Diritti / Attualità

Attivismo sotto attacco: quando l’impegno per i diritti porta minacce

Non solo odio on line: da chi difende i diritti LGBT a chi soccorre i migranti, alle parole a volte seguono anche i fatti. “Possiamo affrontare tutto questo grazie alla solidarietà dei tanti che condividono le nostre battaglie”

Tratto da Altreconomia 205 — Giugno 2018
Luca Paladini: milanese, 48 anni, è impegnato per i diritti LGBT; © Elisabetta Cacioppo

Luca Paladini, milanese, 48 anni, non aveva nessuna intenzione di diventare un attivista. “Mi sono sempre interessato alla politica, sono stato Consigliere di zona a Milano per due mandati, sempre all’opposizione. Ma la militanza LGBT non è mai stata la cifra del mio agire -spiega ad Altreconomia-. È nato tutto per caso”. Bisogna fare un passo indietro, all’ottobre 2014, quando si dibatte del disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia. Il movimento delle “Sentinelle in piedi” organizza manifestazioni di protesta in diverse città italiane, tra cui Milano. “Con alcuni amici, via social, abbiamo dato vita a una contro-manifestazione -ricorda Paladini-. Il nostro messaggio è stato chiaro fin da subito: non si può scendere in piazza per chiedere che non ci siano leggi a tutela di persone minacciate in base al loro orientamento sessuale”.

Quella che avrebbe dovuto essere un’iniziativa estemporanea ha dato invece vita al movimento dei “Sentinelli di Milano”, con una pagina Facebook seguita da oltre 90mila persone e migliaia di condivisioni. Una realtà nata in Rete, ma capace di portare in piazza Duomo 15mila persone a fine febbraio 2016 per chiedere l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili. “Laicità, diritti civili, diritti umani e antifascismo sono i nostri pilastri”, sottolinea Paladini che in questi anni si è speso assieme ai “Sentinelli” anche su temi lontani dalle rivendicazioni del mondo LGBT: “I diritti civili e quelli sociali devono procedere di pari passo -spiega-. Per questo non possiamo esimerci, ad esempio, dal dibattito sull’immigrazione”.

Questa attività è costata cara a Luca Paladini che, dallo scorso febbraio, è oggetto di pesanti minacce. La sua colpa: aver denunciato sulla pagina Facebook dei “Sentinelli” l’autore di un violento fotomontaggio raffigurante la testa mozzata dell’ex presidente della Camera, Laura Boldrini. Due giorni dopo, per Luca, è iniziata “la vitaccia”. “Ho iniziato a ricevere messaggi di minacce da parte di anonimi o profili fake, fotomontaggi con il mio volto tumefatto o la mia immagine su una lapide. Mi insultano dandomi del pedofilo e del malato di Aids. Hanno mandato messaggi minatori al mio compagno. Ovviamente abbiamo denunciato ogni episodio alla Polizia postale”, racconta mentre scorre gli screenshoot sul telefonino.

A quasi tre mesi dall’inizio delle minacce, le indagini sono ancora in corso e i messaggi non si sono fermati. Sia i Sentinelli sia Paladini però hanno deciso di continuare a combattere pubblicamente questa battaglia: “Le parole d’odio e le minacce fanno male -ammette-; riesco ad affrontare tutto questo anche perché c’è una rete incredibile di amici e di persone sconosciute che si sono offerte di aiutarci e stare al nostro fianco. Abbiamo deciso di combattere questa battaglia anche per chi non ha la forza di denunciare o potrebbe soccombere. Occorre che la politica si dia finalmente degli strumenti efficaci per combattere il cyber bullismo, lo stalking e l’omotransfobia”.

Via mail e tramite i social network sono arrivati anche insulti e minacce rivolti ai volontari dell’ong “Rainbow for Africa”, un’associazione impegnata nella formazione e nell’assistenza sanitaria in molti Paesi africani, attiva in questi ultimi anni anche per dare assistenza ai migranti, prima sulle isole greche, poi in mare a bordo della nave “Juventa” (attualmente sotto sequestro a Trapani) e ora a Bardonecchia al confine tra Italia e Francia. “Dai primi di dicembre 2017 a metà maggio 2018 abbiamo incontrato circa 1.300 migranti”, spiega Paolo Narcisi, presidente dell’associazione. I volontari offrono innanzitutto assistenza sanitaria ai migranti soccorsi in quota, ascoltano le loro storie, le motivazioni che li hanno spinti a partire. E cercano di dissuaderli dall’attraversare le montagne spiegando, a chi ne ha diritto, della possibilità di richiedere il ricongiungimento con familiari già residenti in un altro Paese. Con un’attenzione particolare ai minori stranieri non accompagnati: “Ragazzini esposti a rischi che non conoscono e che sottovalutano”, spiega Narcisi.

“Abbiamo ricevuto anche telefonate notturne da Ungheria e Repubblica Ceca, con minacce in inglese scadente” – Rainbow for Africa

Questo impegno, purtroppo, non è passato inosservato agli occhi di chi vuole fermare a tutti i costi i migranti. “Gli insulti, più che le minacce, arrivano fin dai tempi della nostra attività in Grecia. Sono aumentati durante l’avventura in mare a bordo della Juventa. Nell’ultimo mese poi si sono aggiunte delle telefonate notturne provenienti da Paesi come Ungheria e Repubblica Ceca, con minacce in un inglese scadente. Abbiamo trovato volantini davanti alla sede di Bardonecchia”, elenca Narcisi. La frequenza di questi episodi è aumentata all’indomani dell’arrivo in quota dei giovani esponenti di “Generazione Identitaria”, movimento nazionalista attivo in diversi Paesi europei che nell’estate 2017 aveva lanciato la missione “Defend europe” con l’obiettivo di ostacolare il lavoro delle ong impegnate davanti alle coste libiche. A fine aprile, il movimento ha lanciato l’operazione “Defend Alps” con l’obiettivo di fermare i migranti diretti in Francia e respingerli in Italia.

“Siamo andati anche a Nevache, al di là del confine, per parlare con i ragazzi di Generazione identitaria -racconta Narcisi-: ci hanno ingiunto di andarcene via ‘altrimenti…’. Al momento siamo alle parole e alle mail di insulti. Non abbiamo paura di queste minacce: siamo abituati a lavorare in Paesi africani che non sono esattamente Stati democratici. La nostra forza sta nella solidarietà della gente di queste valli che sta apertamente dalla nostra parte”.

“Continuiamo a lavorare per sottrarre spazi di agibilità politica a chi ci minaccia. Non ci hanno intimidito né fermato” – Rossella Cabras

Per Rossella Cabras, insegnante, l’intimidazione ha la forma di un adesivo quadrato con la scritta “Qui ci abita un antifascista” attaccato accanto alla porta di casa nella notte di venerdì 2 marzo. “Quando l’ho visto ho deciso di non parlarne con mia madre né con mio figlio, per non turbarli. Presto ho scoperto di non essere la sola”, ricorda. Lo stesso adesivo, infatti, era stato incollato sulle porte di altri militanti e simpatizzanti antifascisti, sul campanello di casa dell’assessore alla Cultura, di una consigliera comunale di maggioranza e di alcuni membri dell’Anpi locale.

Nei giorni successivi nessuno ha rivendicato il gesto. Secondo Rossella, però, la vicenda è da collegare alle proteste e agli scontri durante la manifestazione organizzata da Forza Nuova e Casa Pound nel centro di Pavia il 7 febbraio scorso. “Pochi giorni prima, cinque ragazzi di origine magrebina erano stati aggrediti -ricorda Rossella-. Il 3 febbraio c’era stata la sparatoria di Macerata cui era seguito il messaggio di solidarietà da parte di Forza Nuova. Di fronte a questa situazione avevamo chiesto che non venisse data loro tutta questa visibilità. Ma così non è stato”.

attivisti_omizzolo

La sottile minaccia implicita nell’affissione degli adesivi casa per casa, però, non ha sortito l’effetto sperato. Gli attivisti pavesi hanno ricevuto grande solidarietà e persino il “dono” di una vignetta orgogliosamente antifascista da parte del fumettista ZeroCalcare che circa 1.200 cittadini sono andati a ritirare presso la sede di “Movimento Pavia”. Nessuno ha deciso di fare un passo indietro “al contrario, ha dato tantissima forza alle tante famiglie italiane e straniere che lottano con noi per il diritto alla casa -spiega Rossella Cabras-. Continuiamo a lavorare per sottrarre spazi di agibilità politica a chi ci minaccia, andiamo nelle periferie, organizziamo eventi culturali. Non ci hanno intimidito né fermato”.

Le minacce non fermano nemmeno Marco Omizzolo, ricercatore Eurispes, giornalista e responsabile scientifico della cooperativa InMigrazione, che da anni denuncia in maniera sistematica e puntuale le condizioni di sfruttamento dei braccianti sikh nell’Agro Pontino. “Questa condizione limita molto le mie possibilità di muovermi liberamente. Ma questo non mi impedisce di parlare con i braccianti e di denunciare pubblicamente le situazioni di grave sfruttamento che incontro”, spiega ad Altreconomia. L’ultimo episodio è avvenuto la notte del 9 marzo scorso quando sconosciuti hanno distrutto la sua auto: “Era nuova e pochi la conoscevano. Inoltre ho cambiato casa da pochi mesi ed ero appena tornato a Sabaudia da un convegno a Venezia -racconta-. Evidentemente qualcuno mi stava tenendo d’occhio”.

È la quarta volta in due anni che l’auto del ricercatore viene danneggiata in questo modo. Ma le intimidazioni nei suoi confronti risalgono a molto tempo prima: nel 2014 uno striscione con la scritta “Marco Omizzolo Roberto Lessio zecche di merda senza dignità” rimase appeso per 24 ore davanti allo stadio di Latina, sorvegliato a vista da una persona armata, appartenente a un clan locale. Negli anni si sono susseguiti minacce via social e di persona; e persino la distribuzione di 5mila volantini con l’accusa a Omizzolo e alla Cgil di essere al centro di una rete di tratta degli esseri umani. Nuove minacce a ridosso dello sciopero dei braccianti nell’aprile del 2016 organizzato da Omizzolo e da “InMigrazione” che ha portato circa 4mila lavoratori a occupare le serre e a incrociare le braccia per protestare contro il caporalato e lo sfruttamento nei campi. “Andiamo dalle minacce via social alla macchina del fango”, sintetizza il ricercatore.

Per capire quali siano le ragioni per cui il suo lavoro infastidisce i caporali e le mafie che controllano la filiera dell’agroalimentare nell’Agro Pontino basta pensare che grazie all’attività di “InMigrazione” in soli due anni sono state presentate circa 150 denunce contro caporali e aziende. “Abbiamo portato avanti un lavoro intenso per fare in modo che i braccianti siano consapevoli delle situazioni di sfruttamento in cui sono costretti a lavorare -spiega Omizzolo-. Abbiamo tradotto con loro i contratti di lavoro in punjabi, la lingua più diffusa nella comunità, abbiamo spiegato quali sono i loro diritti e tutto questo ora sta creando delle frizioni nelle campagne. Alcune di queste denunce hanno anche portato all’arresto di caporali e sfruttatori”.  

Ci sono state alcune vittorie, ma la situazione nell’Agro Pontino resta sempre difficile: a due anni di distanza dallo sciopero, caporali e datori di lavoro stanno cercando di far abbassare nuovamente la testa ai braccianti. “In questi anni è cambiato poco. Nonostante lo sciopero del 2016 non c’è stato, ad esempio, un bando pubblico che andasse a finanziare attività organizzate contro lo sfruttamento lavorativo”, spiega Omizzolo che, a seguito delle ultime minacce, ogni notte ha una pattuglia delle forze dell’ordine sotto casa.

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