Opinioni

Anche in Veneto pericolo mafie

Prestiti concessi a tassi usurari ad aziende in crisi, corruzione e appalti affidati al massimo ribasso sono gli strumenti che la criminalità organizzata utilizza per penetrare le economie sane, anche nel Nord
 

Tratto da Altreconomia 164 — Ottobre 2014

“Il prezzo che una società paga quando è contaminata dal crimine organizzato, in termini di peggiore convivenza civile e mancato sviluppo economico, è alto”.
A pronunciare queste parole a Milano, nel 2011, non fu un magistrato o un rappresentante delle forze dell’ordine, ma Mario Draghi, allora Governatore della Banca d’Italia e oggi presidente della Banca centrale europea. Parole forti, uscite dalla bocca del più importante rappresentante di quel mondo economico-finanziario che certamente non può dirsi immune da collusioni e complicità con le mafie.

In Veneto, quanto affermato da Draghi sembra avere fatto breccia. Dopo anni in cui si è negata e sottovalutata l’esistenza del fenomeno mafioso, pensando che questa fosse solo una questione meridionale, capace di attecchire esclusivamente in zone povere e arretrate, ovvero che era meglio non parlare di cosche, nella convinzione che questo significasse veicolare una brutta immagine del territorio, con possibili ricadute negative dal punto di vista economico, nel dicembre 2012 la Regione Veneto ha approvato all’unanimità la legge numero 48, un provvedimento conosciuto come “legge regionale antimafia”. Con quest’intervento legislativo, il Veneto si è proposto di intervenire in modo organico in diversi settori -scuole, imprese, enti locali, società- favorendo l’implementazione di un’azione di prevenzione e di contrasto contro mafie, corruzione e malaffare, basata sulla diffusione della cultura della cittadinanza responsabile.
Una prima attuazione della legge 48 è il progetto “Conoscere le mafie, costruire legalità”, che prevede la realizzazione di un ampio programma di formazione che la Regione Veneto svolge in collaborazione con Anci Veneto e l’associazione “Avviso Pubblico”.

A Calalzo di Cadore, lo scorso 11 settembre, si è svolto il primo dei sette seminari provinciali previsti. Per un’intera giornata sono state presentate relazioni su come mafie e corruzione possono inserirsi nella pubblica amministrazione, e sono state presentate esperienze concrete su come un ente locale può prevenire e contrastare questi fenomeni. Anche se il Veneto non è una terra di mafia, certamente è una terra che interessa alle mafie, soprattutto per farvi affari e riciclare denaro sporco (secondo l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafie, www.benisequestraticonfiscati.it, i beni sottratti alla criminalità a fine 2013 sono 88, di cui 75 immobili), per trafficare droga, armi e persone, tenuto conto della sua economia. La posizione geografica della regione, e i suoi snodi -stradali, ferroviari, portuali e aeroportuali- la rendono un’indispensabile terra di passaggio.

Prestiti concessi a tassi usurari ai titolari di aziende in difficoltà e appalti vinti sulla base del massimo ribasso anziché sull’offerta economicamente più conveniente, considerato il vincolo del patto di stabilità che i Comuni sono obbligati a rispettare, rappresentano oggi due varchi fondamentali nei quali la criminalità di tipo mafioso si insinua e penetra nel Nord-est.
In questi ultimi anni, la magistratura e le forze dell’ordine operanti in Veneto hanno svolto un lavoro di repressione importante ma quello che, con preoccupazione, è emerso dal seminario di Calalzo di Cadore è il fatto che una parte di imprenditoria locale, del mondo bancario e delle libere professioni è disposto ad offrire, e a chiedere servizi, per favorire l’inserimento di capitali sporchi nell’economia locale. A ciò si aggiunga l’innalzamento del livello della corruzione –si pensi al caso Mose- e a quello dell’evasione fiscale, fenomeni che aprono praterie per l’arrivo, prima dei capitali e, successivamente, degli eserciti mafiosi. A Nord-est i mafiosi investono. Imparare a seguire l’odore dei soldi anziché quello della polvere da sparo è determinante. E non solo per gli investigatori.

* Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie”, www.avvisopubblico.it

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