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Esteri / Reportage

A trent’anni dall’insurrezione armata il progetto di autonomia zapatista è ancora in piedi

Reportage dalla Selva Lacandona del Chiapas, nel Sud del Messico, dove la notte di capodanno di trent’anni fa i guerriglieri maya della regione più impoverita del Paese si ribellarono a 500 anni di angherie. Come sta oggi quell’esperienza-modello di democrazia comunitaria, capace di sana autocritica e di autoironia

Una delle rappresentazioni teatrali messe in scena durante le celebrazioni del trentennale dell'Ezln © Orsetta Bellani

I comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), uomini e donne, siedono sul palco del villaggio zapatista di Dolores Hidalgo. È la mezzanotte del 31 dicembre 2023, siamo nella Selva Lacandona del Chiapas, nel Sud del Messico, e l’Ezln sta celebrando il trentesimo anniversario della sua insurrezione armata. 

Dalla tribuna, i comandanti osservano la singolare parata di una (ex) guerriglia che è stata definita “antimilitarista”: hanno uniformi verdi e marroni, marciano battendo gli stivali e i bastoni di legno, ma la musica cumbia che si ascolta di sottofondo toglie solennità all’atto. È una parata militare paradossale, ironica. Come quando, nel 2021 e in piena pandemia, gli zapatisti hanno annunciato che avrebbero attraversato l’Atlantico per raggiungere l’Europa in barca, con una donna transgender al comando della spedizione. O come quando, nel 1994, l’Ezln ha arrestato il generale ed ex governatore del Chiapas, Absalón Castellanos, e ha poi deciso di liberarlo, condannandolo a “vivere fino all’ultimo dei suoi giorni con la pena e la vergogna di avere ricevuto il perdono e la bontà di coloro che, a lungo, ha umiliato, sequestrato, depredato e assassinato”.

I miliziani zapatisti che sfilano davanti agli occhi stupiti di persone di tutto il mondo sono parte di un esercito che in realtà non lo è: protegge il suo territorio ma non spara, ed è composto in buona parte da giovani che sanno stare sull’attenti e marciare, però lo fanno al ritmo della hit del momento. Dopo la parata dei miliziani, il subcomandante Moisés ha letto un messaggio: “La proprietà della terra dev’essere del popolo e dev’essere ‘in comune’, e il popolo si deve governare da solo. Lo abbiamo dimostrato trent’anni fa e continueremo su questa strada”, ha detto il capo militare maya, riprendendo un tema centrale nei comunicati che l’Ezln ha pubblicato negli ultimi mesi del 2023, ossia stabilire che una parte delle terre zapatiste non apparteranno più a nessuno, saranno una “non proprietà”, e che verranno coltivate “in comune” con gli altri popoli della regione, stabilendo un sistema di turni. Negli stessi comunicati, l’Ezln annuncia anche una riorganizzazione interna della struttura autonomica zapatista.

L’insurrezione dell’Ezln è avvenuta il primo gennaio del 1994, quando i guerriglieri maya della regione più impoverita del Messico si sono ribellati a 500 anni di angherie: negli anni Novanta, ancora lavoravano come braccianti in condizione di semi-schiavitù, senza diritti né accesso scolastico o sanitario. “La situazione in cui ci trovavamo era di morte e disperazione. Abbiamo dovuto aprire una crepa in quel muro che ci rinchiudeva e ci condannava. Come se tutto fosse oscurità e con il nostro sangue accendessimo una piccola luce. Questa è stata la sollevazione zapatista, una piccola luce nella notte più buia”, scrive Marcos, che recentemente ha annunciato di essere stato degradato da subcomandante a capitano.

L’ingresso del Caracol zapatista di Dolores Hidalgo, 31 dicembre 2023 © Orsetta Bellani

La guerra allo Stato messicano è durata solo 12 giorni e si è interrotta quando la gente ha iniziato a manifestare chiedendo un “cessate il fuoco”. Le negoziazioni tra il governo e la guerriglia portarono alla firma degli Accordi di San Andrés, che il Congresso non ha mai ratificato. L’Ezln si è quindi sentito tradito dai partiti politici con cui aveva negoziato, ha preso distanza da loro e ha iniziato a costruire il suo progetto di autonomia nei territori in cui mantiene presenza. Senza nessun tipo di aiuto o sovvenzione da parte dello stato, gli zapatisti hanno istituito un governo indigeno e a rotazione, per evitare l’accumulazione di potere nelle mani di poche persone, e hanno creato un sistema di giustizia, di salute e di educazione totalmente autonomi, portando maestri e dottori in regioni isolate dove non ne avevano mai visto uno. 

A poco a poco la parte civile dell’organizzazione è diventata più importante di quella militare. Nel 2003, l’Ezln ha deciso di dividere il suo territorio in cinque zone dove ha installato dei centri amministrativi chiamati Caracoles -che nel 2019 sono diventati 12- dove operavano le Giunte di buon governo, che erano gli organi di governo zapatista. La loro creazione è stata una risposta alla necessità di “consegnare” il governo alla parte civile dell’organizzazione. “Il governo dev’essere civile, non militare -ha scritto il capitano Marcos in un comunicato dello scorso novembre-. Il popolo deve cercare il suo cammino, il suo modo e il suo tempo. La parte militare deve servire solo per difendersi”. 

Negli ultimi mesi gli zapatisti hanno annunciato la soppressione delle Giunte di buon governo e dei Municipi autonomi zapatisti e la creazione di una nuova struttura che mette al centro il popolo e le comunità. La definiscono come una “piramide rovesciata” basata nei Governi autonomi locali (Gal), che sono delle assemblee presenti in ogni villaggio. Potranno convocare delle istanze più grandi -i Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti e le Assemblee dei Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti-, ma hanno maggiore autorità. 

Gli zapatisti sono arrivati a questa decisione attraverso un processo di autocritica di dieci anni, che ha portato a cambiamenti profondi che si concentrano sulla base invece che sulla punta della piramide, con i piedi ben piantati nella democrazia comunitaria che i popoli indigeni praticano da sempre. “La lotta consiste in cambiare il mondo ma anche noi stessi, e gli zapatisti stanno dimostrando che hanno capacità di modificare la loro struttura. L’autonomia non è una cosa preconfezionata, ma un processo di creazione”, dice Azize Aslan, che è originaria del Kurdistan e ha partecipato ai festeggiamenti per i 30 anni dell’Ezln. 

Quando, la notte di capodanno, ha ascoltato le parole del subcomandante Moisés, l’indigena nahua Marichuy Patricio Martínez ha pensato che i popoli originari messicani dovrebbero seguire l’esempio degli zapatisti e continuare a lottare e costruire la loro autonomia, malgrado gli attacchi del governo e nonostante la presenza delle corporazioni e del crimine organizzato nei loro territori. “La guerra contro di noi è forte, ma gli zapatisti ci mostrano che è possibile trovare dei modi, e farlo nella pratica”, dice la portavoce del Congresso nazionale indigeno (Cni). 

“Nei prossimi anni faremo in modo che il popolo comandi, il governo obbedisca e i mezzi di produzione saranno in comune -ha detto durante l’intervento di Capodanno il subcomandante Moisés-. Ci difenderemo, non abbiamo bisogno di uccidere soldati o governanti corrotti, ma se ci attaccano ci difenderemo”. Ha parlato con fermezza e tranquillità, davanti al resto della Comandancia general dell’Ezln, prima che i fuochi d’artificio esplodessero nel cielo del villaggio di Dolores Hidalgo e iniziassero musica e balli per festeggiare il trentesimo anniversario della rivoluzione zapatista, e l’arrivo dell’anno nuovo.

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