Diritti / Opinioni

Bolzaneto: l’inascoltata

Il 19 luglio del 2001 a Genova la prima manifestazione contro il G8: il giudice Roberto Settembre, che scrisse la sentenza d’appello sulle violenze di Bolzaneto, ha scritto un libro “Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto” che affronta le questioni ad oggi non risolte, dal mancato riconoscimento del reato di tortura alla formazione ricevuta da chi esercita l’uso della forza. Il commento di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 162 — Luglio/Agosto 2014

Poche persone in Italia conoscono davvero la storia della caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001, nella città di Genova. È noto che decine di persone vi furono maltrattate fino alla tortura ma è difficile per chiunque avere una visione d’insieme e arrivare a comprendere quanto sia stata grave, pervasiva, profonda la violazione dei diritti umani avvenuta nell’arco di tre giorni, con il coinvolgimento di decine di agenti e funzionari. Lo si percepisce leggendo “Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto”, il libro scritto dall’ex magistrato Roberto Settembre e pubblicato dall’editore Einaudi nell’aprile scorso. Il libro è costruito come la sceneggiatura di un lungometraggio. L’autore sceglie alcune persone, fra i tanti malcapitati, e le segue nella loro avventura, dall’ingresso nella caserma, con l’inizio delle vessazioni, e per i vari passaggi all’interno della struttura, sinistramente (e spaventosamente) ribattezzata “Auschwitz” dagli agenti che vi agivano. Come spesso capita in casi del genere, sono i dettagli a sconvolgere di più. La nudità imposta senza motivo e la frequente scelta di farsi i bisogni addosso -per il terrore delle violenze inflitte nel tragitto verso i gabinetti- sono ciò che più resta impresso.

Settembre è il giudice che scrisse materialmente la sentenza d’appello nel 2010. Lavorò su quegli atti con doloroso stupore (e con il massimo rigore). Possibile, si domandava, che tanti agenti avessero inflitto tante vessazioni, con tanta arroganza, per tanto tempo? Alla fine nella sentenza è stata usata la parola più temuta: “tortura”. “Mi chiedevo -scrive l’autore nelle prime pagine del libro- perché fosse tanto fiera l’opposizione alla sola idea di usare questo nome […] e, piuttosto, tanta fierezza non venisse ostentata per mostrarne l’assenza”.
Una volta uscito dalla magistratura, Roberto Settembre ha ripreso in mano quelle carte, spinto da una sorta di febbre civile. Il racconto procede con puntiglio e grande attenzione agli stati d’animo che emergono dai resoconti delle testimonianze e così, via via, emerge quello che l’autore non esita a definire “universo concentrazionario”, un ambito nel quale si praticava la  “distruzione dell’io”. Un luogo in cui gli agenti che cercavano di aiutare i detenuti, dovevano farlo di nascosto ai colleghi.
La densa e angosciante ricostruzione compiuta da Settembre non è fine a se stessa. L’autore non vi si sofferma troppo ma non rinuncia a indicare due piste d’intervento. La prima è la più ovvia: va approvata una legge ad hoc sulla tortura. Sulla “tortura imprescrittibile”, scrive Settembre, il quale mentre scriveva non conosceva il testo minimalista approvato in prima lettura dal Senato (la tortura addirittura non è configurata come reato specifico del pubblico ufficiale). La seconda pista è quella che fa più pensare e che più preoccupa. Vale la pena riportare un intero brano della riflessione dell’ex giudice: “[…] sembra davvero improbabile che gli uomini in divisa che operarono a Bolzaneto fossero afflitti da sindromi psichiatriche psicopatologiche. Tuttavia, per fare quel che fecero, in loro dovette necessariamente spegnersi il circuito cerebrale dell’empatia. Ora, poiché questo spegnimento, secondo studi recenti, dipende dagli effetti che l’ambiente determina nel funzionamento dell’amigdala, cioè una delle regioni cerebrali che reagiscono a situazioni estreme di stress e minacce con una sorta di assuefazione, si aprono interrogativi inquietanti sull’ambiente di formazione degli uomini dello Stato, cioè su cosa accada nelle scuole di polizia, su come questi uomini siano istruiti, su quali siano le modalità e i meccanismi di formazione dei percorsi mentali di giovani uomini addestrati a difendere le istituzioni”. Va da sé che una discussione su questi temi non è nemmeno cominciata. Il Centro per la pace di Viterbo ha appena rilanciato un suo progetto del 2001: una legge che obblighi le forze dell’ordine alla formazione alla teoria e alle tecniche della nonviolenza. Da quel G8 sono passati inutilmente tredici anni e con i tempi che corrono, cioè con forze politiche svuotate di ogni carica ideale e con il Parlamento ridotto a mero strumento di ratifica delle decisioni del governo, è difficile pensare che il progetto arrivi all’ordine del giorno. La brutta sensazione, allora, è che a Bolzaneto abbiano gridato e pianto senza che nessuno li abbia davvero ascoltati. —

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