Diritti / Attualità

Da Arquata del Tronto a Pieve Torina, fare scuola tra le macerie

La risposta esemplare di alunni, insegnanti e dirigenti scolastici di fronte ai due terremoti che tra agosto e ottobre 2016 hanno coinvolto cinque Regioni. In attesa degli interventi strutturali necessari per mettere in sicurezza gli istituti

Tratto da Altreconomia 190 — Febbraio 2017
Una delle tende che ospitano le classi sfollate, frutto di un progetto realizzato dal ministero dell’Istruzione coinvolgendo alcune Ong, e in questo caso Cesvi - archivio Cesvi
Una delle tende che ospitano le classi sfollate, frutto di un progetto realizzato dal ministero dell’Istruzione coinvolgendo alcune Ong, e in questo caso Cesvi - archivio Cesvi

Da quella terribile notte per tre settimane non ho toccato la tromba. Ho ricominciato con una preghiera, ‘Dolce sentire’, e ho pianto. Per giorni ho pensato che non fosse giusto suonare nel silenzio delle macerie, ma mentre intonavo quelle note mi si è aperto il cuore. Quando sono tornato in classe ho subito ripreso in mano i flauti con i bambini. Siamo ripartiti dalla musica”.
Ermanno Cellini non ha salvato nessuno tra le macerie. Lui è “solo” un maestro della scuola primaria di Arquata del Tronto (AP) che alle scosse e alla paura ha deciso di rispondere continuando a suonare con i suoi allievi.

“La nostra impresa è alzarsi ogni giorno e venire a scuola qui dentro. Fare lezione così significa non farla, nonostante la buona volontà dei docenti” (Giorgio Gentili)

Il suo “tesoro” ora è quello spartito con la firma di Bergoglio che mostra come fosse una reliquia: “Dopo il 24 agosto -racconta il maestro Ermanno, che da sempre con il professor Mauro Sabatini allestisce una sorta di ‘banda’ con gli alunni- non avevamo più nulla. Non c’erano le nostre case, le nostre scuole e nemmeno i nostri  flauti, rimasti sotto le pietre. Una Onlus di Brescia e una famosa azienda che realizza strumenti musicali ci hanno aiutato. Altri flauti li ho recuperati io. Ci siamo trovati sotto le tende, abbiamo imparato l’inno nazionale, che abbiamo intonato di fronte all’allora ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, alla presidente della Camera Laura Boldrini, e ‘Dolce sentire’, con la quale abbiamo accolto papa Francesco”.
L’incessante suono delle sirene delle ambulanze e il rumore delle pale degli elicotteri dei soccorsi non si possono dimenticare ma a oltre cinque mesi dalla prima scossa del 24 agosto, che ha colpito 81 Comuni tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, e a tre mesi dal secondo terremoto, che ha coinvolto 93 Comuni delle stesse regioni, professori, maestri, presidi, bidelli e bambini affrontano ogni giorno la sfida più grande: tornare alla normalità.

Sembra impossibile in questi paesi fino a ieri sconosciuti ai più: Poggio Bustone (RI), Acquasanta Terme (AP), Montegallo (AP), Pieve Torina (MC), Ussita (MC), Visso (MC). Sono oltre 100 i comuni coinvolti, un totale di 10.252 alunni che hanno perso 99 scuole (su 518) particolarmente danneggiate e inagibili. Secondo gli ultimi dati del Miur del 6 dicembre scorso. Il ministero pochi giorni dopo la scossa del 24 agosto ha istituito una task-force nelle zone colpite, con l’aiuto di Action Aid, Save the Children, Telefono Azzurro, Cesvi e Federazione psicologi per i popoli, e investendo 550mila euro per gli arredi. Ma non basta.
A Pieve Torina, Muccia e Pievebovigliana (MC), al rientro dalle vacanze natalizie, ad attendere i bambini non c’erano delle aule in mattoni o in legno, ma un tendone: “La nostra impresa è alzarsi ogni giorno e venire a scuola qui dentro. Anzi lo scriva: fare lezione così significa non farla, nonostante la buona volontà dei docenti”, spiega il dirigente Giorgio Gentili, che non ha più un ufficio e lavora nell’archivio della scuola media di San Ginesio (MC), dove hanno trovato un tetto gli alunni dell’infanzia, della primaria e dell’istituto professionale.

99 scuole, su 518, risultano particolarmente danneggiate e inagibili nei comuni coinvolti nei due terremoti di agosto e ottobre 2016

Sotto la tensostruttura di Pieve Torina, divisa in aule da pannelli in legno, le voci dei bambini delle elementari e delle medie si mischiano. In ogni sezione c’è una sola presa elettrica che serve per il personal computer dell’insegnante. La segreteria ha trovato posto in una “casetta” di legno. Gentili non punta il dito contro nessuno, non vuole far polemica ma pensa alle famiglie di quei 50 alunni che ogni giorno devono fare più di quaranta chilometri per accompagnare i figli a scuola. Sono i “migranti” del terremoto: oltre 1.200 ragazzi, secondo gli uffici di viale Trastevere, che si sono trasferiti sulle coste e sono stati costretti a cambiare scuola o a fare chilometri e chilometri per continuare a vivere con i loro compagni.
Tra loro ci sono anche alcuni studenti delle scuole superiori che non hanno voluto “mollare” la loro terra, la loro città, Arquata, creando un “luogo” virtuale dove raccogliere la memoria. Lo hanno fatto grazie a Facebook dove sulla pagina “Chiedi alla polvere” raccolgono giorno per giorno le tracce di ciò che è stato il loro territorio.

E così raccontano del “Bar Vettore” “il locale gestito dalla signora Dora, 91 anni di cui 61 passati a lavorare nel suo piccolo gioiello”, demolito il 31 dicembre scorso; attraverso le fotografie postate lasciano traccia della campana della torre civica recuperata dalle macerie e parlano dell’orto del signor Alberto Gigli, “un uomo che dopo aver sofferto della distanza da casa rischia di perdere la sua ragione di vita. Noi lo conosciamo da anni e adoriamo lui e la sua passione, sarebbe triste non rivederlo a curare le sue piante e i suoi frutti”.
Parole postate da Gaia Paolini, 17 anni, una di questi giovani di “Chiedi alla polvere” che come gli altri ha perso casa e ora vive con la famiglia ad Ascoli: “Sono venuti a mancare i luoghi di aggregazione. Prima ci ritrovavamo ad un circolo che avevamo ristrutturato ora non c’è più nulla.  Stiamo documentando ogni demolizione perché ora sta diventando tutto un ammasso di macerie. Vogliamo registrare tutto ciò che sta andando perso perché dev’essere ricostruito”.

1.200 sono gli studenti “migranti” a causa del terremoto, secondo il ministero dell’Istruzione

A pensare al futuro è anche Patrizia Palanca, la dirigente dell’istituto comprensivo di Acquasanta che comprende le scuole dei tre comuni marchigiani più colpiti dal sisma (Arquata del Tronto, Acquasanta Terme e Montegallo). Dopo essere stati in tenda fino al 28 novembre ora gli alunni di Arquata del Tronto hanno un tetto in una splendida struttura di San Benedetto del Tronto, sulla costa, a 70 chilometri, dove la maggior parte degli abitanti si è trasferita dopo il sisma del 30 ottobre. “I miei alunni spesso mi dicono ‘ci mancano i nostri alberi’. Non hanno più attorno i loro boschi, il loro ambiente, ma solo case di cemento”, confida la preside che coltiva un sogno, quello di riportare al più presto i ragazzi in paese.
“Nei primi giorni dopo il terremoto i Vigili del Fuoco mi hanno chiesto se volevo recuperare tra le macerie della nostra scuola qualche ricordo -racconta Patrizia Palanca-. Con tanto di caschetto e protezioni ho messo piede tra i cocci e i quaderni impolverati. Ho ritrovato un libro fatto dai ragazzi in cui era stata scritta la storia di questo territorio. L’ho preso in mano e l’ho portato con me quasi fosse un tesoro. È stato il momento più emozionante. Ora l’ho consegnato alle mie docenti. Vogliamo ripartire da lì, fare dei laboratori del paese che vorremmo. Quando ci sarà bel tempo torneremo tra quei boschi. Voglio riportare pian piano i ragazzi in quei luoghi che hanno amato”.
La dirigente ha ormai smesso da tempo di stare dietro la scrivania. Da mesi oltre a firmare scartoffie è “costretta” a fare la psicologa pur avendo in tasca una laurea in matematica: “I bambini quando sono tornati erano terrorizzati, assenti. Avevano sempre gli occhi nel vuoto. Da mesi ripetono sempre queste parole: “Adesso arriva il rumore che fa paura”. È una cantilena di tutti, dai più piccoli ai più grandi. Una bambina della scuola dell’infanzia, Letizia, in quei giorni ogni volta mi chiedeva di portare a scuola la sua capretta perché non si fidava a lasciarla lontana da lei. Leonardo, 8 anni, invece, nonostante abbia perso tutto non si è mai voluto sentire un terremotato: quando arrivavano dei giochi dalle donazioni li guardava con un occhio desideroso ma spiegava che lui non ne aveva bisogno”.

Storie che conosce bene anche Sara Vegni, responsabile dell’intervento di Action Aid nelle zone terremotate: “Materiale ne è arrivato anche troppo. Non è Natale tutti i giorni: con le donazioni i bambini sono stati riempiti di regali individuali ma quanto è utile questo? Alla scuola di Acquasanta ci sono più lavagne multimediali che bambini. Ad Amatrice i genitori hanno chiesto alle associazioni di non andare più a scuola perché gli insegnanti non riuscivano a fare lezione. Serve altro: le scuole vanno sostenute dal punto di vista strutturale. Il terremoto ci ha dato una grande lezione che dobbiamo imparare prima di piangere altri morti: il nostro patrimonio edilizio scolastico è fragile. Anche in posti dove non ci sono stati danni gli istituti hanno avuto problemi. La ricostruzione sarà lunga, dobbiamo  con franchezza farci una domanda: tra tre anni chi penserà a questi posti?”.

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