Diritti / Intervista

Adil Azzab. La storia dell’“uomo giusto”

A 13 anni ha lasciato il Marocco per raggiungere il padre a Milano. Tempi difficili, il mito dell’Italia-paradiso che svanisce: ne è nato un film. Che abbiamo visto con lui in carcere

Tratto da Altreconomia 194 — Giugno 2017
Adil Azzab - © Ivan Kap
Adil Azzab - © Ivan Kap

Una mattina piovosa a Milano, in attesa per le formalità. Il carcere di San Vittore è concepito come un panopticon settecentesco: una struttura radiale che si dipana dal centro, per garantire maggior controllo. I raggi sono sei, e ogni raggio ha tre piani. Al terzo raggio oggi è prevista la proiezione di un film che si intitola “My name is Adil”, il mio nome è Adil. E Adil è qui al terzo raggio a presentarlo.

Adil Azzab è nato nel 1988 a Beni Amir Ouest, un piccolo villaggio nella campagna marocchina. Casablanca e Marrakech sono lontani. È il primogenito di una famiglia numerosa e aiuta zio e nonno nel lavoro dei pascoli. Il padre di Adil è partito, 23enne, per l’Italia, quando il figlio maggiore ancora non camminava. A 13 anni Adil lo raggiunge a Milano, dove inizia a studiare con l’obiettivo di diventare un elettricista. “Anni difficili: parlavo male l’italiano, lavoravo nei fine settimana, mi sentivo spaesato, il mito dell’Italia come paradiso presto svanito. Col tempo inizio a frequentare un centro di aggregazione giovanile” spiega al gruppo di una trentina di detenuti. E così, dall’incontro con Magda Rezene, nata in Italia da genitori eritrei, anch’essa giovane frequentatrice del centro, e Andrea Pellizzer, professionista della comunicazione e formatore, nasce l’idea di un lungometraggio che racconti la storia di Adil. E per questo, dopo 10 anni di assenza, Adil torna in Marocco con macchina fotografica e videocamera. Il film ha una lunga gestazione e le riprese si concludono nel 2015. La produzione è a “budget zero”, supportata anche da un crowdfunding e da professionisti del settore. Adil, Magda e Andrea sono registi, sceneggiatori, montatori. La parte di Adil ragazzo è interpretata da Hamid Azzad, fratello minore di Adil.

“Pensavo sarebbe stato un ‘pacco’, e invece mi è piaciuto molto” dirà schiettamente un detenuto italiano al termine della proiezione su una lavagna dell’aula di informatica qui, nel terzo raggio. “Vengo dal Sud Italia e ho vissuto un’esperienza simile”. Ha ragione: il film è coinvolgente, tecnicamente ben fatto, e infatti ha partecipato a una ventina di festival cinematografici in tutto il mondo, da Washington a Beirut, vincendo numerosi premi (l’ultimo nel marzo 2017, a Tangeri). Il film è in qualche modo “ricorsivo”, perché nelle ultime scene si vede Adil che proietta il film stesso nel suo piccolo paese natale: spettatori la famiglia e la gente del villaggio. Almeno metà delle persone sedute a seguire con attenzione il film sulla lavagna sono marocchine. “Ed era la prima volta che lo vedevo in Italia con tanti miei connazionali -dice Adil- e la prima volta in un carcere”. Durante la proiezione questo gruppo spesso ride, si scambia occhiate e battute. Diligentemente: la pellicola parla a loro, di loro. Il film è per lo più in arabo, con sottotitoli in italiano. Al termine, un lungo applauso.

“Un ragazzo nato a pochi chilometri da me mi ha detto ‘questo film parla di me’. Ed è vero: è una generazione di 30-40enni, veniamo più o meno tutti dalla stessa zona del Marocco, che è una delle più povere del Paese. Molti se ne vergognano, come me ne vergognavo io”

“Ho sempre avuto paura del giudizio del pubblico marocchino sul film -spiega Adil-. Ma credo che lo abbiano apprezzato perché in qualche modo sono protagonisti: sentono la loro lingua, riconoscono i luoghi, hanno vissuto storie simili. Un ragazzo nato a pochi chilometri da me mi ha detto ‘questo film parla di me’. Ed è vero: è una generazione di 30-40enni, veniamo più o meno tutti dalla stessa zona del Marocco, che è una delle più povere del Paese. Molti se ne vergognano, come me ne vergognavo io”. Una delle scene più toccanti del film mostra il nonno di Adil che lo saluta prima della sua partenza per l’Italia, e gli raccomanda di portare alto il suo nome (che significa “uomo giusto”) e quello del suo Paese. Nel dibattito che segue la proiezione, molti dei presenti la evocano. “Tutti noi, ragazzi partiti da casa verso l’Italia, abbiamo lasciato la nostra famiglia e spesso è stato il nonno, figura di capofamiglia indiscussa, a sostenerci. Non mi stupisce che abbia colpito tante persone”. In un’altra scena, Adil adulto è tornato in Marocco e, sulla strada verso la sua cittadina, condivide un passaggio su un pullmino con una signora, madre di famiglia. I suoi figli sono emigrati anche loro. “Il mare e i Paesi stranieri sono un malattia -dice questa madre-. Ti fa perdere fiducia in te stesso”. “A San Vittore dopo la proiezione -racconta Adil- mi sono fermato a parlare coi detenuti marocchini. Un ragazzo a un certo punto mi fa i complimenti e pure lui mi dice ‘anch’io ho avuto una storia simile, ma poi la vita ti porta qui, a causa dei tuoi errori’. Capisco che cosa voleva dire. È stata molto dura, per tutti. E se mi chiedo che cosa spinge una persona a fare errori che poi lo portano in carcere, ricordo che, quando io e mio padre eravamo a Milano, facevamo fatica a trovare un bilocale, perché nessuno voleva affittarcelo quando scoprivano che eravamo marocchini. Per anni abbiamo vissuto girando tra vari conoscenti, più o meno tutti coetanei di mio padre: avevano moglie e figli, ma erano soli e lontani da casa”.

Oggi Adil lavora come educatore in una comunità per minori non accompagnati e in un centro di aggregazione giovanile. Aiuta altri ragazzi come lui nel percorso di crescita. “Capisco che cosa prova una persona che vende tutto, rischia magari anche la vita, e poi si ritrova in un Paese come l’Italia, che è davvero difficile. La rabbia che porti dentro, l’ingiustizia, l’abbandono, la percezione di essere visti come diversi. Io sono stato molto fortunato, ho avuto opportunità. Me ne sentivo responsabile e questo pensiero mi ha aiutato. Ma quando non riesci a controllare tutto questo, ci vuole poco per perdersi”.

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