Diritti / Reportage

America last, viaggio tra le disuguaglianze a stelle e strisce

Negli Stati Uniti 40 milioni di persone vivono in condizioni di povertà, un terzo sono bambini e un americano su otto dipende dagli aiuti alimentari federali. Una disparità che rischia di aumentare e che mette a rischio le basi della democrazia

Tratto da Altreconomia 206 — Luglio/Agosto 2018
Il quartiere di Anacostia, Washington. Dista appena cinque chilometri dal Congresso, ma il reddito è la metà di quello della capitale - © Emiliano Bos

Ecco la Cupola bianca. La sagoma del Congresso si staglia nel cielo di Washington. La si scorge benissimo dal sobborgo di Anacostia. Meno di cinque chilometri in linea d’aria e poche fermate di metropolitana dalla capitale degli Stati Uniti. Eppure in questa periferia il reddito medio è la metà di quello nazionale. Qui più delle banche contano le food banks, le banche del cibo. Come quella che coordina la signora Jean Miller, nella Chiesa episcopale di Saint Philip. In un locale adibito a magazzino, sono allineate sugli scaffali confezioni di cereali, tonno, pasta precotta, verdure in scatola. Alimenti di base, spiega, per riuscire almeno a mettere qualcosa sulla tavola. “Parliamo di persone che non hanno nulla da mangiare”, aggiunge la signora Miller. Mi mostra l’elenco dei beneficiari di questa “banca” tutta particolare. Nuclei numerosi, a volte con disabili, oppure anziani soli. In tutto, qui si aiutano circa 200 famiglie. Numeri e nomi. Storie e statistiche. Persone reali e percentuali. Servono per raccontare le crescenti disuguaglianze di un’America sempre più spaccata. L’esempio tra la ricca Washington e i suoi quartieri periferici spalanca le porte di un Paese in parte inesplorato. Fuori dal mainstream della polarizzazione politica e della retorica populista dell’America First di Donald Trump, c’è un’America ultima ed estrema. Che sta in fondo a tutte le classifiche.

“È il più alto livello di disuguaglianza di reddito nel mondo occidentale: negli Stati Uniti vivono oltre un quarto dei miliardari del Pianeta e c’è un’economia in crescita. Ma dall’altra parte ci sono 40 milioni di persone in povertà, di cui un terzo bambini. E poi 5,3 milioni di persone che vivono in condizioni che considero ‘da Terzo Mondo’. Un americano su otto dipende dagli aiuti alimentari federali e si registra uno dei più alti livelli di mortalità infantile tra i Paesi sviluppati”. Un’istantanea che non lascia scampo. L’ha scattata il professor Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite per la povertà estrema e i diritti umani. “Quello che vediamo è un Paese di contrasti drammatici”, mi dice quando lo incontro nel suo studio alla Scuola di Legge della New York University, dove insegna. Lo scorso dicembre ha viaggiato dalla California all’Alabama alla West Virginia. Ne è uscito un durissimo rapporto che chiama in causa direttamente le autorità federali. E che descrive lo squallore e la deprivazione di molti americani. Non solo sul piano materiale. Ma anche e soprattutto sul piano dei diritti e delle politiche destinate a esacerbare questi contrasti economici, sociali e razziali.

Il nostro viaggio parte dal profondo Sud. Qui non ci sono nemmeno le banche del cibo. Qui la cartina al tornasole dei contrasti si chiama food inequality. L’uguaglianza alimentare e l’accesso al cibo sano sono fattori che vanno ben oltre il benessere fisico e la salute. Gli Stati Uniti contano una delle percentuali più elevate di obesità di tutti i Paesi OCSE: un adulto su tre è sovrappeso. Ma quando si arriva a Fayette, capoluogo della contea di Jefferson, nel Sud del Mississippi, la situazione è ancora più drammatica. Questo è il luogo più obeso d’America, ben oltre la media. Questa contea annovera anche una delle presenze più alte di afro-americani: l’86% della popolazione. Non è affatto una coincidenza. “La metà degli abitanti qui ha problemi di obesità”, dice Priscilla Houston, 24 anni, psicologa e ricercatrice della vicina Università di Alcorn. Povertà, discriminazione razziale e obesità vanno a braccetto. Nei due fast-food di questa cittadina di settemila abitanti, le ali di pollo fritte sono il piatto principale del menu. Non c’è molta scelta. A parte un supermercato senza verdura fresca, ci sono quattro chiese e un bancomat drive in, dove si può prelevare denaro stando seduti in auto. Ma non un bar né un ristorante. Chi non ha soldi si accontenta del cosiddetto junk food, il cibo spazzatura. Pre-confezionato, ipercalorico, accessibile. Le famiglie a basso reddito sono quasi tutte afro-americane: comprano cibi economici, di pessima qualità e mai freschi. Oppure, chi può, scappa e va altrove. Da anni Fayette si sta svuotando. “Non c’è lavoro da queste parti”, scuote la testa Abraham Reed, un 74enne ex-carpentiere con due mani che sembrano cazzuole. Lo incontro sotto il portico di casa sua. È l’unico rimasto in questa stradina con abitazioni di legno abbandonate. Su un ingresso lì accanto, la porta è sbarrata con assi inchiodate al muro.

© Emiliano Bos

Risalendo dalla contea di Jefferson lungo il Mississippi si arriva a Memphis, culla del rock e capitale del blues. Ma la musica, per qualcuno, purtroppo è ancora la stessa. Anche qui è quasi impossibile trovare cibo sano e fresco. Siamo in uno dei food desert d’America: un deserto di cibo, quello vero, in una delle città statisticamente più povere del Paese. Milly Grant, 69 anni, ex-infermiera, per fare la spesa usa i food stamp, i contributi federali. Altrimenti, mi spiega, la sua pensione non basterebbe. Questa signora afro-americana dal sorriso ampio rientra in quella percentuale del 12,5% di americani che hanno bisogno di assistenza alimentare. Ma in futuro queste cifre potrebbero inasprirsi. Secondo il professor Alston, da parte dell’amministrazione Trump è in corso un “attacco coerente e coordinato contro i benefici sociali di base, per ridurre il numero di beneficiari della copertura sanitaria, dei food stamp e dei sussidi per la casa”. Eppure i contrasti descritti nel suo rapporto -presentato a fine giugno anche alla Commissione per i diritti umani dell’Onu a Ginevra- non possono essere tutti responsabilità di Donald Trump, sono radicati. Le profonde inuguaglianze, gli faccio notare, sono pre-esistenti. E sono rimaste anche con Barack Obama alla Casa Bianca. “Questo è vero, la situazione era già difficile e l’amministrazione Trump non è responsabile di questo”, risponde il relatore dell’Onu su povertà e diritti. Ma il dilemma, aggiunge, “riguarda le iniziative politiche dell’amministrazione Trump in risposta alla massiccia disuguaglianza e alla profonda povertà negli Stati Uniti. Primo, il taglio delle tasse per 1.500 miliardi di dollari a favore dei più ricchi: questo non può che peggiorare le attuali disuguaglianze”.

La signora Milly Grant di Memphis mostra la tessera che il governo assegna ai cittadini più poveri per comprare il cibo – © Emiliano Bos

L’allarme del suo rapporto non riguarda solo le disparità economiche. Qui ci sono in gioco anche l’accesso alla democrazia e la partecipazione al voto. Alle presidenziali vinte da Trump ha votato poco più del 55% degli aventi diritto, ben al di sotto delle medie degli altri Paesi occidentali. Ancora una volta le disparità colpiscono i meno abbienti. Sei milioni di americani sono stati privati del diritto di voto in seguito a una condanna per reati minori. Gli Stati Uniti restano il Paese con la popolazione carceraria più alta del mondo: oltre 2,2 milioni di detenuti. Finire in carcere, soprattutto per i poveri, a volte appare quasi inevitabile. Una multa non pagata si moltiplica. Il professor Alston lo definisce “il modello Ferguson”, dal nome della città in Missouri dove nel 2014 scoppiarono le rivolte dopo l’uccisione di un afro-americano da parte della polizia. I costi della giustizia -sostiene il relatore Onu- vanno paradossalmente a carico dei più poveri, che in diverse zone del Paese sono soprattutto le minoranze afro e ispaniche, non hanno risorse per pagare avvocati e restano stritolati nel sistema. Per esempio, il meccanismo della cauzione a pagamento è gestito da società private, che speculano sulla disperazione di chi non vuole finire dietro le sbarre per un divieto di sosta o un eccesso di velocità. “È il prezzo della libertà o un’estorsione?”, era il titolo di un’inchiesta del New York Times dell’aprile scorso. Il business delle cauzioni vale due miliardi di dollari l’anno. Chi ha i soldi, paga ed evita la galera. Chi non li ha, finisce in una spirale spesso senza via d’uscita. Oggi negli Stati Uniti si è arrivati a criminalizzare la povertà. “Un maschio afro-americano su tre può aspettarsi di finire in carcere, rispetto a uno su 17 tra i bianchi. È una differenza tremenda”. Cynthia Roseberry è un’avvocata. Per anni ha coordinato il programma per la clemenza ai detenuti voluto dall’amministrazione Obama. La incontro a Washington poco prima del trasferimento ad Atlanta, sua città d’origine. “Sono cresciuta in una comunità molto povera in Georgia, ecco perché ho voluto fare questo lavoro”. Sa benissimo come vengono trattate dal sistema penale statunitense le persone più povere. “Non vengono considerate come esseri umani ma come numeri. Non hanno voce”. In alcune zone del Paese, lo ZIP code -il codice di avviamento postale- diventa una condanna. Le prigioni vengono costruite in relazione diretta con i risultati scolastici dei ragazzini di 14 anni “in modo che siano pronte per loro quando diventano maggiorenni” spiega Roseberry. Il rapporto presentato all’Onu dal professor Alston contiene dati inquietanti: “Negli Stati Uniti circa 11 milioni di persone vengono ammesse nelle carceri locali ogni anno. Ogni singolo giorno circa 730mila persone sono trattenute, due terzi delle quali in attesa di giudizio”.

“Un maschio afro-americano su tre può aspettarsi di finire in carcere, rispetto a uno su 17 tra i bianchi. È una differenza tremenda” – Cynthia Roseberry, avvocato

Povertà e diritti negati -negli Stati Uniti di oggi- non hanno colore. Il Paese resta segnato dalla discriminazione. Ma la mappa delle disuguaglianze d’America è trasversale agli Stati e alle comunità. In West Virginia, per esempio, le cure dentarie restano quasi inaccessibili per chi non ha l’assicurazione sanitaria, in uno Stato tra i più poveri e a stragrande maggioranza di bianchi. La mappa sarebbe incompleta senza citare il mezzo milione di homeless in tutta la Nazione. New York, San Francisco e Los Angeles sono le capitali dei senza fissa dimora. Ma basta andare alla periferia di Pittsburgh, in Pennsylvania, per toccare con mano la povertà descritta dal professor Alston nel suo rapporto. Qui la crisi economica di quasi dieci anni fa ha lasciato segni indelebili. Quando Obama è entrato alla Casa Bianca, Mary è entrata in questa “casa-mobile”. Un pre-fabbricato dove vive col marito e una figlia. Nessuna assistenza sociale. Altro che middle class, di cui si riempiono la bocca repubblicani e democratici. “Macché welfare, se non stai dalla parte politica giusta qui a Pittsburgh sei nei guai fino al collo” mi dice. Queste mobile-home da case-mobili si trasformano in sabbie mobili per chi non riesce a uscire dal pantano della rassegnazione. Anche lei avrebbe bisogno di un dentista. Il suo viso è sfregiato da un passato con la droga, quei denti caduti troppo presto. Lei già non aveva un’assicurazione sanitaria. Di certo non l’avrà con l’amministrazione Trump. Le risorse ci sarebbero: “Lo dimostra il massiccio taglio alle tasse. Ma non c’è interesse ad aiutare i poveri” è il tono quasi amareggiato del professor Alston in chiusura della nostra conversazione. “C’è una rassegnazione totale al fatto che ampi strati della popolazione vivano in condizioni miserabili, e che questo numero crescerà. Tutto ciò non rappresenta una preoccupazione per coloro che guidano la società. È davvero tragico”. Per 40 milioni di poveri l’American dream ormai è diventato un incubo.

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