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Breve ripasso storico per chi in Italia paragona Di Vittorio a Mussolini

I megafoni del sovranismo da social propongono di “condannare in ugual misura” comunismo e fascismo. Strafalcioni che puntano a ridurre la democrazia a mero consenso per acclamazione di pochi. Il paradigma tardo seicentesco de “lo Stato sono io” è diventato “il popolo sono io”. L’analisi di Alessandro Volpi

© Michael Dziedzic - Unsplash

Poche, brevi considerazioni di natura storica sul dibattito pubblico di queste settimane e sui suoi cliché. A proposito dell’ormai reiterata litania secondo cui, nella storia italiana, comunismo e fascismo devono essere condannati in egual misura, sarebbe opportuno ricordare, tra i tanti, un aspetto assai rilevante. Il segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, con la nota “svolta di Salerno” si fece promotore nell’aprile del 1944 di un accordo tra le forze del Comitato di liberazione nazionale che sostenesse il governo Badoglio, mettendo temporaneamente da parte la questione istituzionale, per combattere contro il comune nemico nazifascista.

Lo stesso Partito comunista entrò poi nei due successivi governi Bonomi, dal giugno 1944, nel governo Parri, dal giugno dell’anno successivo e poi nei primi tre governi De Gasperi, fino al giugno del 1947. Si trattava di governi di coalizione in cui erano presenti la Democrazia cristiana, il Partito socialista e, in alcuni, il Partito d’azione e il Partito repubblicano, insieme a forze più piccole; in tutti questi governi sedevano in qualità di ministri esponenti comunisti di primo piano.

Mentre governava, in questa fase cruciale per la nascita della democrazia repubblicana del nostro Paese, il Partito comunista svolgeva un’azione fondamentale in seno all’Assemblea Costituente di cui Umberto Terracini è stato presidente. Sul versante sindacale la Cgil, rinata con il Patto di Roma che contemplava la presenza anche del precedente sindacalismo cattolico, riconducibile alla Democrazia cristiana, e di matrice laica, vedeva in Giuseppe Di Vittorio una delle guide carismatiche, impegnato nel dibattito sulla rappresentanza democratica dei lavoratori. Ora che cosa c’entra questa storia con il fascismo di Mussolini, che nel 1922 ha formato un governo di minoranza e dalle durissime elezioni del 1924 ha governato cancellando ogni forma di opposizione, è difficile capirlo, quantomeno in termini storici.

Una seconda considerazione riguarda l’abuso del termine “democrazia” o meglio ancora dell’aggettivo “democratico”. Un partito non è democratico in base al numero dei voti che prende; la sostanza della democrazia non è il consenso. Nelle elezioni del 6 novembre del 1932, il Partito nazionalsocialista di Adolf Hitler prese quasi 12 milioni di voti, pari al 33,1% del totale, risultando il primo partito tedesco, votato liberamente da una parte importante del popolo tedesco, ed eleggendo 196 parlamentari su 584; tuttavia non si può certo definire Hitler un democratico. Un partito è democratico se i suoi valori, i suoi programmi e i suoi comportamenti sono democratici; nel caso italiano ciò significa in primis il rispetto non formale della Costituzione e dei suoi principi ispiratori, che si richiamano alle grandi famiglie della democrazia rappresentativa.

Nella stessa logica si sente parlare, ormai da tempo, della necessità che “il popolo torni sovrano”. Si tratta di un’affermazione usata da più parti e in più modi, anche al di là di ciò che è stato definito “sovranismo”. Rispetto a tale espressone, tuttavia, non sono ben chiare due cose. La prima è costituita dal fatto di che cosa si intenda per “popolo sovrano”, perché in moltissimi di coloro che utilizzano questo slogan il popolo non pare coincidere con il corpo elettorale dal momento che gran parte di loro non vota per deliberata scelta. Non è neppure un popolo che si riconosce nei partiti, nei movimenti strutturati o nei corpi intermedi visto che all’origine di questo appello c’è una forte carica antipolitica.

Sembrerebbe dunque, quel “popolo”, un soggetto molto frammentato, unito da una narrazione autoreferente, che interpreta la sovranità come un’idea assoluta e al tempo stesso impiegabile a piacimento su una serie assai vasta di temi, spesso quasi totalmente scollegati. In questo senso emerge la seconda cosa che non è chiara; quali sono gli strumenti che questo “popolo sovrano” intende utilizzare e che siano in grado di andare oltre le singole questioni? Un super-Stato guidato da pochi per continua acclamazione? Uno Stato minimo dove poi ognuno fa da sé, senza alcuna intromissione regolatoria? Una comunità di individui che esercita una sovranità senza mediazioni e comunica in rete?

Sono solo alcune ipotesi, forse improprie. Certo, questo auspicio al ritorno del “popolo sovrano”, così come sta prendendo corpo, pare la conclusione di un processo di demolizione delle architetture complesse della convivenza democratica e civile in nome di una rabbia sociale dove gli altri devono essere, rigorosamente, a mia immagine e somiglianza. Come nel più tradizionale assolutismo, stiamo sostituendo il paradigma tardo seicentesco de “lo Stato sono io” con l’attuale “il popolo sono io”.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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