Diritti

A che serve una legge sulla tortura così?

Al Senato la discussione sul testo che la qualifica come reato comune, e non come crimine tipico dei pubblici ufficiali. Un non senso, visto che la nuova norme dovrebbe avere finalità di prevenzione. Ma le maggiori forze politiche hanno rinunciato a esercitare il controllo democratico sugli apparati

Il senato inizia a discutere un progetto di legge per l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento e il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani, in un intervento scritto per il Manifesto con Federica Resta, ha segnalato una grave carenza del testo: il reato di tortura non è configurato come un crimine tipico delle forze dell’ordine. Non è lacuna da poco, come Manconi e Resta non mancano di segnalare. Introdurre una fattispecie giuridica come la tortura qualificandola come reato comune, diciamola tutta, è un non senso. Un non senso che ha precise e identificabili ragioni politiche.

È un non senso per una ragione molto evidente: introdurre il crimine di tortura serve soprattutto a fini preventivi. Approvare una legge del genere oggi in Italia, a un quarto di secolo dall’impegno preso dall’Italia in sede di Nazioni Unite, significa mandare un messaggio esplicito alle forze dell’ordine, a tutti gli agenti: un messaggio di civiltà, di democrazia e anche un ammonimento all’indomani di una lunga, lunghissima serie di abusi di potere – spesso con esiti mortali – che sono stati trattati con eccessiva disinvoltura. Se si rinuncia a qualificare il reato di tortura come specifico abuso di potere istituzionale, si rischia di mandare il messaggio opposto. E’ come dire: questa legge dobbiamo farla per impegni internazionali ma non temete: tutto può restare come prima.

Le ragioni politiche di tale inversione di senso è molto evidente, se si guarda alla storia recente del nostro paese. Per le maggiori forze politiche il tema forze dell’ordine è tabù. Non se ne parla, se non per promettere maggiori attenzioni, nuove assunzioni e per superflue dichiarazioni di vicinanza morale e politica. E ogni volta che un caso eclatante scuote l’opinione pubblica, ad esempio per la morte di un detenuto o per colossali abusi di potere collettivi (vedi Genova G8), scatta la teoria delle poche mele marce. Questo tabù affonda le sue radici nell’eccessiva vicinanza fra i vertici delle forze dell’ordine e i vertici dei maggiori partiti, una vicinanza, con rapporti personali di amicizia o anche di inimicizia, che hanno sostituito il regolare esercizio del controllo democratico sugli apparati spettante alle istituzioni politico-parlamentari.

Queste strette relazioni fanno sì che oggi i vertici delle forze di sicurezza e i loro emissari siano in grado di chiedere/pretendere la rinuncia alla qualificazione tipica del reato di tortura, come ieri hanno impedito – per dirne una – di rimuovere per tempo i vertici di polizia profondamente compromessi con la disastrosa gestione del G8 di Genova o di introdurre un’altra legge garantista qual è l’obbligo di riconoscibilità degli agenti in servizio di ordine pubblico, per non parlare dell’inerzia – chiamiamola così – mostrata anche rispetto alla sorte professionale degli agenti condannati in via definitiva per l’omicidio Aldrovandi.

Manconi e Resta chiudevano il loro articolo con la speranza di una correzione del progetto di legge sulla tortura, ma più che di una speranza al momento mal riposta, avremmo bisogno di una discussione franca, approfondita, senza tabù su un aspetto – l’opaca relazione fra apparati di sicurezza e organi costituzionali e società civile – che non è fra i minori della nostra malata democrazia.

 

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