Ambiente / Approfondimento

I biodistretti che tutelano i territori e fanno fiorire nuove economie

Dalla Maremma Etrusca alla Valpolicella: sono 32 le partnership tra produttori, enti locali e consumatori che mettono al centro produzioni bio e pratiche sostenibili. Come funzionano e quali sono gli impatti positivi

Tratto da Altreconomia 226 — Maggio 2020
Il Biodistretto della Valpolicella, uno degli ultimi distretti biologici fondati in Italia. Parte della rete dell’Associazione italiana dell’agricoltura biologica, eredita la storia del gruppo Terra Viva di Verona © Biodistretto Valpolicella

Creare una relazione tra agricoltori e cittadini per organizzare uno sviluppo sostenibile del territorio. Articolare un modello di gestione che, attraverso una collaborazione tra aziende locali e amministrazioni pubbliche, rafforzi l’agricoltura biologica. Sono gli obiettivi che intende raggiungere il Biodistretto della Valpolicella (biodistrettovalpolicella.org), fondato lo scorso dicembre nella provincia di Verona. Attivo da febbraio 2020, vuole promuovere i metodi dell’agricoltura biologica favorendo la collaborazione tra contadini, produttori e cittadini. Quello della Valpolicella, nel Veneto occidentale, è uno degli ultimi biodistretti nati in Italia dove, secondo l’Associazione italiana agricoltura biologica (aiab.it), se ne contano 32 già operativi. Poi ci sono le realtà in via di formazione: in Trentino-Alto Adige sono state raccolte 8mila firme per la realizzazione di un biodistretto. E sono stati fondati i comitati per la creazione di distretti biologici in Valdera (PI), nella Maremma Etrusca e nei monti della Tolfa, e nei Castelli Romani. Pur nelle differenze tra le realtà locali, i biodistretti sono accomunati da uno stesso principio: utilizzare le filiere biologiche come lo strumento per sviluppare un’area rurale attraverso la loro integrazione con altre filiere come l’artigianato. Un modello di partecipazione collettiva che coinvolge anche le amministrazioni comunali, che si impegnano a promuovere attività tese a migliorare la sostenibilità del territorio.

Nel caso del Biodistretto della Valpolicella, 17 aziende agricole si sono costituite come associazione: formato il comitato direttivo e l’assemblea dei soci, che finora sono 55, hanno sottoscritto uno statuto comune in cui indicano i risultati da ottenere e gli strumenti da usare per farlo come le attività di formazione per produttori e aziende. Le iniziative di consumo critico, tra cui l’organizzazione di mercati dove fare conoscere le produzioni degli agricoltori biologici locali, saranno rivolte anche ai cittadini. “La formazione del Biodistretto della Valpolicella è il punto di arrivo di un percorso di riflessione che per anni ha coinvolto la società civile”, spiega il presidente e agronomo Mattia Giovannini. “Il risultato di un’analisi collettiva sulle strade da percorrere per valorizzare le nostre ricchezze e superare le nostre criticità, come l’uso ancora frequente di prodotti fitosanitari nelle coltivazioni”, prosegue Giovannini. Il Biodistretto conserva l’eredità del gruppo Terra Viva, nato dieci anni fa attraverso l’unione di diverse esperienze locali che vanno dai medici per l’ambiente ai Gruppi di acquisto solidale. Ed è stato portato avanti in stretto contatto con l’Associazione veneta produttori biologici e biodinamici.

Nel caso del Biodistretto della Valpolicella 17 aziende agricole si sono costituite come associazione. Oggi i soci sono 55 e hanno sottoscritto uno statuto comune

“Abbiamo sempre cercato di diffondere forme alternative di produzione, rendendo gli agricoltori consapevoli degli effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente causati dall’uso di pesticidi. Qui c’è ancora chi usa il glifosato e non è ammissibile perché le alternative esistono. Adesso abbiamo uno strumento in più per farlo capire”. Finora del Biodistretto fanno parte aziende specializzate in viticoltura, ma nell’elenco si contano anche realtà che producono latte e allevano lumache. Una delle prime attività sarà organizzare corsi di formazione e offrire consulenze alle aziende che vogliono passare al biologico o rafforzarlo. “Vogliamo pensare al benessere di chi lavora e vive queste terre”, spiega Marcello Vaona. Con la sua azienda agricola Novaia ha deciso di fare parte del progetto perché lo ritiene un mezzo per sostenere le produzioni locali e aumentare la percentuale del territorio che in Valpolicella è lavorato con i metodi dell’agricoltura biologica e che ora non supera il 10%. “Bisogna coinvolgere tutte le personalità che compongono la società: le associazioni, i cittadini e i più giovani incontrandoli anche nelle scuole”, conclude.

In Italia i biodistretti sono attivi dal 2009 quando è stato costituito il primo distretto biologico nel Cilento, in provincia di Salerno. Secondo le stime di Aiab, che considerano anche quelli in via di formazione, oggi rappresentano il 5,4% del territorio nazionale e al loro interno vive il 3,5% della popolazione. Partiti coinvolgendo gli attori del settore dell’agricoltura, ora si rivolgono anche alle realtà che promuovono il patrimonio culturale come gli operatori turistici orientati all’organizzazione di eco-itinerari o a forme di turismo rurale. Inoltre, il biodistretto porta all’attenzione delle amministrazioni le esigenze da soddisfare “come una gestione razionale dei rifiuti, lo sviluppo della filiera corta e dell’energia derivante da fonti alternative”, spiega Alessandro Triantafyllidis, il responsabile dei biodistretti per Aiab che nel 2010 ha delineato le linee guida per la loro costituzione. “Per convertire un territorio al biologico, si deve porre al centro l’agricoltore nel segno di una cooperazione che coinvolge gli enti locali e le organizzazioni cittadine”, spiega.

© Biodistretto Chianti

“I biodistretti sono in grado di dare impulso all’economia delle aree rurali, comprese quelle interne dove aiutano ad arrestare lo spopolamento e l’abbandono del territorio agricolo. Se si consolidano i legami tra il produttore e il cittadino, possono aumentare le occasioni di vendita. Le amministrazioni devono essere coinvolte e spinte a prendere iniziative che tutelino l’ambiente e favoriscano le produzioni locali”, prosegue Triantafyllidis che ricopre anche l’incarico di presidente del Biodistretto della Val di Vara in Liguria (biodistrettovaldivara.it). Vi aderiscono sette Comuni e sono 98 le aziende associate. “Nel biodistretto l’area coltivata con l’agricoltura biologica arriva al 60% quando nel resto della Regione si ferma al 6%. Una dimostrazione che ha aumentato la consapevolezza della necessità di passare al modello biologico di produzione”, conclude.

Lo stesso è successo nel Biodistretto del Chianti (biodistrettodelchianti.it) dove, secondo i dati regionali, la Superficie agricola utilizzata (Sau) per la produzione biologica arriva a una quota superiore al 30% contro il 18,4% del resto della Toscana. “Negli anni sono aumentate le aziende agricole che hanno investito nel biologico”, precisa il presidente Roberto Stucchi. “Siamo riusciti a eliminare l’uso dei pesticidi di sintesi nelle coltivazioni ma anche ad incrementare la biodiversità con inerbimenti e compostaggio. La rete, di cui fanno parte 55 aziende, collabora con i Comuni per inserire alimenti biologici nelle scuole e nelle mense pubbliche, per limitare l’uso di materiali e stoviglie biodegradabili negli eventi comunali e per incrementare la raccolta differenziata”, spiega Stucchi sottolineando come chi fa parte del Biodistretto oggi stia lavorando per introdurre nuove colture.

Sono sette i Comuni e 98 le aziende socie del Biodistretto della Val di Vara in Liguria. Per il presidente del biodistretto Alessandro Triantafyllidis, i distretti biologici possono fermare lo spopolamento e contribuire al rilancio delle aree interne. Consolidano il rapporto tra piccoli produttori locali © Biodistretto Val di Vara

Diversificare è anche l’obiettivo del Biodistretto della via Amerina e delle Forre (biodistrettoamerina.com), in provincia di Viterbo, di cui fanno parte 250 aziende. “Il nostro è un territorio caratterizzato dalla coltivazione della nocciola, che è una risorsa. Il problema sorge quando è coltivata in modo intensivo perché questo obbliga all’uso di pesticidi”, spiega il presidente del Biodistretto Famiano Crucianelli. Ma le alternative ci sono e sono possibili. “La Deanocciola, per esempio, è un’azienda che produce cioccolato spalmabile biologico e non è la sola”, aggiunge. Oltre alla valorizzazione del patrimonio naturale, il Biodistretto lavora sul piano della formazione: ha organizzato progetti di agricoltura sociale insieme all’Università della Tuscia e ha collaborato con l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nel Lazio. Inoltre, è stato uno dei soggetti promotori della legge regionale sulla valorizzazione dei biodistretti che prevede stanziamenti per sostenere il territorio, promuovere l’agricoltura biologica e diffondere buone pratiche sociali e ambientali.

“Un risultato di cui siamo soddisfatti. La nostra è stata una battaglia politica e culturale”, commenta. Amerina fa parte della Rete internazionale dei biodistretti (IN.N.E.R) che a febbraio al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha stretto un protocollo di intesa con alcune organizzazioni internazionali del biologico come la Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura (Ifoam). “Vogliamo aumentare la consapevolezza del biologico oltre l’Italia, le cui prassi territoriali già rappresentano un caso da seguire”, spiega il segretario generale di Inner Giuseppe Orefice. “È l’obiettivo dell’alleanza internazionale: diffondere le pratiche del biologico tra continenti e organizzare modelli di sviluppo sostenibile. Fare massa critica”.

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