ritorno industriale su Cameri e la FACO non possano essere più tanto sbandierate lo dimostra il riferimento alla riduzione di ordini da parte dei Paesi Bassi.

 

In realtà è il programma Joint Strike Fighter ad essere in affanno nel suo complesso, non tanto e non solo per questioni di natura tecnica e per lo sviluppo dei velivoli quanto per una generale immaturità nei complessi meccanismi previsti sulla base della cosiddetta "concurrency". Elemento messo pienamente in risalto da un documento ufficiale del DoD Inspector General del Pentagono nello scorso autunno. Un affanno complessivo comprovato anche dall’affare Honeywell, sotto inchiesta negli USA per aver prodotto in Cina un sensore parte della propria fornitura a Lockheed Martin per gli F-35. Una pratica proibita dalla legge statunitense, in particolare nei confronti di un paese che già in passato era riuscito a mettere le mani sui piani di software dei caccia tramite "buchi" nell’azienda inglese BAE Systems. In questo caso la sicurezza complessiva del progetto non dovrebbe essere stata compromessa (il portavoce dell’ufficio di programma JSF Della Vedova ha spergiurato si tratti solo di sensori termici non programmabili) ma individua emblematicamente la ricerca spasmodica di un maggior ritorno economico e di una velocizzazione dei tempi, in forte ritardo, da parte di tutto il complesso industriale coinvolto nel Joint Strike Fighter. Sollevando inoltre ulteriori dubbi sui ritorni economici ed occupazionali da sempre sottolineati come "valore aggiunto" del programma: come ha detto un commentatore legato al Corpo dei Marines: "chi ci dice che questo semplice caso di un sensore Honeywell non sia solo la punta dell’iceberg"?

 

Ma la vera notizia di queste ore relativa agli F-35 proviene dalla Gran Bretagna: la BBC ha infatti rivelato che le Forze Armate di Sua Maestà hanno confermato l’acquisto dei primi 14 velivoli della versione "B" (quella a decollo corto ed atterraggio verticale), fermandosi però ben lontano dalla ipotesi che vedeva un acquisto complessivo di 48 esemplari. il Segretario della Difesa Hammond ha sottolineato che questi aerei dovrebbero diventare il "centro" della forza aerea britannica, ma con molta cautela da Londra hanno deciso di fermarsi ai primi 14 aerei in attesa della soluzione di tutti i problemi di sviluppo del caccia. Le stime di prima capacità operativa che vengono diffuse portano al 2018, ancor a più in ritardo rispetto alle previsioni.

Ma è soprattutto il prezzo di questo contratto a lasciare sbigottiti: 2,5 miliardi di sterline cioè oltre 3 miliardi di euro! È vero che il costo dovrebbe comprendere anche parti per futuri aerei e una serie di servizi di manutenzione utili e utilizzabili per tutta la vita del programma britannico degli F-35, ma stiamo sempre parlando di 215 milioni di euro a velivolo se consideriamo il totale oppure oltre 161 milioni di euro se vogliamo considerare un realistico abbassamento del 25% per arrivare solo al costo "puro" per aereo.

Il che conferma che le previsioni di Lockheed Martin rilasciate con recenti dichiarazioni (circa 80 milioni di dollari di costo a regime dal 2019) non sono certamente in linea con la realtà.

 

 

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L’informazione attendibile e documentata è utile anche alla discussione politica: le considerazioni e i dettagli rivelati nel nostro recente articolo "F-35: il ritardo è servito" sono infatti alla base di ben quattro interventi parlamentari (tre interrogazioni e una risoluzione in Commissione Difesa) volti alla richiesta di maggiore chiarezza sul programma F-35, sia alla Camera che al Senato.

 

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