Diritti

BOICOTTAGGIO DI STATO…

BOICOTTAGGIO DI STATO Diciamo le cose come stanno, sperando di essere smentiti tra un minuto con il ritrovamento delle molotov. Quello che sta accadendo è un attentato in piena regola all’esercizio della funzione giudiziaria. Chi ha fatto sparire o ha…

BOICOTTAGGIO DI STATO
Diciamo le cose come stanno, sperando di essere smentiti tra un minuto con il ritrovamento delle molotov. Quello che sta accadendo è un attentato in piena regola all’esercizio della funzione giudiziaria. Chi ha fatto sparire o ha distrutto le due bottiglie incendiarie del processo Diaz, vuole portare fino alle estreme conseguenze, sperando nell’annullamento del procedimento, una strategia di sistematico boicottaggio dell’inchiesta cominciata la sera stessa del 21 luglio 2001.

Ora è chiaro: la polizia di stato ha agito, quella sera, promettendo l’impunità ai suoi uomini. Ai vertici dello stato si è decisa una "spedizione punitiva" contro il Genoa social forum e si sono usati i poliziotti come manovalanza. Gli agenti sono stati autorizzati a compiere i pestaggi a volto coperto, cosa proibita ai semplici cittadini e a maggior ragione ai rappresentanti dello stato; il pestaggio è stato mascherato come perquisizione ed è stato realizzato evitando di informare la magistratura, con l’espediente – previsto dal codice – della ricerca delle armi (in questo unico caso, vista l’urgenza, la polizia può agire senza autorizzazione preventiva del giudice); per giustificare l’arresto sono state costruite prove false (appunto le due molotov) offrendo ai media e ai giudici una ricostruzione dei fatti inventata: il possesso delle due bottiglie da parte di 93 persone, la resistenza opposta alla perquisizione, l’esistenza di ferite pregresse. L’operazione, per quanto maldestra – il ricorso alla finzione delle molotov è stato probabilmente improvvisato, mentre si sperava di "trovare qualcosa" (dei pregiudicati, qualche spranga o una molotov "vera") – è riuscita quasi perfettamente, visto che tutti gli esecutori materiali dei pestaggi sono sfuggiti alla giustizia, grazie all’accorgimento dei volti coperti, che ha impedito ogni riconoscimento: l’impunità promessa è stata effettivamente garantita. La politica dal canto suo ha rispetttato i patti: il premier Berlusconi e il ministro Scajola, a caldo, hanno avallato spavaldamente l’operazione, e l’hanno difesa anche negli anni seguenti, con l’opposizione ferma da parte del centrodestra all’idea di istuituire una commissione parlamentare d’inchiesta e con le promozioni dei dirigenti finiti sotto processo.

L’inchiesta della magistratura è stato l’unico intoppo di un piano perfetto, che ha prodotto tre risultati: la "punizione" mediatica del Genoa social forum e del movimento sceso in piazza a Genova; l’affermazione di una visione autoritaria dello stato; l’acquisizione della polizia di stato allo stesso modello autoritario. Quanto agli ostinati magistrati e alla loro inchiesta, l’amministrazione di polizia ha provveduto a boicottarli in ogni modo: ha inviato elenchi incompleti degli agenti impegnati nel blitz; ha fornito foto vecchie degli agenti, inservibili ai fini dei riconoscimenti personali; ha sostenuto, contro ogni evidenza, che non esistesse una catena di comando durante la perquisizione; ha rifiutato di fornire nome e cognome di agenti che si potevano identificare come responsbaili di azioni specifiche (quello con la coda di cavallo che ha trascinato una ragazza per le scale, quello con la camicia bianca che ha pestato e marchiato a vita con un manganello elettrico il sottoscritto).

L’inchiesta è andata avanti comunque, con altissimi dirigenti nazionali della polizia – i nostri migliori investigatori, come spesso si dice nel mondo politico – che hanno scelto una linea difensiva patetica e davvero poco marziale: ammettono d’essere stati lì, nel cortile della Diaz, ma dicono di non essersi accorti del trucco delle molotov e di avere fatto da spettatori, senza avere alcun ruolo operativo. Siccome questa farsa non è bastata e il processo continua, ecco il capolavoro: le prove chiave vengono soppresse. Come fu fatto con i tabulati dei radar di Ustica, con i nastri registrati del Watergate negli Usa e in altri scandalosi casi. Gli imputati non si accontentano di sapere che la prescrizione interverrà prima del terzo grado di giudizio, vogliono salvarsi anche dalla sentenza di primo grado.

Alla fine quel che resta è uno sconquasso delle istituzioni e dei diritti previsti dalla Costituzione, con la classe politica che assiste silenziosa e come impotente. L’ultima delle promozioni degli imputati al processo Diaz è del dicembre scorso, ed è stata registrata dal Palazzo senza battere ciglio, come avveniva nei cinque anni di governo della destra.

Naturalmente spero di sbagliarmi, di esagerare, di essere in preda a delle visioni. Magari fra poco le molotov salteranno fuori, il ministro dell’interno revocherà le promozioni, il parlamento approverà in poche settimane la promessa istituzione di una commissione d’inchiesta sul G8 e s’impegnerà anche per far luce su quel che avviene dentro la polizia di stato, un organismo sempre più opaco ed inquietante. Ma se questo non avverrà, vorrà dire che dovremo batterci non tanto per i processi di Genova, che alla fine saranno solo un aspetto di una questione più grande, ma per la difesa dei princìpi basilari della costituzione e che lo dovremo fare senza poter contare sul sostegno di questo governo, di questo parlamento, di questa classe politica incapace di tutelare la dignità delle istituzioni democratiche.

Lorenzo Guadagnucci

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