Diritti / Attualità

Alternanza scuola-lavoro, cronache di un progetto immaturo

La “Buona scuola” ha reso obbligatorio il percorso di formazione presso le aziende. Nel 2017-2018 interesserà un milione e mezzo di studenti. Già oggi, però, le ombre prevalgono: dal ruolo delle multinazionali ai criteri di valutazione

Tratto da Altreconomia 189 — Gennaio 2017
All’inizio del novembre 2016, a Milano, ha avuto luogo la protesta degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro da McDonald’s - foto di 
Claudio Furlan/Fotogramma
All’inizio del novembre 2016, a Milano, ha avuto luogo la protesta degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro da McDonald’s - foto di Claudio Furlan/Fotogramma

Ester ha 18 anni e frequenta un liceo del salernitano. È un’alunna di quarta superiore, e segue l’indirizzo delle scienze umane: nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro, che dall’anno scolastico 2015-2016 è diventata obbligatoria per gli alunni delle classi terze dei licei (vedi box a pagina 20), si è recata insieme a una cinquantina di compagni all’interno di un’azienda agricola del territorio, una “fattoria didattica”. I bambini che avrebbe dovuto accudire, però, erano meno di una decina -racconta-, e così i titolari, una coppia, avrebbe mandato gli studenti a raccogliere pomodori. Al telefono, Ester spiega che il problema non è la raccolta di pomodori, ma il fatto che questo tipo di attività non si presta a un progetto di “alternanza”, né formi in alcun modo futuri educatori o insegnanti come lei e i suoi compagni.
Andrea, invece, studia da cuoco in un istituto alberghiero abruzzese: nella primavera del 2016, quand’era ancora minorenne, ha ottenuto la possibilità di svolgere fuori Regione il periodo di alternanza, due settimane a cavallo di Pasqua prestando servizio presso un hotel della riviera romagnola. A Rimini è arrivato accompagnato dai genitori, e nei primi due giorni -spiega al telefono- ha avuto modo di capire il funzionamento della cucina di una struttura ricettiva; durante il terzo giorno, però, è stato invitato ad abbandonare la stanza dell’hotel che gli era stata assegnata, una singola, per andare ad occupare una specie di magazzino, in condizioni igieniche precarie. Dopo aver richiamato i genitori, Andrea è tornato in Abruzzo, completando il periodo di alternanza in una pasticceria. Ha segnalato ai dirigenti del suo istituto l’hotel, che è stato depennato dalla lista delle “strutture ospitanti”, come le definisce il ministero dell’Istruzione.

“Non sapremo mai se l’alternanza è efficace: non è stata impostata un’analisi sistematica sull’acquisizione delle competenze” (Alessandro Rosina, Univ. Cattolica)

È la legge 107 del 2015, quella conosciuta come “la buona scuola” (labuonascuola.gov.it), ad aver reso obbligatorio per tutti gli studenti del triennio superiore l’alternanza scuola-lavoro: nei tecnici e nei professionali, come la scuola frequentata da A., questa occupa 400 ore; 200 ore, invece, nei licei, come quello dove studia C.: nell’anno scolastico 2015-2016, gli studenti coinvolti sono stati oltre 652mila, in larga parte delle classi terze, ma saranno un milione e mezzo nel 2017-2018.
Non tutti vivranno esperienze come quelle di Ester e Andrea, ma sono anche gli insegnanti a riconoscere che la riforma è incompleta, e l’alternanza -il cui obiettivo è quello di aumentare le competenze dei ragazzi- rischia di essere un flop.
Lucia Dorigo insegna scienze umane al Liceo Adelaide Cairoli di Pavia, 1.800 alunni e quattro indirizzi: all’interno del suo istituto coordina l’attività, che lo scorso anno ha coinvolto 350 studenti, raddoppiati quest’anno. “Costruire un percorso di alternanza significa lavorare sulle competenze, da sviluppare sia a scuola sia all’esterno: questo aspetto della riforma lo ritengo intelligente, perché in questo modo gli studenti sono chiamati a risolvere problemi. Si tratta di un ribaltamento rispetto alla didattica frontale”.
I problemi principale per trasformare questo modello in realtà? “I programmi non sono cambiati, e sono enciclopedici: l’esame di maturità presuppone che la classe arrivi fino a un certo punto in storia, in filosofia…”. L’ordine d’intervento -secondo Dorigo- avrebbe dovuto essere un altro: “Prima mettere mano ai programmi, quindi all’esame di maturità, e poi, arrivati a quel punto, introdurre la didattica per competenze, anche rafforzando il rapporto sul territorio con l’alternanza”. Anche perché, ed è il secondo aspetto negativo, per gli insegnanti è difficile “costruire percorsi con aziende, che sono quelli caldeggiati dal ministero: per gli studenti del liceo Cairoli ci sono appena 4 posti. Non abbiamo ancora la possibilità di accedere ad un elenco delle aziende presenti sul territorio; ho scritto a molti, ma non mi hanno risposto” sottolinea la professoressa Dorigo.

Secondo un monitoraggio del primo anno di obbligatorietà realizzato dalla Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil, l’80% dei progetti di alternanza sono nati in modo casuale, “a partire da offerte dei soggetti privati” si legge in una sintesi della ricerca. Secondo lo stesso report, “un ragazzo su 4 è fuori da percorsi di qualità”, ovvero ha partecipato solo ad attività propedeutiche (a scuola) o solo ad esperienze di lavoro. Oscar Pasquali, capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Stefania Giannini al dicastero dell’Istruzione, sottolinea come le strutture ospitanti coinvolte nel 2015/2016 siano state 149.795, il 36,1% delle quali imprese. Tracciando un bilancio dopo il primo anno di obbligatorietà, anche Pasquali è consapevole che esista “una questione di ‘qualità’, ma -spiega- volevamo spingere le scuole fuori dalla propria comfort zone, obbligandole ad essere intraprendenti, anche se affiancate e supportate dal ministero”.

Lezione in un Liceo scientifico statale: in questi istituti sono obbligatorie 200 ore di Alternanza scuola-lavoro - foto di Luca Matarazzo/Fotogramma
Lezione in un Liceo scientifico statale: in questi istituti sono obbligatorie 200 ore di Alternanza scuola-lavoro – foto di Luca Matarazzo/Fotogramma

Funziona così: il ministero o l’Ufficio scolastico regionale (USR) stipulano con il soggetto interessato -può essere un’azienda, un ente pubblico, ma anche un soggetto no profit- “protocolli” o “accordi quadro”, che per avviare operativamente dei “progetti” di alternanza devono dar luogo a “convenzioni” con le singole scuole. “È la scuola che negozia con la struttura ospitante il percorso formativo, partendo magari da una base già discussa -racconta Pasquali-; e lo studente firma di proprio pugno il progetto formativo, quindi deve fare un lavoro di consapevolezza rispetto a ciò che è previsto che faccia, e ciò che andrà a fare -sottolinea il dirigente del ministero-: se deve fare qualcosa che non è previsto, è giustissimo che lo indichi e permetta anche a noi di essere duri rispetto ai patti sottoscritti. È anche in questo modo che si fa cultura del lavoro. Ma i prossimi saranno anni delicati. Il processo è complesso”.

E lo è ancora di più quando mancano dei pezzi. Solo il 21 novembre 2016, ad esempio, la circolare numero 44 dell’INAIL, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ha chiarito -a un anno e quattro mesi dall’approvazione della legge “la buona scuola”- che l’assicurazione scolastica è estesa anche alle attività di alternanza, e che quindi le strutture ospitanti non devono farsi carico di quei costi.
Manca poi, come racconta ad Altreconomia Aksel Nikaj, che fa parte dell’esecutivo nazionale del sindacato studentesco Unione degli Studenti (www.unionedeglistudenti.net), “uno ‘Statuto dei diritti degli studenti in alternanza’, capace di tutelare gli studenti da esperienze negative, al limite dello sfruttamento: come dimostrano alcuni casi che abbiamo censito, tra cui quelli di C. e A., questa mancanza si è fatta sentire, e su questo aspetto non è accettabile alcun tipo di ritardo, anche se è già passato quasi un anno e mezzo dall’approvazione della legge”.
Pasquali assicura dal ministero che è quasi ultimata la stesura di una “Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza”, che “dovrebbe essere presentata entro febbraio 2017” (la nostra intervista è avvenuta prima dell’avvicendamento alla guida del ministero tra Stefania Giannini e Valeria Fedeli, ndr).

Le criticità dell’alternanza, secondo l’Uds, non si esauriscono però nella “Carta dei diritti”. “Aver reso obbligatorio da un momento all’altro 200 o 400 ore -spiega Nikaj- ha innescato un meccanismo per cui le scuole hanno rincorso le aziende, senza alcun criterio. Secondo noi, non tutte però sono idonee ad assumere questo ruolo di ponte tra sapere e saper fare, che è ciò che dovrebbe fare l’alternanza, che, ricordo, è un metodo didattico, ha finalità formative, e non rappresenta un inserimento anticipato nel mondo del lavoro”.
Secondo l’esponente dell’Uds, è “gravissimo” il progetto “Campioni dell’alternanza”, presentato dal ministero a metà ottobre e che vede la creazione di 27mila posizioni all’anno, all’interno di sedici aziende, che sarebbero appunto i campioni. Sono Accenture, Bosch, Consiglio nazionale forense, Coop, Dallara, Eni, Fondo ambiente italiano, Fca, General electric, Hpe, Ibm, Intesa Sanpaolo, Loccioni, McDonald’s, Poste italiane e Zara. Il 37% degli studenti, 10mila ogni anno (e 30mila nel prossimo triennio) andranno a fare alternanza da McDonald’s. Sono in media 20 studenti per ognuno dei circa 500 ristoranti. Calcolando una media di 300 ore a studente, fanno 3 milioni di ore di lavoro, 125mila giorni di lavoro (o 250mila in un fast food Mc, dove prevalgono i contratti part-time). Pasquali sottolinea che i ragazzi non andranno a friggere patatine, ma saranno impiegati in sala, nell’assistenza ai clienti. E che saranno formati sulla “sicurezza alimentare”, intesa come tutela delle condizioni di salubrità del cibo.

Il 10 novembre gli studenti hanno manifestato contro l’alternanza nelle multinazionali, e la distanza tra le parti appare incolmabile: “Crediamo che debba esistere anche un codice etico, che tenga conto delle istanze ambientali e di quelle relative ai diritti dei lavoratori, cui le aziende che vogliono fare ‘alternanza’ debbano adeguarsi -dice Nikaj, che solleva un’ultimo elemento negativo-: il portale dell’alternanza (scuolaelavoro.com) di Adecco, che è una società privata che si occupa di selezione del personale, dà conto di un’idea sbagliata dall’alternanza; è come dire agli studenti ‘iscriviti, che avrai la possibilità di fare alternanza e di farti vedere dai tuoi prossimi datori di lavoro’”. Ogni studente che si iscrive al portale dovrebbe sapere che offre tutti i suoi dati non solo ad Adecco formazione srl, cui è intestato il sito, ma a tutte le società del gruppo Adecco, “leader in Italia e nel mondo nei servizi per la gestione delle risorse umane” come spiega il sito corporate. E anche se il ministero dell’Istruzione non è partner di Adecco nel progetto, ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione, che si è tenuta a Milano a metà novembre.
In quei giorni a Roma si discuteva l’articolo 42 della legge di Stabilità, oggi legge, secondo cui “le imprese che assumeranno a tempo indeterminato gli studenti che hanno svolto un monte ore del percorso di Alternanza (pari almeno al 30% del totale) presso le loro strutture, usufruiranno di sgravi fiscali” sui contributi previdenziali fino a 3.250 euro.
L’assenza di un codice etico dall’alternanza, però, non riguarda solo le multinazionali: ormai le agenzie di viaggio specializzate nei tutor per studenti propongono un “Campus Rafting che unisce la cultura, l’ambiente, la matematica, lo sport”, sottolineando come esso sia “certificato per l’Alternanza Scuola Lavoro fino a 35 ore”. E la Fondazione Telethon ha stretto un accordo con l’Usr della Lombardia, mettendo a disposizione “fino a 35 posizioni” per ogni liceo delle province di Milano, Pavia e Monza e Brianza: le postazioni dove acquisire competenze saranno i banchetti di raccolta fondi.

La presentazione del programma “I Campioni dell’Alternanza” al Miur. Prevede la creazione di 27mila “posizioni” all’anno all’interno di sedici aziende. Da Eni a Coop, dal Fai a Intesa Sanpaolo - ministero dell'Istruzione
La presentazione del programma “I Campioni dell’Alternanza” al Miur. Prevede la creazione di 27mila “posizioni” all’anno all’interno di sedici aziende. Da Eni a Coop, dal Fai a Intesa Sanpaolo – ministero dell’Istruzione

Una forma embrionale di controllo potrebbe venire dal Registro nazionale dell’alternanza, il portale delle Camere di commercio che dovrebbe ospitare l’elenco di quanti offrono percorsi di alternanza scuola-lavoro, che però non funziona. Basti un dato: nelle 12 Province della Lombardia, ovvero la Regione con il più alto numero di studenti chiamati all’alternanza (105.564 nell’anno scolastico 2015/2016), sono iscritti appena 194 soggetti.
Eppure, gli studenti italiani credono nelle potenzialità dell’alternanza. Alessandro Rosina, direttore del Dipartimento di Scienze statistiche della Facoltà di Economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, ha condotto una ricerca su un campione rappresentativo di giovani, i cui risultati sono stati presentata a inizio novembre 2016, secondo la quale il 90% dei giovani italiani considera positivo svolgere esperienza formative in ambito lavorativo negli ultimi anni di scuola superiore. “Sanno di essere fragili, rispetto alle competenze richieste dal mondo del lavoro” sottolinea Rosina. L’alternanza è una risposta efficace? “Non lo sapremo mai: nessuno sta impostando, in modo sistematico, un’analisi sull’effettiva acquisizione delle competenze, né sull’impatto tra questi ‘nuovi’ studenti e il mondo del lavoro. Ai ragazzi chiedono se siano soddisfatti o meno della propria ‘alternanza’, ma questo non è sufficiente, non ha basi scientifiche. È un vizio italiano: proporre nuove politiche, e poi non voler sapere se funzionano o meno”.

In dettaglio
LE REGOLE DELL’ALTERNANZA, TRA “BUONA SCUOLA” E “JOBS ACT”
Nel corso del 2015, due interventi legislativi hanno potenziato il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro. Il primo riguarda l’obbligatorità dell’offerta formativa in alternanza scuola-lavoro,  previsto dalla legge 107 del 13 luglio 2015, conosciuta come “la buona scuola”. Riguarda gli studenti delle classi terze, quarte e quinte di tutti gli istituti di istruzione superiore, dai licei ai professionali. Nell’anno scolastico 2015/2016 hanno partecipato all’alternanza il 96% delle scuole, e il 90,6% (455mila su 502mila) degli iscritti alle classi terze, le prime coinvolte nell’obbligo, che entrerà a regime nel 2017/2018, quando saranno coinvolti un milione e 150mila studenti.
Nel giugno del 2015, intanto, è stato introdotto -nell’ambito della riforma del lavoro, il cosiddetto “Jobs Act”- il contratto di apprendistato finalizzato all’acquisizione del diploma di istruzione superiore. Quest’ultimo, a differenza del primo, è un vero contratto di lavoro a tempo indeterminato. Rischia di creare confusione la presenza di aziende che realizzino l’una e l’altra forma di “inserimento” dei giovani. Come Eni, uno dei “Campioni dell’alternanza”, che ha assunto 175 studenti. Una ventina lavorano dal 15 settembre nell’ambito di un progetto di “Manutenzione e assistenza tecnica” all’interno della raffineria di Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia. Quella che ha preso fuoco il primo dicembre del 2016.

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