Diritti / Varie

Agro pontino, tra i migranti sfruttati a tempo indeterminato

Gli escamotage formali nella “zona grigia” costruita per coprire condizioni di lavoro disumane. Le ha ricostruite l’associazione In Migrazione (tra i promotori della campagna "Coltiviamo diritti"), che è impegnata in attività di supporto e tutela, anche grazie a uno sportello legale aperto a Sabaudia 

Tratto da Altreconomia 181 — Aprile 2016

La busta paga è apparentemente in regola: quattro giorni di lavoro dichiarati in un mese, retribuiti come da contratto. Ammontare netto del salario: duecento euro. Il padrone, in queste campagne del Lazio che ancora portano i segni delle migrazioni venete e friulane dei tempi del Duce, è ironicamente magnanimo: ha riconosciuto al lavoratore immigrato, in regola con il permesso di soggiorno, un “premio presenza” di venti euro e un compenso analogo per gli “straordinari”. Un “escamotage formale” che serve al datore di lavoro per dimostrarsi irreprensibile in caso di un controllo e che in realtà crea quella che l’associazione In Migrazione (www.inmigrazione.it) definisce come “una zona grigia dello sfruttamento”. 

Allo sportello per i migranti, il primo in assoluto di questo genere in Italia, aperto dall’associazione e dalla Flai-Cgil in un residence low cost a un passo dalle dune di Sabaudia ideato per i vacanzieri e oggi subaffittato a migranti, in particolare sikh del Punjab, quando l’hanno vista sono sobbalzati. Era la prima volta che uno schiavo delle campagne, superando paure e diffidenze, si presentava da loro a denunciare il suo sfruttatore. Ad attenderlo ha trovato l’avvocato Diego Maria Santoro, che un paio di volte alla settimana viene qui per tentare di convincere chi si rivolge allo sportello che è necessario battersi per far valere i propri diritti. “Si è aperta una crepa nel muro di diffidenze nei confronti degli italiani e nella nostra giustizia, spesso troppo lenta”, spiega. 

Nel volgere di pochi mesi, grazie al passaparola le denunce sono aumentate. Allo sportello di In Migrazione e Flai-Cgil, solitario avamposto di legalità in quella terra di nessuno che dalla prima campagna romana si estende fino al casertano, ci si rivolge per problemi di ogni genere. Mentre Santoro sciorina le diverse modalità che può assumere lo sfruttamento, arriva un indiano che ha seri problemi alla schiena, spaccata dalle 12 ore al giorno, a volte pure di più, trascorse piegato in una serra a raccogliere zucchine. Non riesce più a lavorare, non va nei campi da due settimane e non sa come fare perché in famiglia è l’unico che porta a casa un reddito. Alcuni, nelle sue condizioni, si riempiono di antidolorifici per non sentire la fatica. Lui avrebbe bisogno forse di cure più serie.

Ho l’impressione che trascorrere una giornata da queste parti sia più istruttivo di un dossier di un istituto di ricerca. Ne è convinto pure il sociologo Marco Omizzolo, che con l’associazione In Migrazione ha raccolto le denunce dei migranti laziali in un dossier intitolato “Sfruttamento a tempo indeterminato” perché, se la precarietà è la condizione esistenziale degli almeno 25mila braccianti stranieri dell’agro pontino, le modalità del loro lavoro non lo sono affatto. Le testimonianze raccolte sono numerose e concordanti: “Io devo avere 1.200 euro, ma il padrone me ne dà solo 600, ho il contratto ma decide lui. Lavoro dieci ore al giorno e lui ne segna solo due. Il mese scorso ho lavorato tutti i giorni, anche la domenica mattina, e ha segnato solo sei giorni, mi dato 300 euro per otto ore di lavoro, ma io ne ho lavorato 80 e anche di più”, dice un migrante. “Io ho lavorato per cinque anni in cooperativa a Latina, sempre senza contratto. Solo qualche volta ne avevo uno di due o tre mesi. Poi ho chiesto più soldi: me ne dava 600 e ne volevo mille. E mi ha mandato via”, aggiunge un altro. Un terzo sostiene di aver accumulato un credito di 26mila euro in sette anni di lavoro.

Santoro mi mostra un altro foglio. Ci sono dei numeri scritti a mano, quasi degli scarabocchi. È il conteggio fatto dal padrone, prevede un acconto e una rateizzazione dei pagamenti in cinque rate, al nero e senza busta paga. Chi si era indignato per il primo caso dovrà ricredersi: nella gerarchia dello sfruttamento in agricoltura esiste di ben peggio. Anche perché, come si intuisce dal racconto della moglie di un lavoratore sikh, non sempre viene corrisposto quanto pattuito: “il padrone scrive su un foglio che deve dare a noi 2.600 euro e poi invece ce ne dà solo 200 perché dice che c’è la crisi e guadagna di meno”. Addentrarsi nella giungla del lavoro migrante nei campi pontini, grazie ai Caronte di In Migrazione, è un po’ come scendere negli inferi della condizione umana. 

Santoro mi spiega un altro fenomeno emergente: molti immigrati vengono forzati dai datori di lavoro ad aprirsi una partita Iva. In questo modo il lavoro viene subappaltato a finti lavoratori autonomi e il committente esce pulito da ogni controllo, mentre gli sfruttati sono costretti ad assumersi pure “il rischio d’impresa”. Ma, come abbiamo visto, non è che un contratto regolare tuteli molto di più. Non c’è solo il fenomeno delle buste paga con un numero di giorni di lavoro dichiarato che non corrisponde al vero. K. Singh racconta che il compenso dichiarato dal datore di lavoro è superiore a quello reale: “Io prendo 800 euro ma il padrone scrive sempre 1.200”. È il più classico dei modi per occultare il nero: si dichiara una cifra falsa e si lucra sulla differenza. 

Non mancano i paradossi, come quando sono i lavoratori stessi a chiedere una busta paga con un ammontare più elevato. Accade quando bisogna dimostrare allo Stato di poter mantenere la famiglia per ottenere il ricongiungimento. “Fanno registrare 800 euro quando ne guadagnano 500”, dice Santoro. L’effetto è doppiamente penalizzante per i lavoratori: non solo guadagnano meno di quanto dichiarato ma, aumentando formalmente il reddito oltre la soglia prevista per accedere ai servizi sociali, rimangono tagliati fuori dal welfare locale. 
I ricercatori di In Migrazione parlano di “un sistema rodato di illeciti fondati su arruolamenti del personale via cellulare, buste paga irregolari, ricatti e intimidazioni che svelano il vero business del settore: evasione fiscale e contributiva a fare da cornice a una zona grigia di sfruttamento”. Un contesto che “favorisce la criminalità organizzata e una cricca di faccendieri (avvocati, commercialisti, impiegati pubblici, imprenditori e consulenti del lavoro compiacenti) dedita al reclutamento e all’intermediazione illecita di manodopera e all’evasione, spesso anche attraverso metodi coercitivi e violenti finalizzati a impedire la denuncia con percosse, aggressioni, spedizioni punitive”. 

È per questo che, quando è arrivata la prima “confidenza”, allo sportello di Sabaudia l’hanno considerata come una faglia in un muro fino a quel momento mai scalfito. Il fatto che le prime segnalazioni siano sfociate in alcune vertenze sindacali e perfino in un processo a carico di un datore di lavoro è una novità assoluta. Il problema, spiega Omizzolo, è che “da queste parti lo Stato non riesce ad arrivare”. Troppo pochi i controlli e i controllori, troppo oliate le vie di fuga (“davanti alla cooperativa c’è una persona che fa la guardia e quando arriva il controllo avverte il padrone che manda via gli indiani irregolari. Quando sono andati via li richiama”, dice un lavoratore), troppo forte il timore di rimanere disoccupati. “Il problema è che non abbiamo molto da offrire: una causa di lavoro dura mediamente tre anni e chi viene da noi di solito ha un problema immediato da risolvere, uno stipendio non pagato, paghe troppo basse. Quando arriva la risposta dei giudici è troppo tardi”, spiega Santoro. Il risultato è che gli schiavi delle campagne continuano a diffidare di chi vuole spingerli a denunciare e i datori di lavoro ormai non si spaventano più. Anche le denunce penali sono un’arma a doppio taglio: i “clandestini” temono di essere espulsi e comunque sanno che se lo fanno non li impiegherà più nessuno. Sono le dure regole di un mercato sregolato in cui domanda e offerta di lavoro non hanno canali regolari d’incontro e l’unica via è quella informale.

Nel febbraio 1974, passeggiando tra le dune a pochi metri da qui, lo scrittore Pier Paolo Pasolini alla Rai denunciò l’appiattimento culturale, la devastazione estetica e l’imbarbarimento civile della società dei consumi. Cosa avrebbe detto oggi nel vedere cosa sono diventati quegli stessi luoghi? 

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