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Acqua e lavoro beni comuni – Ae 89

A Firenze uno “sciopero al rovescio” come quello di Danilo Dolci del 1956. Oggi però si protesta contro la privatizzazione dell’acqua In due al lavoro, ogni sera, per tre mesi. Uno solo è pagato: l’altro sciopera, ma lo fa al…

Tratto da Altreconomia 89 — Dicembre 2007

A Firenze uno “sciopero al rovescio” come quello di Danilo Dolci del 1956. Oggi però si protesta contro la privatizzazione dell’acqua


In due al lavoro, ogni sera, per tre mesi. Uno solo è pagato: l’altro sciopera, ma lo fa al rovescio, cioè lavorando oltre l’orario. Entrambi protestano contro Publiacqua, la società che gestisce l’acquedotto di Firenze: a fine luglio tre turnisti -su 15- dell’impianto di potabilizzazione di Mantignano sono andati in pensione e, invece di sostituirli, Publiacqua ha deciso di ridurre il turno notturno, dalle 22 alle 6 del mattino, a un solo uomo.

I due operai che incontro mi chiedono di non scrivere i loro nomi. Lavorano per l’acquedotto da trent’anni e adesso rischiano il posto: “Con lo ‘sciopero al rovescio’ volevamo dire che il lavoro è un mondo in cui c’è ancora spazio per la solidarietà. Tutto è nato in modo spontaneo”. La genesi della protesta va ricercata nel 2006, quando il 40% delle azioni di Publiacqua viene privatizzato. Ridurre il costo del personale diviene dei must della nuova dirigenza. A partire dai tre turnisti. Gli operai, però, non ci stanno: per tre mesi -da inizio agosto a fine ottobre- scioperano al rovescio: ogni notte uno di loro si ferma, non pagato, per far compagnia a chi lavora.  

Un turno in più a settimana per tutti: “La prima notte siamo restati tutti, ‘strisciando’ il cartellino”, mi raccontano. Solidali, come cinquant’anni fa, quando ci fu il primo, e storico, sciopero al rovescio, quello di Danilo Dolci e dei disoccupati di Partinico: una giornata di lavoro organizzata per ricostruire una strada agricola impraticabile, che si concluse con l’arresto di una ventina di persone. Oggi lo sciopero al rovescio è anche una questione di sicurezza. I turnisti non vogliono stare a Mantignano da soli: il potabilizzatore è in una zona periferica della città e all’interno di un parco, l’impianto dista 700 metri dal cancello e ospita anche alcuni uffici. Per tutelare il turnista unico, che potrebbe sentirsi male, Publiacqua ha pensato a un sensore applicato alla cintura, che chiama il 118 se il lavoratore cade in avanti. “Se scatta l’allarme, però, i cancelli si aprono per due ore -mi spiegano i turnisti- e l’impianto è accessibile a tutti”. Il paradosso è che il ministero dell’Interno considera i potabilizzatori “siti sensibili”, possibili obiettivi terroristici.

A metà agosto arriva il primo richiamo della direzione: il diritto allo sciopero è sancito dalla Costituzione ma uno “sciopero al rovescio” è illegale.

“Ai lavoratori non è consentito restare sul posto di lavoro oltre l’orario normale, a meno di dover prestare lavoro straordinario richiesto dall’azienda”, sostiene Publiacqua. A fine agosto l’azienda minaccia la sospensione e il possibile licenziamento per i ribelli, per “manifesta negligenza nell’ottemperamento delle attività affidate”, cioè per non campionare i dati sulla qualità dell’acqua: i turnisti rimasti sono tutti elettricisti e si rifiutano di fare un lavoro da periti chimici. Ai “non scioperanti” di Mantignano arrivano da tutta l’Italia lettere di solidarietà dei movimenti per l’acqua pubblica, e un videomessaggio di padre Alex Zanotelli (il 98% dei lavoratori di Mantignano ha anche firmato a sostegno della legge d’iniziativa popolare per la ri-pubblicizzazione del servizio idrico).

Si accodano anche i sindacati: decidono il blocco degli straordinari per un mese e 16 ore di sciopero, compreso uno “generale” di tutti i lavoratori di Publiacqua in Provincia di Firenze, il 19 settembre, con un presidio davanti alla sede dell’azienda. L’adesione raggiunge il 90%, circa 350 persone. I turnisti di Mantignano, che lavorano nei servizi pubblici essenziali e per legge non possono scioperare in modo tradizionale, creano un fondo per rimborsare chi non lavora in solidarietà con la loro vicenda.

Oggi Publiacqua vuol sopprimere del tutto il turno di notte, con strumenti di telecontrollo. L’impianto verrà “seguito” dall’altro potabilizzatore fiorentino dell’Anconella (nella foto a pagina 20). L’agitazione dei lavoratori continua a dicembre, con uno sciopero della fame a staffetta nella sede di San Giovanni Valdarno.



Il falso mito dell’efficienza

Publiacqua non è sinonimo di acqua pubblica. Il 40% del capitale dell’azienda, che fino al 2021 gestirà il servizio idrico a Firenze, Prato e Pistoia -l’Ato 3 “Medio Valdarno”, 1.200.000 abitanti-, è stato privatizzato. Da fine giugno 2006, ai Comuni restano 6 azioni su 10 (capofila è Firenze con il 21,7 per cento delle azioni), il resto è di “Acque blu fiorentine” (che è “entrata” in Publiacqua ricapitalizzando la società, da 90 a 150 milioni di euro). Dietro Acque blu fiorentine ci sono Acea, Suez, Monte dei Paschi di Siena (Mps) e Società italiana per i lavori marittimi (gruppo Caltagirone).  L’amministratore delegato di Publiacqua è Andrea Bossola: è stato nominato da Acea. Appena arrivato a Firenze ha detto di voler portare a un utile di 3 o 4 milioni di euro un’azienda che ha chiuso gli ultimi anni in sostanziale pareggio. Per farlo, la ricetta è tagliare i costi del personale -secondo i sindacati Publiacqua, che oggi ha 750 dipendenti, vorrebbe arrivare a 400 nel giro di pochi anni- e alzare le tariffe: già nel 2007 sono cresciute del 15%. Tanto che un gruppo di cittadini ha presentato una lettera/esposto al Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Coviri). Perché la tariffa dovrebbe crescere di pari passo con gli investimenti realizzati, ma Publiacqua non ha mai approvato il Piano operativo triennale (Pot) 2005-2007, il piano degli investimenti. Publiacqua fa solo quelli prioritari per l’azienda, più remunerativi: in Mugello, zona montana poco abitata, l’azienda non ha realizzato nemmeno gli investimenti per ripristinare gli acquedotti e le fognature danneggiate dai lavori della linea Alta velocità tra Bologna e Firenze, interventi peraltro coperti dai fondi che Tav ha messo a disposizione della Regione.                 

Publiacqua ha anche un debito con i Comuni: a quello Borgo San Lorenzo, sempre in Mugello, che detiene lo 0,06% dell’azienda, deve oltre 1 milione e mezzo di euro. È l’arretrato 2004-2006 del canone per l’affitto di rete e infrastrutture che tutti i Comuni hanno messo a disposizione del gestore unico. Adesso l’Ato 3 sta addirittura discutendo un regolamento per chiedere ai Comuni di anticipare i soldi per gli investimenti sul servizio idrico integrato.

È un paradosso: il privato dovrebbe portare capitale e know-how, ma la presunta efficienza delle privatizzazioni per l’acqua regge solo sulla carta.

“Acque spa”, il gestore dell’Ato 2 “Basso Valdarno”, ha lo stesso socio privato di Publiacqua (il 45 per cento del capitale è controllato da “Acque blu Arno basso”, dietro alla quale c’è lo stesso “quartetto”: da Acea a Caltagirone passando per i francesi di Suez e Mps). Nel 2006 ha chiesto un prestito di oltre 250 milioni di euro a un pool di banche -capofila è Mps-. Servono a finanziare il Piano d’ambito: “Se doveva andare così allora mi tenevo una società a controllo pubblico, scegliendo magari un management di qualità”, spiega Andrea Giuntoli, fino a ottobre segretario Ds a Pescia (Pistoia) e per due anni nel cda di Acque spa. Se n’è andato a giugno 2007, senza sbattere la porta ma con le idee ben chiare: “Volevo fare un’esperienza amministrativa ma mi sono reso conto che il Consiglio conta poco. Gli atti d’indirizzo vengono portati in cda ma le decisioni son prese altrove. Decide tutto l’amministratore delegato”, che è Bossola, lo stesso di Publiacqua. Giuntoli snocciola critiche: “Il privato non porta benefici -conclude-: l’obbligo di ‘fare’ l’utile distoglie risorse dagli investimenti”. Le perdite di rete, ad esempio, sono ancora tra il 30 e il 40 per cento. Adesso Publiacqua e Acque stanno discutendo la propria integrazione. Nel frattempo, Pisa e Firenze hanno sottoscritto un protocollo d’intenti nel 2006. L’intesa è stata allargata anche all’Acquedotto del Fiora spa, che gestisce il servizio idrico nell’Ato 6 (sono gli stessi gli azionisti della parte privata, Ombrone spa). Gira già una bozza di accordo per affidare a un unico gestore il servizio idrico integrato. Secondo la segreteria dell’assessorato alle Partecipate del Comune di Firenze, il criterio che guida l’aggregazione è “che Acea è presente in tutte e tre le società”.

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